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Dall'
ottobre 2001 con vari tagli e contributi, l'Associazione
informa periodicamente di alcuni suoi contenuti
e attività attraverso vari articoli, commenti,
segnalazioni di libri, spettacoli, mostre, conferenze, ecc.
Qui di seguito alcuni articoli.. Dell'anno 201 ci sono altri
numeri che ci potete chiedere venendo in sede.
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NUOVA.MENTE
Numero
di maggio 2011
in
preparazione
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N.E.O.S
( nord, est, ovest,sud)
il
numero di gennaio-febbraio 2010
Febbraio
2010 – Numero Zero
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LA
CONCENTRAZIONE SUL NOSTRO MONDO ATTUALE
Qualche
volta, durante il mese, una o due volte, noi suggeriamo di effettuare una
concentrazione meditativa il cui obbiettivo è sentirsi in equilibrio e
inviare energia ‘ vivente
’. Concordata in quanto giorni e ore, ciascuno la metterà in pratica
dove si troverà in quel momento, preparandosi e scegliendo che sia il
suo tempo libero o prendendo il momento al volo. E cosa proponiamo di adottare
, come procedura? Per diversi mesi, sempre la stessa, ossia una immagine che
rappresenti per ciascun ‘ meditante’ , l’insieme plurale del mondo , del
nostro pianeta. Terre e mari, monti, fiumi,
giardini, popoli, suoni, colori, linguaggi, riti, abiti, costumi, abitazioni,
arti e mestieri.
Potete
forse dire che è una compito arduo e che ben pochi ci si metteranno; forse
sarà così, forse no .Potreste anche chiedere: qual è lo scopo? Quale sarà
l’effetto? Lo scopo è trovare un proprio stato ottimale, uno stato di
equilibrio ed imparare ad esercitare ‘l’esame di realtà ’, con la
chance di riempire questa realtà di proprie immagini e ‘contatti’. In
cosa consiste questa realtà? Nel fatto che in questo pianeta abitiamo in
molti, alcuni miliardi di esseri umani, organizzati in etnie, nazioni,
culture, linguaggi, credi, speranze, politiche, istituzioni, libri, canti,
danze, teatri e convinzioni.
La
domanda che segue è : cosa vogliamo fare? Eliminare chi non ci aggrada? Chi
la pensa diversamente ? chi agisce in modo opposto a quello che noi riteniamo
sia giusto, sparare a zero su chi non corrisponde alle nostre aspettative,
bollare di infamia chi segue valori differenti? Terza domanda : pensiamo che
queste eventuali azioni ed opere e parole, contrapporsi ‘ in modo totale
’, cambi chi, a nostro modo di
vedere, ‘ ci sbarra la strada?’ O chi ha rappresentazioni
del mondo che sono assai lontane dalle nostre? Non
sarà, per caso, che così facendo, pur se al momento otteniamo un qualche
successo, il momento successivo tutto torni come prima, o addirittura peggio
di prima?Riteniamo che solo noi abbiamo diritto ad avere ‘ il nostro amor
proprio ’ , la ‘ nostra ragione ’? Non è che per caso, sempre per caso,
anche altri abbiano un pizzico di ragione, anche negli altri ci sia un pizzico
di diritto a manifestare quello che pensano?
Sento
dire che il discorso potrebbe anche essere convincente , se non ci fossero in
atto minacce serie, come il possibile nucleare a scopi bellici in Iran, il cui
governo è notoriamente duro e senza misericordia. Poi ascolto anche la voce
di chi afferma che il diritto ad avere l’arma atomica non può essere solo
di alcuni, che a loro volta sono e sono stati portatori di guerra, difensori
della pena di morte e inclini a chiudere più di un occhio sulle disumane
pratiche della tortura.
Ebbene,
l’esame di realtà consiste nell’ essere consapevoli che, tra i molti
orientamenti esistenti nel pianeta terra,
non ne esiste uno che sia
in assoluto meglio di un altro. Visti dall’interno, tutti i paesi, le
scelte, le forme di governo, hanno almeno un livello di plausibilità, di
coerenza interna, insomma, un pezzetto di ragione.
Ora
una vera risultante del tutto non sarà tutta spostata a favore
esclusivo di qualcuno, ma un tipo di
distribuzione che tiene conto di ogni voce, di ogni convinzione.Si
possono cambiare gli equilibri? Verso un futuro più rassicurante, con uno
spazio più ampio per la pace, con meno miseria e più uguaglianza? Io
credo di sì, ma inviando energia positiva, calore, compassione, luce e amore,
non rabbia, non risentimento, non cieca aggressività né ignorando che il
risultato sarà lento, non sarà un risultato ‘ lampo’. Ed
ecco l’invito alla concentrazione meditativa sulla varietà del nostro
mondo, sull’accoglienza delle grandi differenze; accoglienza non vuol dire
cambiare le proprie idee schiacciandole, ma considerare con rispetto almeno
una piccola parte delle realtà altrui, delle idee altrui. Ascoltare le loro
ragioni. Allora possiamo davvero capire che cosa è la libertà, che non è
solo un pensiero né un’emozione né un’assenza di paura fisica, è la
consapevolezza che lasciare le posizioni
’ ferree’ , andare oltre la semplicistica contrapposizione di
bianco contro nero e viceversa, di liberale contro socialista, di cristiano
contro induista ecc… per una atteggiamento di inclusione è una grande
apertura di tutto l’essere, è una evoluzione
La
data di questa concentrazione collettiva, voi dite ? Potrebbe essere il 21
febbraio alle 19?
Rosalia
Grande
(Jiéchù)

Alice
Miller
-
LA RIVOLTA DEL
CORPO
I
danni di un'educazione violenta
Nel
testo "La rivolta del Corpo - I danni di un'educazione violenta"
Alice Miller affronta il tema del corpo e del continuum
malattia-benessere in relazione alla consapevolezza delle nostre emozioni
autentiche.
Il
concetto di base da cui muove la psicoanalista polacca è che il corpo è
fonte di tutte le informazioni vitali che possono portare ad una maggiore
auto-consapevolezza ed autonomia. In altre parole, citando il titolo di un
romanzo di Banana Yoshimoto, (...l'idea di base è ) che "Il corpo sa
tutto"... anche quando noi non lo sappiamo. O meglio, anche quando noi
evitiamo di saperlo. Ed è proprio
quando evitiamo di sapere ciò che veramente stiamo vivendo, quindi quando
fingiamo di provare altro - ciò che sarebbe lecito provare - che il corpo si
ammala. Troppe emozioni vi restano imprigionate dentro, in un conflitto tra
"ciò che proviamo e conosciamo
perché il nostro corpo lo ha registrato e ciò che vorremmo (e
aggiungerei dovremmo) provare per
adeguarci alle norme che abbiamo interiorizzato fin da piccoli".
A
proposito di norme, nel testo l'attenzione della Miller, la cui opera è
costantemente rivolta al mondo del bambino,
si sofferma in particolare sul conflitto tra il IV Comandamento (Onora
il Padre e
la Madre
) e i sentimenti autentici provati da bambini che dal padre e la madre sono
stati maltrattati.
Un
conflitto foriero di tensione e, potenzialmente, di "falsi sé", per
lo meno quando viene ignorata la legittimità del sentimento autentico che non
corrisponde all'amore e all'onore e che ha le sue ragioni d'essere.
Il
punto in cui trovo la scrittura della saggista illuminante è proprio questo:
spesso temiamo i nostri sentimenti negativi nei confronti di chi non ci ha
amato e magari ci ha maltrattato perché non ne riconosciamo la fondatezza e
la legittimità, sepolte sotto una coltre di moralismo e di... paura.
Se
non amiamo i nostri genitori chi amiamo allora? Cioè siamo in grado di amare
o siamo dei mostri disumani che non riescono a provare un amore completo nei
confronti di chi ci ha dato la
vita?
L'autrice
su questo, mettendosi in discussione in prima persona, raccontando anche di sé
nell'introduzione ci offre indirettamente un'indicazione:
se
ci imponiamo di amare, probabilmente amare per davvero ci sarà molto
difficile, presi dal nostro conflitto, mentre se ci riconosciamo la legittimità
e la libertà del nostro non amare chi non ci ama, potremmo più facilmente
aprirci ad amare chi ci dimostra amore.
Un
esempio, abbastanza snello, di come la rimozione di sentimenti di rabbia e di
rifiuto possa contribuire significativamente a generare varie forme di
malessere, viene offerta nel quinto saggio breve della prima sezione del
testo, sulla vita del poeta giapponese Yukio Mishima.
(segue
saggio originale e commento)
Il
bambino imprigionato e la necessità di negare il dolore (Yukio Mishima)
Nel 1970, all'età di quarantacinque anni, Yukio
Mishima, celebre poeta giapponese, si uccise praticando harakiri. Si era
spesso autodefinito un mostro poiché avvertiva in sé una certa propensione
per tutto ciò che è morboso, perverso. Le sue fantasie avevano per oggetto
la morte, il mondo oscuro, la violenza sessuale. Viceversa, le sue poesie
rivelano una straordinaria sensibilità, soffocata sotto il peso delle
tragiche esperienze vissute da bambino.
Mishima era il primogenito di una coppia che, subito
dopo il matrimonio, secondo l'uso allora vigente in Giappone, si era stabilita
nella casa dei genitori. Qui egli nacque nel 1925. Poco dopo la nascita, la
nonna cinquantacinquenne lo volle in camera con sé: il suo lettino fu posto
accanto a quello di lei e da allora egli visse per anni completamente isolato
dal mondo, in balia delle esigenze della nonna. Costei soffriva di gravi
depressioni, e il bambino era spesso terrorizzato dai suoi attacchi isterici.
La donna disprezzava il marito ed anche il figlio, padre di Mishima, ma a suo
modo idolatrava il nipote, che doveva appartenere soltanto a lei. Nei suoi
appunti autobiografici, il poeta ricorda che nella stanza che divideva con la
nonna l'aria era soffocante e maleodorante, eppure non dà alcun conto di
emozioni improntate a rabbia o rifiuto poiché la situazione gli appariva come
l'unica normale. A quattro anni fu colpito da una grave malattia -
un'auto-intossicazione, si disse - che si sarebbe poi rivelata cronica. Quando
andò a scuola, a sei anni, conobbe per la prima volta altri bambini, tra i
quali si sentì sempre estraneo e diverso. Naturalmente aveva difficoltà a
stare con i compagni che erano più liberi nell'esprimere le loro emozioni e
avevano un'esperienza diversa della vita familiare. Quando ebbe nove anni, i
genitori si trasferirono in una casa propria, ma non portarono il bambino con
sé. In quel periodo egli cominciò a scrivere poesie, in ciò molto
incoraggiato dalla nonna. Quando lui pure si trasferì presso i genitori
all'età di dodici anni, anche la madre si dimostrò orgogliosa dei suoi
lavori, mentre il padre gli stracciò i manoscritti ed egli fu costretto a
continuare a scrivere di nascosto. Né trovò mai in casa comprensione e
accettazione. La nonna aveva voluto crescerlo come una femmina e il padre, a
colpi di botte, come un maschio. Egli continuò pertanto a frequentare spesso
la nonna, che divenne il suo rifugio dalle violenze del padre, tanto più che
ora - il ragazzo aveva dodici o tredici anni - lo portava con sé a teatro
schiudendogli, così, le porte di un mondo nuovo: il mondo dei sentimenti.
Ai miei occhi il suicidio di Mishima è
l'espressione della sua impossibilità di vivere i sentimenti di rifiuto,
rabbia, ribellione che aveva provato da piccolo nei confronti della nonna: non
permise mai a se stesso di esprimerli perché provava per lei anche
gratitudine. Nella sua solitudine e a confronto del padre, la nonna dovette
apparirgli come un'ancora di salvezza. I suoi veri sentimenti rimasero
imprigionati nel legame che lo univa a quella donna, che pure aveva sempre
usato il bambino per soddisfare le proprie esigenze, probabilmente anche
sessuali. Di tutto questo nella biografie quasi non si parla. E nemmeno lo
stesso Mishima ne ha mai parlato, non volendosi di fatto mai confrontare con
la propria verità. Moltissime sono le motivazioni addotte per spiegare il suo
gesto suicida, salvo la causa più ovvia: poiché appare del tutto normale che
si provi riconoscenza nei confronti dei genitori, dei nonni e dei loro
sostituti anche se costoro hanno torturato un bambino. Ciò appartiene alla
nostra morale, in ragione della quale i nostri veri sentimenti e i bisogni più
genuini rimangono sepolti. Gravi malattie, morti precoci e suicidi sono la
logica conseguenza di un simile assoggettamento alle leggi che noi definiamo
"morale" e che di fatto minacciano di soffocare la vita autentica,
ovunque nel mondo fintanto che la nostra coscienza le tollera e le tiene in
maggior conto della vita. Il corpo non si adegua e prende a parlare la lingua
della malattia, che di rado è capita, quanto meno finché non viene
smascherata la negazione dei veri sentimenti provati nell'infanzia.
A tutt'oggi, molti imperativi del decalogo
pretendono di essere considerati validi, quando invece il quarto comandamento
contraddice invece tutte le leggi della psicologia. Dovrebbe essere portato a
conoscenza di tutti che l'"amore" estorto con la forza provoca danni
gravissimi. Coloro che sono stati amati da bambini ameranno i genitori senza
che vi sia bisogno di alcun comandamento. Obbedire a un ordine non genera mai
amore.
La
questione centrale su cui le parole della Miller mi stimolano a riflettere è:
cosa può portare un bambino maltrattato a rinnegare la liceità dei propri
sentimenti ? E cosa dà forza alla norma sociale o religiosa interiorizzata?
Ripensando
tra l'altro a quella parte di bambino arrabbiato che è anche in me, penso ci
siano alcuni punti-elementi che possono avvicinarmi ad una risposta:
-
una sorta di circolo vizioso che si innesca quando ad un essere umano non si
offre amore, per cui bisogno e risposta possono prendere a crescere in maniera
inversamente proporzionale;
-
il bisogno di accettazione, che è poi un bisogno di essere amati, e che -
come in alcuni casi la mia nuova esperienza professionale di educatore mi sta
dando modo di scoprire - può giungere a richieste molto eclatanti: Come se
quei ragazzi chiedessero di base - attraverso una richiesta di accettazione
delle loro pulsioni ed emozioni meno accettabili - un'accettazione della
propria persona. In questo senso credo sia importante per chi ci lavora far
passare una sincera accoglienza della persona e non della singola emozione
negativa, che in quanto tale - è vero - non sempre è accettabile e spesso va
riportata dentro un confine, ed in cui comunque non si può identificare la
globalità di un essere.
-
il timore della distruttività delle proprie emozioni negative. Un timore che
è anche fondato, sano, ma che può essere esacerbato da un'identificazione
esclusiva del proprio sé con le proprie emozioni e i propri sentimenti
distruttive/i.
Ecco
su quest'ultimo punto credo si inneschi una questione fondamentale: il
superamento della fase dello specchio. Ovvero se mando a quel paese qualcuno e
ci va, non potrà più esserci quando ne avrò bisogno e allora… che faccio?
Non credo sia una domanda che conosca risposte assolute, ogni realtà è
differente: differenti i genitori, differenti le nostre emozioni, differenti
le azioni e i loro vissuti. Certo penso che l'accettazione della propria ed
altrui ambivalenza sia notevolmente d'aiuto. Ma ancora non so quanto questo
sia applicabile a chi abbia sofferto gravemente (violenze, abusi etc.).
Forse
risalire a monte, recuperare una coscienza più antica (nel tempo non
ordinario) potrebbe essere una via, risalendo alla consapevolezza del bisogno
originario di amore e accettazione.
Un altro ordine di riflessioni (non-disconnesse), cui il saggio mi
apre, sono relative al concetto di salute e cultura.
Come
concepiamo noi la nostra salute, le nostre malattie, i nostri momenti di
equilibrio? Mere casualità di cellule dotate di assoluta autonomia e
disconnesse dal nostro essere in un sistema? Come doni o punizioni o più
semplicemente prove volute/i da una volontà superiore? Come risultanti dei
nostri conflitti emotivi?
Leggendo,
lavorando, praticando persone più sagge di me, mi sembra di aver capito che
il punto non è tanto nella veridicità assoluta di ciascuna di queste
posizioni quanto piuttosto nel superamento della rimozione della nostra
responsabilità – certo - e di posizioni riduzioniste. Cioè
nell'inquadramento sistemico del concetto di salute, che tenga conto delle
nostre diverse verità contingenti e meta-temporali.
Fortunatamente
ormai anche in Italia si stanno diffondendo nuove pratiche di cura e di
salute: l'omeopatia, la psicosomatica, la naturopatia, le medicine
alternative. E più in generale, a monte, si vanno facendo largo sottili
istanze culturali dolcemente rivoluzionarie, quale, ad esempio la concezione
unitaria dell'essere umano, che supera il dualismo mente-corpo o anima-corpo,
e altre. E questo mi è testimoniato su
diversi fronti dal diffondersi di insegnamenti orientali e tradizionali, di
erboristerie, di centri yoga, di insegne luminose sulle farmacie recanti la
scritta "omeopatia".
Per
rispondere alla domanda "noi come concepiamo la nostra salute?”
inviterei chi legge a consultare il sito dell'Associazione. Come potrete
leggere e come posso dirvi la concepiamo con serietà e con amore, anche con
la serenità di accettare il malessere - inteso talvolta pure come l'onda
regressiva, come l'emozione negativa - come
momento-punto di una possibile ulteriore crescita. La concepiamo integrando:
varie fonti di sapere, vari livelli dell'essere, varie coordinate cardinali.
Con gli occhi ben aperti sulla complessità del reale.
Ed
in quest'ottica - cioè nell'ottica degli occhi ben aperti - se la realtà
italiana mi sembra incoraggiante per gli aspetti che ho appena citato e per
altri che magari non ricordo, nella stessa realtà esiste una cultura
reazionaria, come adagiata su se stessa, la cultura del riduzionismo
scientifico, retaggio positivista, decisamente occidentale, o come dicevo più
in generale la cultura dell'assolutismo.
Analogamente
potrei vedere il Giappone, verso cui inevitabilmente mi sono diretto con la
mente citando Yoshimoto e leggendo di Mishima. Anche il Giappone
mi sembra una realtà culturalmente polivalente;
c'è un Giappone che è il Giappone - per dirla con Eric Dodds o con
Ruth Benedict - della "società della vergogna". Ovvero
una società regolata da modelli positivi di comportamento (...
presso cui...) la mancata adesione a
questi modelli ha come conseguenza la vergogna nel suo duplice aspetto di
sanzione interna (psicologica) - ovvero la perdita dell’autostima - ed
esterna (sociale) consistente nel biasimo della comunità e, al limite,
nell’emarginazione.
Ma
nello stesso Giappone esistono la cultura zen, preziosi insegnamenti,
un'autrice che dà ad un suo romanzo - appunto - il titolo "Il corpo sa
tutto", ed una cultura popolare che comunemente fa ricorso
all'espressione お身体に気をつけて下さい,“o
karada ni tsukete kudasai”. Un'espressione di commiato, usata magari nei
confronti di qualcuno in difficoltà, che agli studenti di giapponese,
soprattutto agli inizi della lingua e della cultura, viene tradotta come
"prenditi cura di te - fa attenzione a te stesso" o in inglese come
"take care of your self", che certamente sono le espressioni
culturali che più ci si avvicinano. Ma la traduzione letterale della frase
dice, a mio avviso, molto di più; è un bell'augurio, con cui voglio chiudere
questo articolo:
riponi
il tuo chi nel tuo corpo!
Gabriele Grassi
"CerTI
Diritti A Congresso
Certi
Diritti ha svolto il suo terzo Congresso; stiamo parlando di un'associazione
piccola e giovane che ha già fatto parlare di sé nella sterminata galassia
di associazioni che si richiamano al mondo GLBT, a cui Certi Diritti ha
aggiunto una E.
Il
Congresso di Firenze si è svolto tra sabato 30 gennaio e domenica 31 presso
la Foresteria Valdese
, in via dei Serragli, 49. Già il luogo evoca qualcosa di “altro”,
“diverso” dal solito. In questo articolo parole come “altro” e
“diverso” appariranno frequentemente, per poi arrivare ad una sintesi col
tutto. Dallo svolgimento del Congresso si capisce subito che qualcosa è
veramente diverso, come dice il sito gay.it: “gente che corre, tutti
impegnati (in chissà cosa), tanta passione di sicuro”.
La
mattina del 30 è dedicata alla discussione del volume “Amore civile,
progetto di riforma del Diritto di Famiglia” (Mimesis edizioni), a cura
di Francesco Bilotta e Bruno De Filippis. Il libro raccoglie il lavoro
condotto nell'ultimo anno da giuristi, sociologi, psicologi, membri di
associazioni legate alle problematiche famigliari, diversi nelle competenze e
nell'obiettivo da raggiungere, ma tutti insieme. Spiegano Giacomo Cellottini,
curatore del convegno, e Matteo Pegoraro, membro del direttivo nazionale di
Certi Diritti e responsabile per
la Toscana
: “Il risultato di tale lavoro è una proposta di Riforma, che per la
prima volta dopo il 1975 affronta le questioni più urgenti in materia
familiare: dal riconoscimento delle unioni di fatto, alla procreazione
medicalmente assistita, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso, al
divorzio breve. L'auspicio è che la proposta di Riforma del Diritto di
Famiglia divenga un Disegno di Legge per avviare un dibattito approfondito
nelle Aule parlamentari, in un'ottica non ideologica e con una forte
attenzione ai problemi reali delle persone”.
Il
Congresso vero e proprio si apre con una testimonianza in video di Enzo
Francone, il tesoriere dell’Associazione venuto a mancare durante
l’autunno, niente minuto di silenzio, ma una chiamata all'impegno. Segue il
racconto della coraggiosa azione di protesta organizzata da Enzo sulla Piazza
Rossa a Mosca, in un Paese che ancora oggi stenta a trovare la via della
modernizzazione e del rispetto dei diritti di ognuno. Enzo Cucco, storico militante per
l'affermazione dei diritti civili in Italia, e che rappresenta
Certi Diritti presso il comitato “Sì, lo Voglio”, ne riassume
semplicemente il significato: nella battaglia per un mondo migliore, ciò che
conta è metterci la faccia, impegnarsi in prima persona per costruire una
comunità solidale.
Si
prosegue poi con l’intervento di Francesco e Manuel, il primo in sciopero
della fame ormai da 27 giorni. La loro presenza qui esemplifica la missione
dell’Associazione, richiamato già nel nome: non contrattare per delle
concessioni politiche, ma ribadire che i diritti sono di tutte e tutti, ed
ognuno dovrebbe attivarsi per vedere riconosciuto ciò che, semplicemente, gli
spetta. Loro lo hanno fatto singolarmente. Quando Francesco viene aggredito
durante una vacanza in Grecia, rischia grosso, anche perché nell'isola dove
si trovava non c'erano strutture mediche adeguate. La paura per Manuel, che
avendo Francesco come unica persona che si prende cura di lui e con il quale
ha sempre diviso tutto, ha rischiato di tornare a casa senza più un ragazzo,
e una volta tornato a Savana, a ritrovarsi senza nemmeno una casa visto che
risulta tutto di proprietà di Francesco. Decidono di reagire, vogliono
tutelarsi, capiscono che per lo stato sono cittadini di serie B e non ci
stanno. Insieme a diverse altre coppie in Italia affrontano il Comune della
loro città, chiedendo l'autorizzazione a sposarsi e ricorrendo alla Corte
Costituzionale in risposta alla negazione. Il bello di Certi Diritti è che
tenta di collaborare con tutte e tutti coloro che si danno da fare, che si
aiutano. Forse la collaborazione e l’appello all'unità sono proprio la
chiave di questa prima giornata di Congresso, caratterizzata dai saluti e gli
interventi di praticamente tutti i soggetti attivi in Italia per il
riconoscimento dei diritti e il progresso delle condizioni di vita delle
persone omo, bisessuali e trans: ma non solo. Sono inclusi tanti soggetti non
strettamente LGBT, che mandano i propri saluti o che sono presenti con propri
rappresentanti.
Scrive
gay.it: “Questa carrellata di interventi, che potrebbe sembrare il circo
delle vanità, è invece un momento importante: serve a mostrare la varietà,
e quindi le potenzialità, del movimento lgbt italiano. Il messaggio del primo
giorno di Congresso, sembrerebbe di capire, è che le diversità -e la
collaborazione- sono la chiave del successo. Per onestà, questo resoconto non
può però essere una sviolinata. Chiudiamo dunque con una critica: sedendosi
a guardare, ciò che salta subito all’occhio è la varietà dei presenti:
donne, uomini, giovani, anziani, omo, bi ed eterosessuali. Sì, avete capito
bene, è un casino qua: non si capisce con chi ci si può provare e con chi
no. Forse, in stile radicale, conviene tentare sempre”. Con questa
ultima parte dell'articolo dedicato da gay.it all'evento possiamo chiudere, ciò
che è “diverso” e “altro” rientra nel tutto, e a quel GLBT possiamo
aggiungere una E. Sottotitolo dell'articolo? Uniti si vince!
Diego Sabatinelli
UNA NUVOLA DI FUMO
SOPRA I TETTI
Jerei
aveva ancora abbastanza sonno da smaltire, e non perchè la notte
precedente alla nostra storia avesse bevuto più del solito, d’altronde era
abituato a mescolare grappa e vodka perfino nello stesso bicchiere, ma
piuttosto perché il volto di Belil gli era comparso mille volte talché non
riusciva a dormire.
Aveva
provato a dirsi che niente di diverso era accaduto dai suoi soliti
innamoramenti fugaci, dei quali dopo due o tre giorni si perdevano le tracce,
nel suo cuore, sì, ma soprattutto nel telefono, perché le varie incarnazioni
delle dee femminili che la sorte gli faceva incontrare, si squagliavano nel più
rigoroso silenzio stampa.
Non
appena si stava convincendo che anche questa volta niente di nuovo sotto il
sole era accaduto, ecco che quel volto gli cominciò a comparire davanti agli
occhi, e più volte, e non era mai
uguale a se stesso, infatti una volta lo guardava con stupore, un’altra con
una specie di rimprovero agli angoli delle labbra ( belle, però, bisognava
riconoscere se dotati di un normale senso di estetica giustizia) , una volta
ancora con un sorriso enigmatico ma non per questo meno seducente e via
dicendo. Se avesse avuto una fotocamera o una matita per ritrarre tutti quei
volti, che poi erano sempre uno, ma con una capacità davvero strabiliante di
sembrare tanti, si sarebbe assicurato un buon soggetto per una mostra sulla
variabilità dell’ animo umano. Umano, già…ora, perché, pensando a
questa parola molto usata e maltrattata, non tanto come parola, ma come realtà
incarnata, gli veniva un brivido curioso sotto pelle? La spiegazione più
semplice, cioè quella che in mezzo alla notte che avanzava senza concedergli
riposo era più adatta, la spiegazione più semplice, dicevo per riprendere il
discorso, era che non si trattava esattamente di qualcosa definibile come ‘
un ordinario volto umano ’.
Allora
non era una persona? Cosa era? Al di là di tutte queste fughe e speculazioni
sparse, la verità sembrava emergere e non farsi spostare dalle sue
riflessioni inconcludenti: insomma
l’incontro con Belil segnava un punto,(fermo? ) nella sua carriera di uomo
umano con poche idee chiare alle quali comunque era molto affezionato,
soprattutto all’insieme che costituivano, che si rappresentava non senza un
certo orgoglio, come un melograno con i suoi frutti rossi, vividi e
squillanti, dal colore intrigante e dal sopore ineffabile. ( come del resto
pensava di essere).
Ancora
qualche digressione ( sui melograni ) lo portò fuori dal nucleo della
questione, ossia come rivedere Belil il più presto possibile.
Lei
non aveva lasciato nessun numero di telefono, nessuna e- mail, indirizzo face
book, you tube, crix being o altri, e lui, preso da una non strana
timidezza ( ma certo non intelligente ) aveva fatto altrettanto.
Non
gliela aveva presentata nessuno, era apparsa così, dietro il banco del bar
– pub dove neanche troppo spesso lui capitava, e lo aveva chiamato con una
bella voce, lenta, intensa, erotica senza alcun dubbio…infatti nel suo corpo
si erano avute subito certe reazioni note, e a cui dare una risposta, prima o
poi.
In
seguito lei gli aveva detto che chi pensava di avere un po’ di energia non
poteva esimersi dalla consapevolezza che bisognava fare qualcosa per un
problema che affliggeva il quartiere, cioè alcune persone non avevano dove
stare e la notte si trascinavano da un angolo all’altro, esponendosi al
freddo ma soprattutto al pericolo. Già, pericolo… non mancavano in quella
strade certi balordi con facce da Alcatraz ( quando esisteva ) che ogni tanto
si davano allo sport della caccia al solitario. Brutta gente, ceffi alieni o
comunque con uno spazio vuoto al posto del cuore che riempivano di volta in
volta di stracci, libri pessimi, insulti e macerie di sentimenti che non
andavano oltre l’odio e la rabbia senza oggetto.
“Che
fare?”, gli aveva chiesto. Lui non aveva molte proposte, intanto quello che
si opponeva a far lavorare il cervello era una pigrizia quasi assoluta, una
pigrizia così ben strutturata che al solo pensiero di fare qualcosa oltre il
già pensato, gli venivano i crampi allo stomaco e con i crampi allo stomaco
solo un masochista può andare in giro a fare qualcosa di diverso dalla sua
routine quotidiana. Vero anche che guardandola e ascoltandola ( non solo con
le orecchie, ma con tutto il suo apparato istintivo, efficace e sveglio,
almeno per qualche tempo, rispetto alle grazie femminili),
si incantava qua e là in considerazioni piacevoli e prefigurazioni non
da meno. Dovette darsi un piccolo schiaffo metaforico ad un certo punto, perché
l’immagine di loro due che consumavano un’ora d’amore focosa e nuda nuda
lo aveva semi ipnotizzato e manco ascoltava più. Belil - così aveva detto di
chiamarsi - lo aveva richiamato alla presenza con una di quelle espressioni
serie che poi gli stavano comparendo ora di tanto in tanto, e il suo viso
severo gli aveva fatto pensare- non troppo seriamente, è vero, ma già era
una novità, che forse poteva aiutarla a fare qualcosa. Cercando di
immaginarsi nelle vesti di un benefattore che va in giro a scacciare i cattivi
soggetti del quartiere e a difendere i senza casa, senza lavoro e senza molte
altre cose di cui lui invece usufruiva, si era stupito nel constatare che
poteva anche essere, che accanto a Belil si poteva fare.
Non
poteva certo negarsi che insieme alla nobile e nuova indole di aiutante dei
deboli c’era anche la speranza quasi certa che questo lo avrebbe portato a
realizzare quell’immagine di loro che aveva intravisto prima, e mentre
cercava di capire se allora era il caso di dare un o.k, a Belil, che nel
frattempo , oltre ad avergli sorriso con una espressione in dimenticabile, gli
aveva anche appoggiato una mano sul ginocchio, con quali reazioni psicofisiche
di Jerei potete immaginare. Sul più
bello di questo quasi idillio socio-amoroso erano intervenuti due tizi
(possibili rivali ) a parlare con Belil sulla loro azione futura nel
quartiere. Avevano anche preso carta e penna e tracciavano parole, qualche
schizzo probabilmente delle strade e lui era rimasto fuori dal terzetto.
Certo, non era piacevole essere esclusi così, in un battere d’occhio, e però
nella situazione un vantaggio c’era, e consisteva nel potersi guardare Belil
, sentire perfino il suo profumo di mela dolce, proprio con calma e
soddisfazione.
Ad
un certo punto i due ( impresentati, mai visti, sopportati ecc ) si rivolsero
a lui e gli dissero : Tu, Jerei,
cosa potresti fare? Guarda, queste
sono le zone dove è necessario portare il nostro aiuto, caso mai la nostra
vigilanza. “
E
Belil “ potremmo convincerli ad avere un telefonino, e a chiamarci in caso
di aggressione o di bisogno”. “Sì” aggiungevano i due “E potremmo
istituire dei turni per essere pronti a intervenire o cose del genere. Tu che
turno potresti fare? ”.
Jerei
non si sentiva benissimo; a quel punto, i solito crampi allo stomaco si
erano affacciati e gli cominciavano a rovinare la serata, stimò in breve se
considerarli o metterli via, ma allo stato attuale presero il sopravvento su
di lui, che rispose qualcosa tipo “ belle idee, siete molto generosi, io di
solito sono molto impegnato ( falso) , poi il mio ruolo non so se me lo
permette ( faceva il politico a
tempo perso) , ma potrei segnalare la cosa a chi di dovere, e poi sono le
istituzioni che devono intervenire, i cittadini singoli anche se benemeriti
non possono risolvere il problema ecc…ecc… “ ( questi concetti li
sottolineò con una voce autorevole degna di un bel corso di dizione).
Veramente chi gli avesse suggerito di dire queste minchiate di passaggio non
avrebbe potuto affermarlo, ma in certi casi vengono sempre in aiuto entità
vaganti che raccogliendo le frasi ciarpame sentite qua
e là ne fanno tesoro per soffiarle negli orecchi dei tipi come Jerei.
Che
però non era cattivo, lo avrete capito, solo un
po’.. egoriferito, malattia diffusa e per questo non si sentiva in
colpa. Però Belil
lo aveva guardato senza dire niente, con aria di incredulità e con un
messaggio chiaro : (“questa
maschera dove l’hai raccattata?” ) Ed
era uscita dal locale, sì, il Sound Accomodation, quelle quattro pareti in
fondo al Vicolo del Marmo, a cui si attaccavano, come isole alla deriva, i
soliti che poco contavano della zona, però con qualche eccezione, tipi Sottil
Canopio, un cantante piuttosto affermato che misteriosamente stazionava
lì almeno un paio di volte a settimana; era
uscita dal locale, Belil, lasciandolo solo a bevucchiare il misto di vodka e
qualcos’altro, era uscita scivolando via leggera con i suoi due amici.
Ora
la notte avanzava e non succedeva nulla, se non questa tempesta magnetica nel
cervello di Jerei.
Era
forte, ma non arrivava al cuore, sicchè tutto sarebbe continuato come prima,
se non fosse per un certo fumo che entrando dal camino del salotto, invase in
pochi istanti anche la sua camera da letto, facendolo tossire, incazzare,
meravigliare e spaventare in un solo stato d’animo da cui cercò di uscire
aprendo la finestra. Anche fuori c’era un fumo denso che si spargeva sui
tetti...e non si capiva se si trattasse di un incendio, di una nebbia venuta (
e come ? ) dal nord; però, mentre vedeva della gente che correva qua e là
per fare qualcosa, un’immagine balzò vivida alla sua mente : era lui da
bambino che scappava da un incendio, e la sua mamma, e la sua sorellina, e
anche altri vicini. In quell’immagine ritrovò facce e corpi , grida e
parole di conforto, confusione e abbracci.
Allora si mosse quasi automaticamente e scese in strada, di qualsiasi
cosa ci fosse stato bisogno, era pronto. Non si nascondeva che, anche se a
livello subliminale, la speranza di rivedere
Belil faceva da deterrente , sicuro, era così. La cosa che più lo
scosse, in quel momento, ad onta del pericolo e del misterioso
non-si-sa-cosa-succede, era la sua improvvisa consapevolezza, non si
nascondeva il fatto che il nobile impulso ad aiutare era mescolato al
desiderio amoroso, e questo insieme sì, lo muoveva, era un fatto, forse lui
era davvero umano.
Rosalia
Grande
cERTi
ALIEnI
QUOTiDIANI
rubrica di
notizie e articoli alieni… tra le pagine di vari quotidiani!
L’articolo
che segue, tratto da
La Repubblica
riporta l'inizio di una - ora piccola ma forse poi grande -
"rivoluzione silenziosa". Seguendo il link a fine pagina
è possibile ripercorrere le varie tappe del viaggio Venezia-Pechino
attraverso 4 diversi articoli pubblicati da Repubblica.it. Gli articoli sono
corredati da fotografie dove non mancano momenti di svago o dove è possibile
vedere una lezione di Yoga nel corridoio della Transiberiana..
Buona
lettura e buon viaggio…
Elide
Stucchi
di Giampaolo
Visetti, da “
La Repubblica
” del 21 Gennaio 2010
Il treno dei matti italiani scuote Pechino al via
l´esperimento "manicomi aperti"
apre il
primo centro di igiene mentale in Cina: sul
modello di istituti analoghi a Trento
Pechino - La follia può
fare miracoli. A Pechino, è successo. Ci sono voluti più di due anni, ma il viaggio più pazzo
del mondo ha portato lontano. Nel 2007, tra mille scandali, un treno con a
bordo 210 malati di mente italiani partiti da Venezia era arrivato in Cina. La
via di Marco Polo, per dimostrare che solo l´amore, assieme alle medicine, può
salvare chi è colpito dai disturbi psichiatrici. Ieri, nel quartiere
Balizhuan della capitale, autorità italiane (guidate dall´ambasciatore
Riccardo Sessa) e cinesi hanno inaugurato il primo centro di salute mentale
del Paese.
Per
la Cina
è l´inizio di una rivoluzione. Le malattie psichiatriche,
come ogni deficit, restano una vergogna
da nascondere. Milioni di persone vengono recluse in casa dai
famigliari, o abbandonate, lasciate prive di cure, o recluse in manicomi
simili a quelli smantellati in Italia da Basaglia. Gli ospedali, spesso contigui alle carceri, sono
inaccessibili. In questi due anni, il viaggio straordinario dei matti italiani
ha però colpito i medici cinesi. Con l´umiltà e la curiosità che sta
portando la nazione alla guida del pianeta, hanno voluto scoprire il segreto
che aveva consentito a duecento malati di arrivare fino nel cuore della Città
Proibita, iniziando l´uscita dal tunnel.
Scienziati e funzionari comunisti, ripercorrendo il tragitto al contrario,
sono arrivati così a Trento, dove da una decina d´anni si è dato vita ad un´esperienza unica al mondo:
gli Ufe, ossia "Utenti e Famigliari Esperti" coinvolti nella
conduzione dei servizi psichiatrici. Un progetto semplice, capace
di migliorare la vita dei malati di mente grazie all´affetto e alle
responsabilità che ricevono. Gli Ufe trentini, che l´anno scorso hanno
attraversato l´Atlantico in barca a vela, hanno folgorato
la Cina. Al
punto che il governo, dopo ripetuti scambi e corsi di formazione, ha deciso di
ripensare il proprio sistema di cure.
Per tre giorni, a Pechino, i più importanti ospedali psichiatrici hanno
aperto le porte ai
visitatori. I primi tredici Ufe cinesi, già inseriti nella clinica di Haidian,
hanno potuto raccontare pubblicamente la loro vita. Un incontro commovente,
con i malati italiani. La clinica universitaria della capitale, centro di cura
più importante del Paese, si è impegnata a diffondere sul territorio sia i
centri di salute mentale che il nuovo rapporto con i pazienti. E´ la
filosofia del «fare insieme»,
promossa dallo psichiatra Renzo De Stefani e adottata dal professor Yao Guizhong,
responsabile del piano cinese. Non significa che
la Cina
abbia deciso di riconoscere come essenziale la centralità della persona e il
suo diritto alla libertà.
Ma se irrompe sulla scena la follia, non si sa
mai. Prossima tappa: uno scambio di Ufe Italia-Cina, modello Erasmus, per
dimostrare che dai malati c´è molto da imparare.

http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2.html
ROMA CITTA' ETERNA
?
Profezie sulla capitale del mondo
Fin dalla sua fondazione, col cerchio disegnato da
Romolo o mediante la fusione di villaggi pastorali vicini sull'ansa di un fiume
sacro, Roma ha avuto come inscritto nel suo destino di non essere una città
qualsiasi, ma destinata, forse suo malgrado, ad essere centro egemone di
interessi politici, culturali, economici e religiosi.
Non appare strano, quindi, come il parlare di Roma,
vaticinare il suo destino sia stato un esercizio pieno di simbolismi e di
riferimenti universali.
In realtà se prescindiamo dalla storiografia
agiografica imperiale, che pronosticava imperitura gloria e dominio agli
eserciti legionari e lunga vita all'Imperatore, profezie peraltro già smentite
da secoli, ho trovato pochissime predizioni per così dire favorevoli alla città,
né scenari sereni o raccomandabili per i suoi abitanti, come vedremo.
Fa eccezione, anche se il collegamento è forse un po'
forzato, la frase evangelica attribuita al Cristo “tu es Petrus et super hanc
petram edificabo ecclesiam meam”, laddove nel versetto successivo si aggiunge
che “le forze del male non prevarranno su di essa”. Bene c'è chi vede nel
Vaticano e più specificatamente nella Basilica di San Pietro una
rappresentazione fisica di questa saldezza imperitura, giacché nelle fondamenta
della chiesa sarebbe sepolto proprio l'Apostolo divenuto poi primo Papa. Anche
se poi proprio dalla Bibbia (apocalisse di Giovanni ultimo libro del Libro)
facciamo la conoscenza dell'Anticristo, che in un testo apocrifo non
riconosciuto (il testamento siriaco) e nella descrizione di numerosi profeti,
pare nascerà in Egitto da un rapporto incestuoso o addirittura da un rapporto
fra il Diavolo ed una prostituta. Vivrà la sua adolescenza nelle città
maledette di Betzaida e Corozaim e successivamente arriverà qui da noi a Roma
dove si introdurrà negli ambiti della gerarchia ecclesiastica
Inizialmente
Tertulliano e poi anche il monaco detto Venerabile Beda (siamo intorno al 700
d.C.) indicavano nella presenza fisica dell'anfiteatro Flavio, il Colosseo, il
segno della vita di Roma: al crollare di esso sarebbe avvenuta la distruzione
della città, preceduta da un breve periodo di grandi tribolazioni. Ma quel che
è ulteriormente importante e che si ritrova anche in successive profezie è che
alla distruzione di Roma seguirà la fine del mondo, letteralmente intesa. In
effetti molti vaticini legano il destino della città eterna a quello
dell'intera umanità, come quelli che parlano della venuta dell'Anticristo.
La religiosa Ildegonda, che fingendosi un uomo per
poter intraprendere una vita reliogiosa e monastica (come la papessa Giovanna,
che fu però scoperta per non aver saputo resistere ai piaceri della carne)
previde che quando entrerà l'Anticristo nella Chiesa, ai suoi vertici
gerarchici, inizierà la fine di Roma, cui seguirà quella del mondo intero. La
profezia di Ildegonda deriva da una visione avuta in Terrasanta nella quale
riferì di aver incontrato 3 strani personaggi 2 vestiti di rosso ed uno in
abiti cerimoniali con paramenti e monili; interrogandoli per sapere chi fossero
il primo le rispose di essere Pietro, il secondo disse di essere il suo
avversario ed il terzo di essere l'Anticristo. Il frate domenicano Robert d'Ulzes, alla fine del XIII
secolo ebbe la visione di Roma coperta completamente di polvere, mentre
attendeva il Giudizio Universale. Santa Brigida, conosciuta nella tradizione
popolare anche come la “strega” per le sue visioni e le sue stregonerie,
affermava di aver visto “Maometto ritornare a Roma, portando una lunga spada e
seminando la discordia....La monaca di Dresda (di cui si ignora il vero
nome e che visse alla fine del 1600) famosa veggente morta a 26 anni, descrisse
questa visione: “ da poco mi ero addormentata quando una mano mi prese e mi
sollevò. Mi trovai come su un poggio e ai miei piedi c'era la città benedetta
(Roma appunto), ma di questa riuscivo a
distinguere solo il Colosseo. Quando
riaprii gli occhi al posto del Colosseo c'era un piccolo lago e sopra un angelo
con una scritta in fronte:”Questa è la seconda prova”. Ma prima che il
larice rinverdisca per la terza volta una grandinata orribile si abbatterà
sulla città santa, ridotta ormai ad una spelonca di ladri, dove la pestilenza
ed il vizio saranno pane quotidiano e dove i vescovi mangeranno nella stessa
scodella dei malfattori, mentre i giusti periranno in carcere. Ed ora, mi disse
ancora la voce, voglio farti vedere la prima prova che verrà mandata alla città
santa; ho visto allora una fiamma di fuoco cadere sibilando sulla terra e andare
ad incunearsi tra le case, poco lontano dalla Basilica...e un'enorme voragine si
aprì inghiottendo case, strade, persone...”
Il Monaco di Padova, vissuto nel XVIII secolo, ripete
nelle sue profezie quelle dell'eremita Telosforo (1300) che predisse tra l'altro
la distruzione di Roma nel 2013....Chi si starà sbagliando fra i Maya
e l'eremita? Nel 1846 pare che nella località francese di
La Salette
vicno Grenoble sia apparsa
la Madonna
anche in questo caso a 2 pastorelli: Massimino e Melania. Tra l'altro dirà ai
2 bambini: “Roma sparirà ed il fuoco cadrà dal cielo e distruggerà 3 città.
Tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi, non si sentirà che
rumori di armi e di bestemmie. I giusti soffriranno molto, Roma perderà la fede
e diventerà il seggio dell'Anticristo. I demoni dell'aria, con l'Anticristo,
faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell'aria e gli uomini si pervertiranno
sempre di più. A suor Imelda nel 1872 apparve Roma distrutta e coperta
di macerie- Nella seconda metà del secolo scorso Giovanna Le Royer,
monaca, annunciò il segno che avrebbe indicato che la catastrofe era
vicina:”..quando si abbandonerà nella Chiesa la lingua delle catacombe (il
latino) Satana sarà prossimo a ingaggiare una tremenda lotta, perché sarà
questo il tempo in cui il suo diletto figliolo starà per giungere alla terra
Bartolomeo di Salluzzo, non senza un certo gusto per il verso poetico, disse:
“Firenze bella e Napoli gentile, ch'ognun di voi è divenuta un porcile, con
l'empia e sporca Roma, tutte e tre sarete dome e porterete una gran som
F. Blanchard, un sensitivo del XIX sec., nel 1886 disse
si aver avuto una spaventosa e realistica visione inerente piazza San Pietro:
“..al posto della fontana..c'era un'enorme tinozza di sangue e qui andava la
gente per tingere i drappi di rosso, che poi esponeva lungo le strade....i
drappi rossi gocciolavano sangue..”Per fortuna una delle profezie di quel
periodo è già “scaduta” senza che ne venisse rispettata la parte per così
dire esecutivo-testamentaria. Mi riferisco alla previsione di Innocent Rissault,
commentatore francese dell'epoca, che vaticinava per il
1980 l
'arrivo dell'Anticristo, la sua egemonia, lo scisma finale nella Chiesa
Cattolica e la distruzione di Roma nel 2000..Nostradamus (non poteva mancare...)
prevede che fra il II e III millennio Roma diverrà la base
dell'Anticristo. In una quartina delle sue centurie specifica che il regno durerà
27 anni dal 1999 al 2026.....forse anche questa l'abbiamo scampata.......Giovanni Bosco, fondatore come tutti sanno dell'ordine
dei salesiani, pare fosse dotato di alcuni poteri paranormali ed avesse
frequentemente sogni profetici, sulla veridicità dei quali esisterebbero (?)
dei riscontri. In una di queste premonizioni pare che avesse intuito e previsto
le afflizioni di Roma e ne avesse parlato anche con il papa Pio IX. Queste le
parole di Giovanni Bosco: ” e di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma
effemminata, Roma superba! Io verrò a te 4 volte. Nella prima percuoterò le
tue terre ed i suoi abitanti (c'è chi vi legge l'evento della prima guerra
mondiale). Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura (II
guerra mondiale e deportazione degli ebrei?). Non apri ancora l'occhio? Verrò
la terza volta, abbatterò le difese ed i difensori ed al
comando del Santo padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento
della desolazione. Ma i miei savi fuggiranno e la mia legge sarà calpestata.
Perciò farò la quarta visita...succederanno prevaricazioni nei dotti e negli
ignoranti...il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laverà le macchie che fai
alla legge di Dio” ..
la seconda parte sarà pubblicata sul prossimo numero
DEMETRIO
BACARO
___________________________________________________________________
da LIMES n.1/2010
di Giorgio ARFARAS
QUEL CHE WASHINGTON DEVE IMPARARE DA PECHINO E VICEVERSA
Il declino degli Stati Uniti è un
fatto, quanto il vincolo reciproco con
la Cina. Al
meglio, gli americani diventeranno mezze cicale, i cinesi mezze formiche.
Quanto a noi europei, nella tenaglia del G2 siamo già mezzi morti.
Si dispone di tra approcci per affrontare il
problema della decadenza degli Stati Uniti. Il primo afferma che gli imperi
franano sotto il peso degli impegni militari e del debito - in questo caso ci si
rifà a Kennedy e a Ferguson. Il secondo afferma che ci si era illusi che il
modo di vivere liberale, quello concentrato sul mercato e sulla democrazia
parlamentare, si potesse imporre ovunque, dopo la caduta dell'Urss e la
conversione cinese allo sviluppo economico. In questo caso ci si rifà a
Fukuyama. Il terzo afferma che stiamo assistendo solo al ritorno del primato
dell'Asia, che era l'economia dominante fino a qualche secolo fa. In questo
terzo caso si mostrano le statistiche di Mddison sul peso dell'Asia fino agli
albori della rivoluzione industriale.In effetti, non avendo ancora gli umani
avuto esperienza di un impero che si sia mantenuto sempre in posizione
dominante, si cercano le ragioni della decadenza dell'ultimo impero noto.
Gli ultimi accadimenti sembrano dar ragione a
tutti e tre gli approcci: 1) gli Stati Uniti sono impegnati militarmente
ovunque; 2) sono indebitati con paesi emergenti; 3) che hanno delle economie
ancora dirigiste e non hanno una democrazia compiuta; 4) infine, la crescita
economica dell'Asia è impressionante.
Si può dibattere se la decadenza degli Stati
Uniti sia "colpa" oppure "destino". Colpa, si sostiene,
perché nessuno ha costretto gli Stati Uniti: 1) ad andare in Iraq; 2) a lasciar
fiorire un'economia centrata sull'espansione perpetua del credito; 3) ad aprire
le proprie frontiere ai prodotti asiatici senza una contropartita di natura
politica: gli asiatici in cambio del volano della crescita (le importazioni
degli Stati Uniti) avrebbero dovuto, secondo questa scuola di pensiero,
"democratizzarsi"
Detto della "colpa" si può anche
argomentare che è stato "destino". La "colpa" sono gli
errori degli statunitensi. Ma gli errori sono stati commessi da tutti gli imperi
caduti: nessuno di questi voleva, infatti, decadere.
La
Cina emerge
Chi sostituirà gli Stati Uniti? Quasi tutti
pensano alla Cina e ai suoi fornitori asiatici di componenti. L'impero liberale
sarà sostituito da un'economia mista (statale e privata) con un unico partito a
governarla.
La Cina
, si argomenta, ha un'economia industriale e dunque "vera" mentre gli
Stati Uniti hanno troppa finanza e perciò un'economia "falsa". L'idea
che il bullone sia meglio dell'obbligazione ha ancora molti seguaci nel mondo:
il sudore degli opifici è molto meglio del deodorante dei finanzieri. Andando
in profondità, aleggia l'idea che il lavoro "fisico" crei valore,
mentre quello "intellettuale" sia un trucco per estorcere plusvalore.
I ragionamenti sulla forza della Cina sono
spesso esagerati. Si prendono i tassi di crescita cinesi e li si confronta con
quelli dei paesi ricchi. Si ha una gran differenza. Dunque si ha un'economia in
crescita con le altre che sono quasi ferme. Si estrapola la differenza e si
calcola in quanto tempo - alla fine, qualche decennio -
la Cina
supererà i paesi oggi ricchi.
Questo soddisfa i bisogni: 1) di chi desidera la
decadenza dell'Occidente o per effetto della Cina o per il mutamento climatico;
2) di chi vuole convincere gli altri ad investire i propri denari direttamente
in Cina o in attività i cui prezzi salgono per effetto della Cina, come quelli
delle materie prime industriali. C'è una terza categoria: quelli che vogliono
uno sviluppo rallentato del commercio internazionale per evitare che le cose si
mettano troppo male e fin da subito nei paesi ricchi. Apocalittici, finanzieri e
comunitaristi tifano per quel che porta acqua al loro mulino: la gran crescita
cinese.
Oppure
la Cina
deve ancora emergere
La discussione sulla decadenza degli Stati Uniti
contrapposta all'emergere della Cina non tiene nel dovuto conto la differenza
fra la crescita dei paesi emergenti ed emersi. I paesi emergenti possono
crescere moltissimo impiegando in maniera diversa le risorse. Ma poi tutto
questo non basta. Per dirla maleducatamente: l'Unione Sovietica produceva in
quantità trattori e carri armati, ma quando ha dovuto poi - intorno alla fine
degli anni Cinquanta - produrre anche beni e servizi "di fino" non c'è
riuscita. La fase iniziale della crescita é tumultuosa. Un trattore sostituisce
il lavoro di cento contadini che possono andare in città, dove sono alimentati
dai pochi contadini rimasti in campagna che guidano i trattori su e giù per i
campi.
La produzione forsennata di ponti, porti,
strade, autostrade, aeroporti, reti elettriche e di telecomunicazione è un
esempio di crescita trainata dalla riorganizzazione delle risorse.
Questo tipo di crescita si ha oggigiorno in Asia, ma anche in America
Latina e nell'Europa dell'Esta. In Nordamerica, in Europa e in Giappone la
crescita da riorganizzazione delle risorse ha esaurito da tempo la propria
propulsione. La libertà di movimento delle merci e del lavoro, l'effetto rete
(l'insieme degli effetti d'accelerazione degli investimenti dovuti allo sviluppo
contemporaneo delle infrastrutture) sono i motori della crescita che passa
attraverso l'impiego diverso delle risorse.
La crescita per invenzioni - il tipo di crescita
che segue quello iniziale appena descritto - richiede la presenza
d'imprenditori. I motori di questa crescita sono perciò un basso costo del
capitale, un facile accesso al capitale, la protezione dei brevetti e della
proprietà intellettuale, l'accettazione delle disparità di reddito come premio
per il successo, la libertà di fallire come costo dell'insuccesso. La crescita
per invenzioni è possibile se si ha sia l'individualismo sia la certezza del
diritto. Le moltitudini cinesi devono perciò essere libere e certe dei propri
diritti. Al di fuori dei paesi ricchi non si osserva ancora questo tipo di
crescita.
Oppure
ancora...
Fin qui il discorso è stato condotto ragionando
come se 1) le economie fossero ancora a base nazionale; 2) la potenza alla fine
dipendesse dall'economia; 3) gli Stati Uniti fossero in autentica difficoltà
con
la Cina
che sta emergendo, 4) e con la parte davvero difficile della sua crescita,
quella per invenzioni, che deve ancora arrivare. Bene, ora proviamo a far girare
nel ragionamento la famigerata globalizzazione.
Le imprese dei paesi ricchi vogliono produrre
con "qualità europea" e "costi cinesi" - l'espressione è
stata usata a un convegno di
industriali (europei). Questo significa che una parte della produzione diretta -
gli stabilimenti per assemblare - e indiretta - le componenti sofisticate -
finirà in Cina. Avremo delle imprese gigantesche, le cosiddette "platform
companies", che controllano la progettazione e la finanza e che
producono anche in Cina. Avremo, insomma, tante Ikea in giro per il pianeta, con
quest'ultimo non più ammorbato dalle insalubri emissioni.
La crescita per invenzioni, che
la Cina
non è in grado di promuovere per propri limiti istituzionali, potrebbe
arrivare lo stesso nel Celeste Impero, attraverso le imprese globali. Non è
necessario perciò che le moltitudini cinesi siano libere e certe dei propri
diritti.
La Cina
diventa l'"opificio" del mondo senza diventare una democrazia.
Crescita
e debito
La nostra tesi è che gli Stati Uniti avranno un
tasso di crescita inferiore a quello passato. Le famiglie debbono, consumando
meno, ridurre il proprio debito. Lo stato, che ha inizialmente bilanciato lo
"sciopero dei consumatori" con la maggior spesa pubblica, dovrà nel
tempo fare la stessa cosa per portare sotto controllo il proprio debito e dunque
dovrà frenare la spesa o alzare le imposte.
La Cina
- sempre nel corso del tempo - non potrà più crescere agli enormi tassi
dovuti alla costruzione forsennata di infrastrutture. Crescerà egualmente,
trainata dai minori investimenti in infrastrutture e come "opificio del
mondo". Gli Stati Uniti perciò non saranno importanti come una volta, e
la Cina
sarà più importante. Resta inevasa una domanda. Che fine farà il debito
pubblico statunitense detenuto dai cinesi in gran quantità?
Immaginiamo - scolasticamente - un meccanismo
equilibratore che funziona spalmato sui decenni. Nel tempo, la somma delle
esportazioni nette cinesi diventa debito pubblico statunitense: i cinesi
consumano meno di quanto producono. Per tenere il cambio, investono il surplus
valutario in titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Passa altro tempo, e le
esportazioni statunitensi verso al Cina diventano maggiori delle importazioni
dalla Cina: ora sono gli statunitensi che consumano meno di quanto producono. Il
debito con
la Cina
è man mano ripagato. I cinesi sono stati "formiche", ma poi
diventano "cicale". Gli statunitensi, simmetricamente, sono stati
"cicale", ma poi diventano "formiche". Questo è il
"vincolo intertemporale" che dà a ciascuno quel che gli spetta. Il
finale è "buonista" e a noi pare poco credibile.
Immaginiamo piuttosto che gli statunitensi si
rifiutino - il loro sistema politico non regge una crescita economica modesta
per tempo protratto - di diventare "formiche". Essi fanno capire ai
cinesi che non potranno riavere i loro crediti; i cinesi, pur orbi dei loro
crediti, sono però diventati una potenza, grazie al sistema industriale
costruito anche dagli altri, che è rimasto fisicamente nelle loro mani. In
questo caso, il risultato finale per i cinesi non è il massimo, non è un primo
migliore: il primo migliore è quello che vede i cinesi trasformare i Titoli di
Stato statunitensi di loro proprietà in beni e servizi prodotti negli Stati
Uniti.
La conclusione per i cinesi è quella di un
secondo migliore. I Titoli di Stato statunitensi restano nelle mani dei cinesi e
vanno immaginati come il costo dell'industrializzazione accelerata della Cina.
In altre parole, è come se gli Stati Uniti consolidassero il debito estero dei
cinesi. Il capitale perciò non
torna ai cinesi, che incassano all'infinito le cedole di loro spettanza.
Ai cinesi il secondo migliore può andare bene,
anche perché non hanno alternativa. Infatti, i cinesi, di fronte all'evidenza
che gli statunitensi non andranno mai in avanzo commerciale per molti anni,
rendendo così impossibile la trasmutazione dei titoli del Tesoro detenuti dai
cinesi in beni e servizi, potrebbero minacciare di nazionalizzare le industrie
estere che si trovano in Cina. A loro volta, gli Stati Uniti potrebbero
congelare il debito pubblico statunitense detenuto dai cinesi. In questo modo i
cinesi diverrebero poco credibili nel mondo come luogo perditempo per investire.
L'unica che scelta che resta ai cinesi è perciò quella di smettere - un giorno
o l'altro - di accumulare il debito pubblico degli Stati Uniti.
Con il rialzo dei rendimenti delle obbligazioni
pubbliche (e di conseguenza private) provocato da questa scelta, gli
statunitensi diventeranno alla fine (loro malgrado) "mezze formiche".
Ed i cinesi - per bilanciare la minor crescita statunitense - dovranno imparare
a consumare di più, dovranno diventare (loro malgrado?) "mezze
cicale".
E
noi?
Se il ragionamento esposto ha un senso, l'Europa
si troverà stretta nella tenaglia della concorrenza industriale cinese e dei
rendimenti crescenti sul debito degli Stati Uniti. Questi ultimi spingeranno in
alto i rendimenti delle obbligazioni di tutto il mondo. Ergo, la crescita
economica europea nel campo della manifattura non sarà vispa, e il debito
pubblico costerà di più.
POETi.......
Poeti
è un docu-film di Toni d'Angelo, che è stato presentato allo scorso Festiva di
Venezia nella sezione Controcampo Italiano e che dal 29 gennaio è in
programmazione al Filmstudio, in via degli Orti d'Alibert, a Roma (per chi fosse
interessato ad andarci dovrebbe essere in programmazione ancora per una
settimana alle ore 20:00).
Tra i
lirici contemporanei della scena underground che i protagonisti del film
incontrano anche Giovanni Minio,
socio dell'Associazione e allievo della scuola di Counseling.
Note di un interprete, poeta, allievo
Anche questo film è venuto alla luce come del resto altre cose
che sono
accadute negli ultimi tempi.
La partecipazione al film mi si
prospettò davanti circa un anno fa, contemporaneamente alla scuola di
Counseling ed io accettai ben volentieri di impegnarmi in ambedue le cose, come
aspettate da tempo e desiderate.
Sono arrivate insieme, la scuola ed il film, e non a caso.
Dopo trent'anni di poesia sono partito dall'Eur e dall’Eur è
partita la mia esperienza (e le riprese) di questo film che ci ha portati a
Venezia su una nave che ancora salpa
verso mete sconosciute.
Verso sconfinate interpretazioni dell' umano nel suo sentire,
divenire ed essere.
Giovanni Minio
Da “Il Giornale.it”
Viaggio nella Roma dei poeti
(di ieri e di oggi)
di Pier Francesco
Borgia.
(…) Si tratta sicuramente di un
lavoro per iniziati. Anche il neofita, però, può trarne giovamento. Intanto si
parte da un presupposto assolutamente intelligente: la poesia nasce anche dal
contesto. Nasce da una felice disposizione che il poeta conserva nei confronti
dell’ambiente in cui vive. E Roma in questo senso è un «additivo» molto
efficace per l’ispirazione poetica. Essere poeti oggi a Roma significa
innanzitutto confrontarsi con le presenze discrete ma pervasive di autori come
Orazio, Leopardi, Keats e Pasolini. La prima scena del film, quindi, non poteva
che inquadrare il cimitero acattolico di Testaccio. (…) Di nomi illustri ce ne
sono molti nel giardino chiuso a nord dalla piramide a sud da Monte Testaccio.
(…)
Roba grossa. Ricca di significato almeno per i due
poeti - Salvatore Sansone e Biagio Propato - che il regista D’Angelo ha
incaricato di fare da guida al pubblico in questo tour della «Roma poetica».
(…) In un luogo così carico di significato (e soprattutto molto suggestivo),
dove la quotidianità si stempera e i rumori delle strade arrivano ammorbiditi
dai cipressi, parte quindi il viaggio dei due poeti. Uno di loro vive a poche
centinaia di metri da lì. E’ Sansone. Sembra una figura d’altri tempi. Nato
per oziare e destinato a comunicare attraverso il verso e la sensibilità
poetica. L’altro si chiama Biagio Propato. Abita a San Lorenzo (il Greenwich
Village de noantri) e insegna lingua e letteratura inglese in un liceo dell’Eur.
Ed è proprio quest’ultimo a incontrare D’Angelo e a proporgli questo lungo
«viaggio» poetico attraverso la città. «Non sapevo niente di poesia -
confessa D’Angelo che ha vinto il Premio Donatello nel 2007 con la sua
operaprima.
Una notte -. Una sera, però, mi sono trovato a
bere una birra in un pub di San Lorenzo dove improvvisamente le persone attorno
al mio tavolo hanno iniziato a recitare poesie.
Bellissime.
Da quel
momento ho deciso di imbracciare una telecamera ed andare a curiosare per capire
cosa si nasconde dietro la parola “Poesia”». La prima impressione ricevuta
dal giovane cineasta è che la parola stessa sia ormai così fuori dal tempo da
essere addirittura rivoluzionaria. Ed immediatamente la memoria corre
all’effervescente stagione delle cantine e della controcultura sul finire
degli anni Settanta. Fu una breve ma intensa parentesi. E la lapide che ricorda
Gregory Corso nel cimitero di Testaccio ne è una prova sufficiente. Sul grande
schermo i volti dei poeti di oggi, le loro voci, i loro sguardi e le quinte di
una città così lunare nelle inquadrature adottate da D’Angelo, si alternano
alle immagini di repertorio. C’è la commovente orazione funebre di Moravia al
funerale di Pasolini («ogni secolo regala soltanto tre o quattro poeti. Uno di
loro, per il ’900, era e sarà Pier Paolo»), ci sono le confessioni poetiche
di Sandro Penna (altro flâneur, poeta e «inquilino» romano) ma soprattutto ci
sono le immagini del festival di Castelporziano che ci restituiscono un
giovanissimo Victor Cavallo, una Dacia Maraini snob e insicura, un impassibile
Allen Ginsberg e, appunto, un appassionato Corso. Oggi ci sono Dante Maffia («i
reading ci sono sempre stati. Leopardi ad esempio li aborriva e li evitava come
la peste»), Vito Riviello, il raffinato Elio Pecora, il commosso Luciano Luisi
e Maria Luisa Spaziani («altro che reading! La parola poetica, io, la voglio
vedere non ascoltare!»). Tra il Laurentino 38 e Tor Bella Monaca; tra piazza
Vittorio e Ostia, i due virgilii scelti da D’Angelo incontrano e interrogano
anche i volti nuovi della poesia romana come Silvia Bove, Cony Ray (memorabile
la sua lettura nel sottopassaggio della stazione Termini dove per coprire il
rumore delle auto è costretto a urlare), Lidia Riviello, Gabriele Peritore,
Giovanni Minio e Domenico Alvino. Il confronto è impari, ma la fiamma della
poesia resta accesa.

Figura
1
I due poeti protagonisti
LuoGhi e stORie
da COnOScEre:
Il nuovo cinema aquila
Intervista a
Edoardo dell’Acqua, Responsabile Attività Speciali della Cooperativa Fabian
Art Society (consociata Sol.Co)
Edoardo dell’Acqua mi accoglie nel bel foyer al
primo piano del cinema e seduti ad un tavolino inizio ad ascoltare una lunga
storia, piena di professionalità, di passione e di accoglienza.. ecco la prima
parte di questa interessante incontro.
Come responsabile
della cooperativa che attualmente gestisce il Nuovo Cinema Aquila ci puoi
raccontare un po’ la storia di questo luogo?
La
storia dell’attuale Cinema Aquila
si potrebbe far iniziare negli anni ‘70 -‘80 quando c’è
stata la grande crisi del cinema: le sale cinematografiche sono diventate
un peso economico, molte sale chiudono, altre si convertono in cinema porno. Il
Cinema Aquila vivacchia per un po’ come cinema porno appunto, che in realtà
era un luogo di incontro, con la signora che lavorava in cassa che dietro al
bancone aveva la pentola per prepararsi le sue minestre e dormiva con un branda
nel retro. Poi il cinema
chiude. Il quartiere si mobilita, cosa abbastanza anomala, inusuale,
perchè vuole che il cinema riapra, vengono organizzate varie cose, chiusura di
strade, proiezioni estive per strada, siamo negli anni ‘90. Il cinema era già
stato acquistato da una signora che gestiva dei fondi,
dei capitali per conto della banda della Magliana, la cui finalità era
quella di lucrarci trasformandolo in un supermarket. Però questo interessamento
da parte del quartiere ha un sfogo positivo nel senso che al termine di una
serie di manifestazioni ma anche di eventi festosi a scopo di protesta, un
drappello del quartiere viene ricevuto da Veltroni il quale assicura tutto il
suo interesse per recuperare la situazione. Il cinema viene acquisito dal
demanio come bene sottratto alla criminalità organizzata. Il progetto del
comune è stato quello di far diventare questo spazio, così come altre realtà
ora presenti a Roma,
la Casa
del Jazz,
la Casa
delle Donne,
la Casa
della Memoria,
la Casa
dell’architettura, ecc. farlo diventare appunto
la Casa
del Cinema.
Questo
luogo avrebbe dato visibilità al cinema italiano, tanto bistrattato dalla
distribuzione. Viene indetta una gara per gestire il cinema, gara che
volutamente richiede come requisito di essere una cooperativa sociale, quindi
qualcuno che oltre ad avere una competenza di cinema fosse in grado di
instaurare un forte rapporto con il quartiere e le realtà sociali presenti sul
territorio. Questo è un quartiere nato
con le case popolari all’epoca del fascismo, con i pratoni e le vecchie mura,
che poi si trova a ricevere l’immigrazione interna, soprattutto da Abruzzo,
Calabria , Molise, Basilicata, fenomeno che dà il via al proliferare di
edilizia spontanea, nascono nuovi spazi che sono legati all’artigianato.
Arrivando ai tempi recenti si verificano negli ultimi 15 anni due fenomeni:
un’immigrazione da paesi non europei, e uno spostamento in questa zona di
studenti universitari, espulsi da altre zone dall’innalzamento dei prezzi del
subaffitto. A seguito del progetto
di Rutelli “100 Piazze”, cento
luoghi da privilegiare per decentrare la città creando dei piccoli centri, il
quartiere ha una nuova trasformazione attraverso un atto semplicissimo ma
notevole che è stato la creazione dell’isola pedonale di via del Pigneto. E
da questa trasformazione si iniziano ad aprire locali, localini, con l’aiuto
anche di soldi pubblici, fondi messi a disposizione dal comune così che si
creassero attività che chiamassero giovani a lavorare e insieme un benessere
sociale, non strettamente economico ma anche di vivibilità.
Il
cinema Aquila si inserisce in questa realtà,la realtà di un quartiere che ha
una grande presenza di persone straniere -questa
è la zona che ha il più alto tasso di immigrati sudamericani a Roma-
qui vicino in un garage è stata ricavata una moschea, è un quartiere
con una grande presenza di universitari e con uno zoccolo duro ‘indigeno’,
io lo chiamo così, di quelle
persone che sono qui da tempo che a suo tempo hanno lottato perché arrivasse
l’acqua corrente, per avere le
strade asfaltate.
Questo
miscuglio di realtà diverse è -a seconda di come lo vedi- o un elemento un
po’ esplosivo, perché l’anziano che sta qui da sempre non vuole sentire gli
odori del kebab e di chi cucina tutto il giorno, o l’universitario che fa
tardi, che fa alzare i prezzi, non è visto di buon occhio da chi ha famiglia e
deve contenere le spese, ecc. e questi sono soli alcuni dei ‘problemi ‘
della quotidianità, della vicinanza. Ma per altri versi questa realtà è un
occasione eccezionale per avere una serie di utenti urbani, che rappresentano in
larga parte tre categorie che in qualche modo sono discriminate, gli
universitari, che vengono visti come una macchina per fare soldi, gli extra
comunitari perché vengono visti come dei reietti, e gli ‘indigeni’ perché
la città li ha espulsi in periferia e la loro casa se la sono dovuta costruire
da soli.
Quindi
questa è una situazione anche di grande stimolo, dove se si riescono a trovare
punti di confronto possono nascere delle cose molto interessanti. In questa
realtà dovevamo aprire il cinema, abbiamo preso il nostro progetto culturale di
80 pagine con cui abbiamo vinto la gara del comune e siamo andati in giro per le
scuole a presentarlo alla cittadinanza..
Bene, ‘correva l’anno’?
Sì,
correva l’anno 2006.
Quindi è stato
abbastanza forte l’impulso che la cittadinanza ha dato a questo progetto.
Anche io che lavoro in questa zona ricordo i manifesti appesi, le manifestazioni
che denunciavano la perdita da parte del quartiere di un luogo di cultura oltre
che di una sala cinematografica, e chiedevano che venisse portato avanti un
progetto, che si iniziassero dei lavori per rimettere in funzione la sala.
Infatti
la zona era stata in passato zeppa di sale per cinema, il cinema Impero, l’Ambassador,
ma tutti sono stati chiusi. In un quartiere così particolare mancava questa
possibilità, le persone per andare al cinema dovevano andare in altre zone e
questo equivaleva a certificare che il proprio
quartiere era impoverito, era privo di servizi.
Così
nelle nostre presentazioni ci siamo trovati di fronte a due realtà: quelli che
chiamiamo gli universitari, o
comunque tutti quelli che sono interessati al cinema d’essai,
contentissimi dell’apertura di un cinema dedicato a questo, al cinema
d’autore, e alla popolazione
‘indigena’ che non è interessata al cinema d’essai,
che vuole il cinema dove andare con la famiglia, con i nipoti, a vedere i
film che conoscono tutti, “che nessuno ce li deve spiegare, che compri i
popcorn e ti godi lo spettacolo”. A questo punto parliamo con il comune e
otteniamo la possibilità di cambiare.
Quindi c’è stato
un momento in cui avete interloquito con i cittadini del quartiere.
Si,
noi siamo andati nelle sale dove ci mettevamo in cattedra e spiegavamo il nostro
progetto. Abbiamo fatto incontri nelle scuole, invitando l’associazionismo, le
realtà del territorio e tutti i liberi cittadini a venire a questi incontri.
Questo punto mi
sembra molto interessante, non ho notizie di modalità simili per altri progetti
sul territorio. Avete tenuto presente il gradiente della popolazione..
Dal racconto che
hai fatto sulla storia del quartiere si comprende come il taglio
socio-antropologico sia il vostro punto di partenza. Attualmente il cinema è al
suo secondo anno di programmazione, so che state aggiustando il tiro su alcuni
aspetti organizzativi, in particolare per il contatto con le scuole del
territorio, con l’idea di creare dei laboratori per svelare alcuni trucchi
della comunicazione visiva e per educare i ragazzi a questa arte.
Attualmente
abbiamo progetti con vari centri di cultura, abbiamo presentato da poco la
rassegna su Jerzy Grotowski, e molto forte è il contatto con le diverse realtà
etniche presenti in questo quartiere, infatti abbiamo anche una programmazione
in lingua bengalese. Altri progetti particolari sono Cinemamma con una
programmazione ad hoc per mamme in allattamento e tutto il lavoro di interazione
con il Centro Sperimentale di Cinematografia …
E questo potrebbe
far parte di un prossima intervista, che ne dici?
Dico
che è un’ottima idea! A presto, e grazie!
Intervista
di Elide B. Stucchi
Una meditazione per unire le forze ‘vitali’
Qualche volta, durante il mese, noi suggeriamo di effettuare
una concentrazione meditativa il cui obbiettivo è sentirsi in equilibrio e
inviare energia ‘ vivente ’.
Concordata in quanto giorni e ore, ciascuno la metterà in
pratica dove si troverà in quel momento, preparandosi e scegliendo che sia il
suo tempo libero o prendendo il momento al volo. E cosa proponiamo di adottare ,
come procedura? Per diversi mesi, sempre la stessa, ossia una immagine che
rappresenti per ciascun ‘ meditante’ , l’insieme plurale del mondo , del
nostro pianeta. Terre e mari, monti, fiumi, giardini, popoli, suoni, colori,
linguaggi, riti, abiti, costumi, abitazioni, arti e mestieri.
Potete forse dire che è una compito arduo e che ben pochi ci
si metteranno; forse sarà così, forse no .
Potreste anche chiedere: qual è lo scopo? Quale sarà l’effetto?
Lo scopo è trovare un proprio stato ottimale, uno stato di equilibrio ed
imparare ad esercitare ‘l’esame di realtà ’, con la chance di riempire
questa realtà di proprie immagini e ‘contatti’. In cosa consiste questa
realtà? Nel fatto che in questo pianeta abitiamo in molti, alcuni miliardi di
esseri umani, organizzati in etnie, nazioni, culture, linguaggi, credi,
speranze, politiche, istituzioni, libri, canti, danze, teatri e convinzioni.
La domanda che segue è : cosa vogliamo fare? Eliminare chi
non ci aggrada? Chi la pensa diversamente ? chi agisce in modo opposto a quello
che noi riteniamo sia giusto, sparare a zero su chi non corrisponde alle nostre
aspettative, bollare di infamia chi segue valori differenti?
Terza domanda : pensiamo che queste eventuali azioni ed opere
e parole, contrapporsi ‘ in modo totale ’, cambi chi, a nostro modo di
vedere, ‘ ci sbarra la strada?’ O chi ha rappresentazioni del mondo che sono
assai lontane dalle nostre?
Non sarà, per caso, che così facendo, pur se al momento
otteniamo un qualche successo, il momento successivo tutto torni come prima, o
addirittura peggio di prima?
Riteniamo che solo noi abbiamo diritto ad avere ‘ il nostro
amor proprio ’ , la ‘ nostra ragione ’? Non è che per caso, sempre per
caso, anche altri abbiano un pizzico di ragione, anche negli altri ci sia un
pizzico di diritto a manifestare quello che pensano?
Sento dire che il discorso potrebbe anche essere convincente
, se non ci fossero in atto minacce serie, come il possibile nucleare a scopi
bellici in Iran, il cui governo è notoriamente duro e senza misericordia. Poi
ascolto anche la voce di chi afferma che il diritto ad avere l’arma atomica
non può essere solo di alcuni, che a loro volta sono e sono stati portatori di
guerra, difensori della pena di morte e inclini a chiudere più di un occhio
sulle disumane pratiche della tortura.
Ebbene, l’esame di realtà consiste nell’ essere
consapevoli che, tra i molti orientamenti esistenti nel pianeta terra, non ne
esiste uno che sia in assoluto meglio di un altro. Visti dall’interno, tutti i
paesi, le scelte, le forme di governo, hanno almeno un livello di plausibilità,
di coerenza interna, insomma, un pezzetto di ragione.
Ora una vera risultante del tutto non sarà tutta spostata a
favore esclusivo di qualcuno, ma un tipo di distribuzione che tiene conto di
ogni voce, di ogni convinzione.
Si possono cambiare gli equilibri? Verso un futuro più
rassicurante, con uno spazio più ampio per la pace, con meno miseria e più
uguaglianza?
Io credo di sì, ma inviando energia positiva, calore,
compassione, luce e amore, non rabbia, non risentimento, non cieca aggressività
né ignorando che il risultato sarà lento, non sarà un risultato ‘ lampo’.
Ed ecco l’invito alla concentrazione meditativa sulla
varietà del nostro mondo, sull’accoglienza delle grandi differenze;
accoglienza non vuol dire cambiare le proprie idee schiacciandole, ma
considerare con rispetto almeno una piccola parte delle realtà altrui, delle
idee altrui. Ascoltare le loro ragioni. Allora possiamo davvero capire che cosa
è la libertà, che non è solo un pensiero né un’emozione né un’assenza
di paura fisica, è la consapevolezza che lasciare le posizioni ’ ferree’ ,
andare oltre la semplicistica contrapposizione di bianco contro nero e
viceversa, di liberale contro socialista, di cristiano contro induista ecc…
per una atteggiamento di inclusione è una grande apertura di tutto l’essere,
è una evoluzione
La data di questa concentrazione collettiva, voi dite ?
Potrebbe essere il 21 febbraio alle 19?
Rosalia Grande
(Jiéchù)

Alice Miller :
- LA RIVOLTA DEL CORPO –
I danni di un'educazione violenta
Nel testo "La rivolta del Corpo - I danni di
un'educazione violenta" Alice Miller affronta il tema del corpo e del
continuum malattia-benessere in relazione alla consapevolezza delle nostre
emozioni autentiche.
Il concetto di base da cui muove la psicoanalista polacca è
che il corpo è fonte di tutte le informazioni vitali che possono portare ad una
maggiore auto-consapevolezza ed autonomia. In altre parole, citando il titolo di
un romanzo di Banana Yoshimoto, (...l'idea di base è ) che "Il corpo sa
tutto"... anche quando noi non lo sappiamo. O meglio, anche quando noi
evitiamo di saperlo. Ed è proprio quando evitiamo di sapere ciò che veramente
stiamo vivendo, quindi quando fingiamo di provare altro - ciò che sarebbe
lecito provare - che il corpo si ammala. Troppe emozioni vi restano imprigionate
dentro, in un conflitto tra "ciò che proviamo e conosciamo perché il
nostro corpo lo ha registrato e ciò che vorremmo (e aggiungerei dovremmo)
provare per adeguarci alle norme che abbiamo interiorizzato fin da piccoli".
A proposito di norme, nel testo l'attenzione della Miller, la
cui opera è costantemente rivolta al mondo del bambino, si sofferma in
particolare sul conflitto tra il IV Comandamento (Onora il Padre e la Madre) e i
sentimenti autentici provati da bambini che dal padre e la madre sono stati
maltrattati.
Un conflitto foriero di tensione e, potenzialmente, di
"falsi sé", per lo meno quando viene ignorata la legittimità del
sentimento autentico che non corrisponde all'amore e all'onore e che ha le sue
ragioni d'essere.
Il punto in cui trovo la scrittura della saggista illuminante
è proprio questo: spesso temiamo i nostri sentimenti negativi nei confronti di
chi non ci ha amato e magari ci ha maltrattato perché non ne riconosciamo la
fondatezza e la legittimità, sepolte sotto una coltre di moralismo e di...
paura.
Se non amiamo i nostri genitori chi amiamo allora? Cioè
siamo in grado di amare o siamo dei mostri disumani che non riescono a provare
un amore completo nei confronti di chi ci ha dato la vita?
L'autrice su questo, mettendosi in discussione in prima
persona, raccontando anche di sé nell'introduzione ci offre indirettamente
un'indicazione:
se ci imponiamo di amare, probabilmente amare per davvero ci
sarà molto difficile, presi dal nostro conflitto, mentre se ci riconosciamo la
legittimità e la libertà del nostro non amare chi non ci ama, potremmo più
facilmente aprirci ad amare chi ci dimostra amore.
Un esempio, abbastanza snello, di come la rimozione di
sentimenti di rabbia e di rifiuto possa contribuire significativamente a
generare varie forme di malessere, viene offerta nel quinto saggio breve della
prima sezione del testo, sulla vita del poeta giapponese Yukio Mishima.
(di seguito il saggio originale e commento)
ll bambino imprigionato e la necessità di negare il dolore (Yukio
Mishima)
Nel 1970, all'età di quarantacinque anni, Yukio Mishima,
celebre poeta giapponese, si uccise praticando harakiri. Si era spesso
autodefinito un mostro poiché avvertiva in sé una certa propensione per tutto
ciò che è morboso, perverso. Le sue fantasie avevano per oggetto la morte, il
mondo oscuro, la violenza sessuale. Viceversa, le sue poesie rivelano una
straordinaria sensibilità, soffocata sotto il peso delle tragiche esperienze
vissute da bambino.
Mishima era il primogenito di una coppia che, subito dopo il
matrimonio, secondo l'uso allora vigente in Giappone, si era stabilita nella
casa dei genitori. Qui egli nacque nel 1925. Poco dopo la nascita, la nonna
cinquantacinquenne lo volle in camera con sé: il suo lettino fu posto accanto a
quello di lei e da allora egli visse per anni completamente isolato dal mondo,
in balia delle esigenze della nonna. Costei soffriva di gravi depressioni, e il
bambino era spesso terrorizzato dai suoi attacchi isterici. La donna disprezzava
il marito ed anche il figlio, padre di Mishima, ma a suo modo idolatrava il
nipote, che doveva appartenere soltanto a lei. Nei suoi appunti autobiografici,
il poeta ricorda che nella stanza che divideva con la nonna l'aria era
soffocante e maleodorante, eppure non dà alcun conto di emozioni improntate a
rabbia o rifiuto poiché la situazione gli appariva come l'unica normale. A
quattro anni fu colpito da una grave malattia - un'auto-intossicazione, si disse
- che si sarebbe poi rivelata cronica. Quando andò a scuola, a sei anni,
conobbe per la prima volta altri bambini, tra i quali si sentì sempre estraneo
e diverso. Naturalmente aveva difficoltà a stare con i compagni che erano più
liberi nell'esprimere le loro emozioni e avevano un'esperienza diversa della
vita familiare. Quando ebbe nove anni, i genitori si trasferirono in una casa
propria, ma non portarono il bambino con sé. In quel periodo egli cominciò a
scrivere poesie, in ciò molto incoraggiato dalla nonna. Quando lui pure si
trasferì presso i genitori all'età di dodici anni, anche la madre si dimostrò
orgogliosa dei suoi lavori, mentre il padre gli stracciò i manoscritti ed egli
fu costretto a continuare a scrivere di nascosto. Né trovò mai in casa
comprensione e accettazione. La nonna aveva voluto crescerlo come una femmina e
il padre, a colpi di botte, come un maschio. Egli continuò pertanto a
frequentare spesso la nonna, che divenne il suo rifugio dalle violenze del
padre, tanto più che ora - il ragazzo aveva dodici o tredici anni - lo portava
con sé a teatro schiudendogli, così, le porte di un mondo nuovo: il mondo dei
sentimenti.
Ai miei occhi il suicidio di Mishima è l'espressione della
sua impossibilità di vivere i sentimenti di rifiuto, rabbia, ribellione che
aveva provato da piccolo nei confronti della nonna: non permise mai a se stesso
di esprimerli perché provava per lei anche gratitudine. Nella sua solitudine e
a confronto del padre, la nonna dovette apparirgli come un'ancora di salvezza. I
suoi veri sentimenti rimasero imprigionati nel legame che lo univa a quella
donna, che pure aveva sempre usato il bambino per soddisfare le proprie
esigenze, probabilmente anche sessuali. Di tutto questo nella biografie quasi
non si parla. E nemmeno lo stesso Mishima ne ha mai parlato, non volendosi di
fatto mai confrontare con la propria verità. Moltissime sono le motivazioni
addotte per spiegare il suo gesto suicida, salvo la causa più ovvia: poiché
appare del tutto normale che si provi riconoscenza nei confronti dei genitori,
dei nonni e dei loro sostituti anche se costoro hanno torturato un bambino. Ciò
appartiene alla nostra morale, in ragione della quale i nostri veri sentimenti e
i bisogni più genuini rimangono sepolti. Gravi malattie, morti precoci e
suicidi sono la logica conseguenza di un simile assoggettamento alle leggi che
noi definiamo "morale" e che di fatto minacciano di soffocare la vita
autentica, ovunque nel mondo fintanto che la nostra coscienza le tollera e le
tiene in maggior conto della vita. Il corpo non si adegua e prende a parlare la
lingua della malattia, che di rado è capita, quanto meno finché non viene
smascherata la negazione dei veri sentimenti provati nell'infanzia.
A tutt'oggi, molti imperativi del decalogo pretendono di
essere considerati validi, quando invece il quarto comandamento contraddice
invece tutte le leggi della psicologia. Dovrebbe essere portato a conoscenza di
tutti che l'"amore" estorto con la forza provoca danni gravissimi.
Coloro che sono stati amati da bambini ameranno i genitori senza che vi sia
bisogno di alcun comandamento. Obbedire a un ordine non genera mai amore.
La questione centrale su cui le parole della Miller mi
stimolano a riflettere è: cosa può portare un bambino maltrattato a rinnegare
la liceità dei propri sentimenti ? E cosa dà forza alla norma sociale o
religiosa interiorizzata? Ripensando tra l'altro a quella parte di bambino
arrabbiato che è anche in me, penso ci siano alcuni punti-elementi che possono
avvicinarmi ad una risposta: - una sorta di circolo vizioso che si innesca
quando ad un essere umano non si offre amore, per cui bisogno e risposta possono
prendere a crescere in maniera inversamente proporzionale; - il bisogno di
accettazione, che è poi un bisogno di essere amati, e che - come in alcuni casi
la mia nuova esperienza professionale di educatore mi sta dando modo di scoprire
- può giungere a richieste molto eclatanti: Come se quei ragazzi chiedessero di
base - attraverso una richiesta di accettazione delle loro pulsioni ed emozioni
meno accettabili - un'accettazione della propria persona. In questo senso credo
sia importante per chi ci lavora far passare una sincera accoglienza della
persona e non della singola emozione negativa, che in quanto tale - è vero -
non sempre è accettabile e spesso va riportata dentro un confine, ed in cui
comunque non si può identificare la globalità di un essere. - il timore della
distruttività delle proprie emozioni negative. Un timore che è anche fondato,
sano, ma che può essere esacerbato da un'identificazione esclusiva del proprio
sé con le proprie emozioni e i propri sentimenti distruttive/i. Ecco
su quest'ultimo punto credo si inneschi una questione fondamentale: il
superamento della fase dello specchio. Ovvero se mando a quel paese qualcuno e
ci va, non potrà più esserci quando ne avrò bisogno e allora… che faccio?
Non credo sia una domanda che conosca risposte assolute, ogni realtà è
differente: differenti i genitori, differenti le nostre emozioni, differenti le
azioni e i loro vissuti. Certo penso che l'accettazione della propria ed altrui
ambivalenza sia notevolmente d'aiuto. Ma ancora non so quanto questo sia
applicabile a chi abbia sofferto gravemente (violenze, abusi etc.).
Forse risalire a monte, recuperare una coscienza più antica
(nel tempo non ordinario) potrebbe essere una via, risalendo alla consapevolezza
del bisogno originario di amore e accettazione. Un altro ordine di riflessioni
(non-disconnesse), cui il saggio mi apre, sono relative al concetto di salute e
cultura. Come concepiamo noi la nostra salute, le nostre malattie, i nostri
momenti di equilibrio? Mere casualità di cellule dotate di assoluta autonomia e
disconnesse dal nostro essere in un sistema? Come doni o punizioni o più
semplicemente prove volute/i da una volontà superiore? Come risultanti dei
nostri conflitti emotivi? Leggendo, lavorando, praticando persone più
sagge di me, mi sembra di aver capito che il punto non è tanto nella
veridicità assoluta di ciascuna di queste posizioni quanto piuttosto nel
superamento della rimozione della nostra responsabilità – certo - e di
posizioni riduzioniste. Cioè nell'inquadramento sistemico del concetto di
salute, che tenga conto delle nostre diverse verità contingenti e
meta-temporali. Fortunatamente ormai anche in Italia si stanno diffondendo
nuove pratiche di cura e di salute: l'omeopatia, la psicosomatica, la
naturopatia, le medicine alternative. E più in generale, a monte, si vanno
facendo largo sottili istanze culturali dolcemente rivoluzionarie, quale, ad
esempio la concezione unitaria dell'essere umano, che supera il dualismo
mente-corpo o anima-corpo, e altre. E questo mi è testimoniato su diversi
fronti dal diffondersi di insegnamenti orientali e tradizionali, di
erboristerie, di centri yoga, di insegne luminose sulle farmacie recanti la
scritta "omeopatia".
Per rispondere alla domanda "noi come concepiamo la
nostra salute?" inviterei chi legge a consultare il sito dell'Associazione.
Come potrete leggere e come posso dirvi la concepiamo con serietà e con amore,
anche con la serenità di accettare il malessere - inteso talvolta pure come
l'onda regressiva, come l'emozione negativa - come momento-punto di una
possibile ulteriore crescita. La concepiamo integrando: varie fonti di sapere,
vari livelli dell'essere, varie coordinate cardinali. Con gli occhi ben aperti
sulla complessità del reale. Ed in quest'ottica - cioè nell'ottica degli
occhi ben aperti - se la realtà italiana mi sembra incoraggiante per gli
aspetti che ho appena citato e per altri che magari non ricordo, nella stessa
realtà esiste una cultura reazionaria, come adagiata su se stessa, la cultura
del riduzionismo scientifico, retaggio positivista, decisamente occidentale, o
come dicevo più in generale la cultura dell'assolutismo. Analogamente
potrei vedere il Giappone, verso cui inevitabilmente mi sono diretto con la
mente citando Yoshimoto e leggendo di Mishima. Anche il Giappone mi sembra una
realtà culturalmente polivalente; c'è un Giappone che è il Giappone - per
dirla con Eric Dodds o con Ruth Benedict - della "società della
vergogna". Ovvero una società regolata da modelli positivi di
comportamento (... presso cui...) la mancata adesione a questi modelli ha
come conseguenza la vergogna nel suo duplice aspetto di sanzione interna
(psicologica) - ovvero la perdita dell’autostima - ed esterna (sociale)
consistente nel biasimo della comunità e, al limite, nell’emarginazione.
Ma nello stesso Giappone esistono la cultura zen, preziosi
insegnamenti, un'autrice che dà ad un suo romanzo - appunto - il titolo
"Il corpo sa tutto", ed una cultura popolare che comunemente fa
ricorso all'espressione お身体に気をつけて下さい,"o
karada ni tsukete kudasai". Un'espressione di commiato, usata magari
nei confronti di qualcuno in difficoltà, che agli studenti di giapponese,
soprattutto agli inizi della lingua e della cultura, viene tradotta come
"prenditi cura di te - fa attenzione a te stesso" o in inglese come
"take care of your self", che certamente sono le espressioni culturali
che più ci si avvicinano. Ma la traduzione letterale della frase dice, a mio
avviso, molto di più; è un bell'augurio, con cui voglio chiudere questo
articolo: riponi il tuo chi nel tuo corpo!
Gabriele Grassi
"Certi diritti"
congresso
Certi Diritti ha svolto il suo terzo Congresso; stiamo
parlando di un'associazione piccola e giovane che ha già fatto parlare di sé
nella sterminata galassia di associazioni che si richiamano al mondo GLBT, a cui
Certi Diritti ha aggiunto una E.
Il Congresso di Firenze si è svolto tra sabato 30 gennaio e
domenica 31 presso la Foresteria Valdese, in via dei Serragli, 49. Già il luogo
evoca qualcosa di "altro", "diverso" dal solito. In questo
articolo parole come "altro" e "diverso" appariranno
frequentemente, per poi arrivare ad una sintesi col tutto. Dallo svolgimento del
Congresso si capisce subito che qualcosa è veramente diverso, come dice il sito
gay.it: "gente che corre, tutti impegnati (in chissà cosa), tanta
passione di sicuro". La mattina del 30 è dedicata alla discussione del
volume "Amore civile, progetto di riforma del Diritto di Famiglia"
(Mimesis edizioni), a cura di Francesco Bilotta e Bruno De Filippis. Il libro
raccoglie il lavoro condotto nell'ultimo anno da giuristi, sociologi, psicologi,
membri di associazioni legate alle problematiche famigliari, diversi nelle
competenze e nell'obiettivo da raggiungere, ma tutti insieme. Spiegano Giacomo
Cellottini, curatore del convegno, e Matteo Pegoraro, membro del direttivo
nazionale di Certi Diritti e responsabile per la Toscana: "Il risultato
di tale lavoro è una proposta di Riforma, che per la prima volta dopo il 1975
affronta le questioni più urgenti in materia familiare: dal riconoscimento
delle unioni di fatto, alla procreazione medicalmente assistita, dal matrimonio
tra persone dello stesso sesso, al divorzio breve. L'auspicio è che la proposta
di Riforma del Diritto di Famiglia divenga un Disegno di Legge per avviare un
dibattito approfondito nelle Aule parlamentari, in un'ottica non ideologica e
con una forte attenzione ai problemi reali delle persone".
Il Congresso vero e proprio si apre con una testimonianza in
video di Enzo Francone, il tesoriere dell’Associazione venuto a mancare
durante l’autunno, niente minuto di silenzio, ma una chiamata all'impegno.
Segue il racconto della coraggiosa azione di protesta organizzata da Enzo sulla
Piazza Rossa a Mosca, in un Paese che ancora oggi stenta a trovare la via della
modernizzazione e del rispetto dei diritti di ognuno. Enzo Cucco, storico
militante per l'affermazione dei diritti civili in Italia, e che
rappresenta Certi Diritti presso il comitato "Sì, lo Voglio", ne riassume
semplicemente il significato: nella battaglia per un mondo migliore, ciò che
conta è metterci la faccia, impegnarsi in prima persona per costruire una
comunità solidale. Si prosegue poi con l’intervento di Francesco e Manuel, il
primo in sciopero della fame ormai da 27 giorni. La loro presenza qui
esemplifica la missione dell’Associazione, richiamato già nel nome: non
contrattare per delle concessioni politiche, ma ribadire che i diritti sono di
tutte e tutti, ed ognuno dovrebbe attivarsi per vedere riconosciuto ciò che,
semplicemente, gli spetta. Loro lo hanno fatto singolarmente. Quando Francesco
viene aggredito durante una vacanza in Grecia, rischia grosso, anche perché
nell'isola dove si trovava non c'erano strutture mediche adeguate. La paura per
Manuel, che avendo Francesco come unica persona che si prende cura di lui e con
il quale ha sempre diviso tutto, ha rischiato di tornare a casa senza più un
ragazzo, e una volta tornato a Savana, a ritrovarsi senza nemmeno una casa visto
che risulta tutto di proprietà di Francesco. Decidono di reagire, vogliono
tutelarsi, capiscono che per lo stato sono cittadini di serie B e non ci stanno.
Insieme a diverse altre coppie in Italia affrontano il Comune della loro città,
chiedendo l'autorizzazione a sposarsi e ricorrendo alla Corte Costituzionale in
risposta alla negazione. Il bello di Certi Diritti è che tenta di collaborare
con tutte e tutti coloro che si danno da fare, che si aiutano. Forse la
collaborazione e l’appello all'unità sono proprio la chiave di questa prima
giornata di Congresso, caratterizzata dai saluti e gli interventi di
praticamente tutti i soggetti attivi in Italia per il riconoscimento dei diritti
e il progresso delle condizioni di vita delle persone omo, bisessuali e trans:
ma non solo. Sono inclusi tanti soggetti non strettamente LGBT, che mandano i
propri saluti o che sono presenti con propri rappresentanti.
Scrive gay.it: "Questa carrellata di interventi, che
potrebbe sembrare il circo delle vanità, è invece un momento importante: serve
a mostrare la varietà, e quindi le potenzialità, del movimento lgbt italiano.
Il messaggio del primo giorno di Congresso, sembrerebbe di capire, è che le
diversità -e la collaborazione- sono la chiave del successo. Per onestà,
questo resoconto non può però essere una sviolinata. Chiudiamo dunque con una
critica: sedendosi a guardare, ciò che salta subito all’occhio è la varietà
dei presenti: donne, uomini, giovani, anziani, omo, bi ed eterosessuali. Sì,
avete capito bene, è un casino qua: non si capisce con chi ci si può provare e
con chi no. Forse, in stile radicale, conviene tentare sempre". Con
questa ultima parte dell'articolo dedicato da gay.it all'evento possiamo
chiudere, ciò che è "diverso" e "altro" rientra nel tutto,
e a quel GLBT possiamo aggiungere una E. Sottotitolo dell'articolo? Uniti si
vince!
Diego
Sabatinelli

UNA NUVOLA DI FUMO SOPRA I TETTI
Jerei aveva ancora abbastanza sonno da smaltire, e non
perchè la notte precedente alla nostra storia avesse bevuto più del solito, d’altronde
era abituato a mescolare grappa e vodka perfino nello stesso bicchiere, ma
piuttosto perché il volto di Belil gli era comparso mille volte talché non
riusciva a dormire. Aveva provato a dirsi che niente di diverso era accaduto dai
suoi soliti innamoramenti fugaci, dei quali dopo due o tre giorni si perdevano
le tracce, nel suo cuore, sì, ma soprattutto nel telefono, perché le varie
incarnazioni delle dee femminili che la sorte gli faceva incontrare, si
squagliavano nel più rigoroso silenzio stampa. Non appena si stava
convincendo che anche questa volta niente di nuovo sotto il sole era accaduto,
ecco che quel volto gli cominciò a comparire davanti agli occhi, e più volte,
e non era mai uguale a se stesso, infatti una volta lo guardava con stupore, un’altra
con una specie di rimprovero agli angoli delle labbra ( belle, però, bisognava
riconoscere se dotati di un normale senso di estetica giustizia) , una volta
ancora con un sorriso enigmatico ma non per questo meno seducente e via dicendo.
Se avesse avuto una fotocamera o una matita per ritrarre tutti quei volti, che
poi erano sempre uno, ma con una capacità davvero strabiliante di sembrare
tanti, si sarebbe assicurato un buon soggetto per una mostra sulla variabilità
dell’ animo umano. Umano, già…ora, perché, pensando a questa parola molto
usata e maltrattata, non tanto come parola, ma come realtà incarnata, gli
veniva un brivido curioso sotto pelle? La spiegazione più semplice, cioè
quella che in mezzo alla notte che avanzava senza concedergli riposo era più
adatta, la spiegazione più semplice, dicevo per riprendere il discorso, era che
non si trattava esattamente di qualcosa definibile come ‘ un ordinario volto
umano ’.
Allora non era una persona? Cosa era? Al di là di tutte
queste fughe e speculazioni sparse, la verità sembrava emergere e non farsi
spostare dalle sue riflessioni inconcludenti: insomma l’incontro con Belil
segnava un punto,(fermo? ) nella sua carriera di uomo umano con poche idee
chiare alle quali comunque era molto affezionato, soprattutto all’insieme che
costituivano, che si rappresentava non senza un certo orgoglio, come un
melograno con i suoi frutti rossi, vividi e squillanti, dal colore intrigante e
dal sopore ineffabile. ( come del resto pensava di essere). Ancora qualche
digressione ( sui melograni ) lo portò fuori dal nucleo della questione, ossia
come rivedere Belil il più presto possibile.
Lei non aveva lasciato nessun numero di telefono, nessuna e-
mail, indirizzo face book, you tube, crix being o altri, e lui, preso da una non
strana timidezza ( ma certo non intelligente ) aveva fatto altrettanto. Non
gliela aveva presentata nessuno, era apparsa così, dietro il banco del bar –
pub dove neanche troppo spesso lui capitava, e lo aveva chiamato con una bella
voce, lenta, intensa, erotica senza alcun dubbio…infatti nel suo corpo si
erano avute subito certe reazioni note, e a cui dare una risposta, prima o poi.
In seguito lei gli aveva detto che chi pensava di avere un po’ di energia non
poteva esimersi dalla consapevolezza che bisognava fare qualcosa per un problema
che affliggeva il quartiere, cioè alcune persone non avevano dove stare e la
notte si trascinavano da un angolo all’altro, esponendosi al freddo ma
soprattutto al pericolo. Già, pericolo… non mancavano in quella strade certi
balordi con facce da Alcatraz ( quando esisteva ) che ogni tanto si davano allo
sport della caccia al solitario. Brutta gente, ceffi alieni o comunque con uno
spazio vuoto al posto del cuore che riempivano di volta in volta di stracci,
libri pessimi, insulti e macerie di sentimenti che non andavano oltre l’odio e
la rabbia senza oggetto.
"Che fare?", gli aveva chiesto. Lui non aveva molte
proposte, intanto quello che si opponeva a far lavorare il cervello era una
pigrizia quasi assoluta, una pigrizia così ben strutturata che al solo pensiero
di fare qualcosa oltre il già pensato, gli venivano i crampi allo stomaco e con
i crampi allo stomaco solo un masochista può andare in giro a fare qualcosa di
diverso dalla sua routine quotidiana. Vero anche che guardandola e ascoltandola
( non solo con le orecchie, ma con tutto il suo apparato istintivo, efficace e
sveglio, almeno per qualche tempo, rispetto alle grazie femminili), si incantava
qua e là in considerazioni piacevoli e prefigurazioni non da meno. Dovette
darsi un piccolo schiaffo metaforico ad un certo punto, perché l’immagine di
loro due che consumavano un’ora d’amore focosa e nuda nuda lo aveva semi
ipnotizzato e manco ascoltava più. Belil - così aveva detto di chiamarsi - lo
aveva richiamato alla presenza con una di quelle espressioni serie che poi gli
stavano comparendo ora di tanto in tanto, e il suo viso severo gli aveva fatto
pensare- non troppo seriamente, è vero, ma già era una novità, che forse
poteva aiutarla a fare qualcosa. Cercando di immaginarsi nelle vesti di un
benefattore che va in giro a scacciare i cattivi soggetti del quartiere e a
difendere i senza casa, senza lavoro e senza molte altre cose di cui lui invece
usufruiva, si era stupito nel constatare che poteva anche essere, che accanto a
Belil si poteva fare.
Non poteva certo negarsi che insieme alla nobile e nuova
indole di aiutante dei deboli c’era anche la speranza quasi certa che questo
lo avrebbe portato a realizzare quell’immagine di loro che aveva intravisto
prima, e mentre cercava di capire se allora era il caso di dare un o.k, a Belil,
che nel frattempo , oltre ad avergli sorriso con una espressione in
dimenticabile, gli aveva anche appoggiato una mano sul ginocchio, con quali
reazioni psicofisiche di Jerei potete immaginare. Sul più bello di questo quasi
idillio socio-amoroso erano intervenuti due tizi (possibili rivali ) a parlare
con Belil sulla loro azione futura nel quartiere. Avevano anche preso carta e
penna e tracciavano parole, qualche schizzo probabilmente delle strade e lui era
rimasto fuori dal terzetto. Certo, non era piacevole essere esclusi così, in un
battere d’occhio, e però nella situazione un vantaggio c’era, e consisteva
nel potersi guardare Belil , sentire perfino il suo profumo di mela dolce,
proprio con calma e soddisfazione. Ad un certo punto i due ( impresen tati, mai
visti, sopportati ecc ) si rivolsero a lui e gli dissero : Tu, Jerei, cosa
potresti fare? Guarda, queste sono le zone dove è necessario portare il nostro
aiuto, caso mai la nostra vigilanza. " E Belil " potremmo
convincerli ad avere un telefonino, e a chiamarci in caso di aggressione o di
bisogno". "Sì" aggiungevano i due "E potremmo istituire dei
turni per essere pronti a intervenire o cose del genere. Tu che turno potresti
fare? ".
Jerei non si sentiva benissimo; a quel punto, i solito crampi
allo stomaco si erano affacciati e gli cominciavano a rovinare la serata, stimò
in breve se considerarli o metterli via, ma allo stato attuale presero il
sopravvento su di lui, che rispose qualcosa tipo " belle idee, siete molto
generosi, io di solito sono molto impegnato ( falso) , poi il mio ruolo non so
se me lo permette ( faceva il politico a tempo perso) , ma potrei segnalare la
cosa a chi di dovere, e poi sono le istituzioni che devono intervenire, i
cittadini singoli anche se benemeriti non possono risolvere il problema ecc…ecc…
" ( questi concetti li sottolineò con una voce autorevole degna di un bel
corso di dizione). Veramente chi gli avesse suggerito di dire queste minchiate
di passaggio non avrebbe potuto affermarlo, ma in certi casi vengono sempre in
aiuto entità vaganti che raccogliendo le frasi ciarpame sentite qua e là ne
fanno tesoro per soffiarle negli orecchi dei tipi come Jerei. Che però
non era cattivo, lo avrete capito, solo un po’.. egoriferito, malattia diffusa
e per questo non si sentiva in colpa. Però Belil lo aveva guardato senza dire
niente, con aria di incredulità e con un messaggio chiaro : ("questa
maschera dove l’hai raccattata?" ) Ed era uscita dal locale, sì,
il Sound Accomodation, quelle quattro pareti in fondo al Vicolo del Marmo, a cui
si attaccavano, come isole alla deriva, i soliti che poco contavano della zona,
però con qualche eccezione, tipi Sottil Canopio, un cantante piuttosto
affermato che misteriosamente stazionava lì almeno un paio di volte a
settimana; era uscita dal locale, Belil, lasciandolo solo a bevucchiare il misto
di vodka e qualcos’altro, era uscita scivolando via leggera con i suoi due
amici. Ora la notte avanzava e non succedeva nulla, se non questa tempesta
magnetica nel cervello di Jerei.
Era forte, ma non arrivava al cuore, sicchè tutto sarebbe
continuato come prima, se non fosse per un certo fumo che entrando dal camino
del salotto, invase in pochi istanti anche la sua camera da letto, facendolo
tossire, incazzare, meravigliare e spaventare in un solo stato d’animo da cui
cercò di uscire aprendo la finestra. Anche fuori c’era un fumo denso che si
spargeva sui tetti...e non si capiva se si trattasse di un incendio, di una
nebbia venuta ( e come ? ) dal nord; però, mentre vedeva della gente che
correva qua e là per fare qualcosa, un’immagine balzò vivida alla sua mente
: era lui da bambino che scappava da un incendio, e la sua mamma, e la sua
sorellina, e anche altri vicini. In quell’immagine ritrovò facce e corpi ,
grida e parole di conforto, confusione e abbracci. Allora si mosse quasi
automaticamente e scese in strada, di qualsiasi cosa ci fosse stato bisogno, era
pronto. Non si nascondeva che, anche se a livello subliminale, la speranza di
rivedere Belil faceva da deterrente , sicuro, era così. La cosa che più lo
scosse, in quel momento, ad onta del pericolo e del misterioso
non-si-sa-cosa-succede, era la sua improvvisa consapevolezza, non si nascondeva
il fatto che il nobile impulso ad aiutare era mescolato al desiderio amoroso, e
questo insieme sì, lo muoveva, era un fatto, forse lui era davvero umano.
Rosalia
Grande
c ERTi
ALIEnI
QUOTiDIANI
rubrica di notizie e articoli alieni… tra le pagine di vari
quotidiani!
L’articolo che segue, tratto da La Repubblica
riporta l'inizio di una - ora piccola ma forse poi grande - "rivoluzione
silenziosa". Seguendo il link a fine pagina è possibile
ripercorrere le varie tappe del viaggio Venezia-Pechino attraverso 4 diversi
articoli pubblicati da Repubblica.it. Gli articoli sono corredati da fotografie
dove non mancano momenti di svago o dove è possibile vedere una lezione di Yoga
nel corridoio della Transiberiana..
Buona lettura e buon viaggio…
Elide Stucchi
di Giampaolo
Visetti, da "La Repubblica" del
21 Gennaio 2010
Il treno dei matti italiani scuote Pechino al via
l´esperimento "manicomi aperti"
apre il primo
centro di igiene mentale in Cina: sul modello di istituti analoghi a Trento
Pechino - La follia può fare miracoli. A Pechino, è
successo. Ci sono voluti più di due anni, ma il viaggio più pazzo del mondo ha
portato lontano. Nel 2007, tra mille scandali, un treno con a bordo 210 malati
di mente italiani partiti da Venezia era arrivato in Cina. La via di Marco Polo,
per dimostrare che solo l´amore, assieme alle medicine, può salvare chi è
colpito dai disturbi psichiatrici. Ieri, nel quartiere Balizhuan della capitale,
autorità italiane (guidate dall´ambasciatore Riccardo Sessa) e cinesi hanno
inaugurato il primo centro di salute mentale del Paese.
Per la Cina è l´inizio di una rivoluzione. Le malattie psichiatriche, come
ogni deficit, restano una vergogna da nascondere. Milioni di persone vengono
recluse in casa dai famigliari, o abbandonate, lasciate prive di cure, o recluse
in manicomi simili a quelli smantellati in Italia da Basaglia. Gli ospedali,
spesso contigui alle carceri, sono inaccessibili. In questi due anni, il viaggio
straordinario dei matti italiani ha però colpito i medici cinesi. Con
l´umiltà e la curiosità che sta portando la nazione alla guida del pianeta,
hanno voluto scoprire il segreto che aveva consentito a duecento malati di
arrivare fino nel cuore della Città Proibita, iniziando l´uscita dal tunnel.
Scienziati e funzionari comunisti, ripercorrendo il tragitto al contrario, sono
arrivati così a Trento, dove da una decina d´anni si è dato vita ad
un´esperienza unica al mondo: gli Ufe, ossia "Utenti e Famigliari
Esperti" coinvolti nella conduzione dei servizi psichiatrici. Un progetto
semplice, capace di migliorare la vita dei malati di mente grazie all´affetto e
alle responsabilità che ricevono. Gli Ufe trentini, che l´anno scorso hanno
attraversato l´Atlantico in barca a vela, hanno folgorato la Cina. Al punto che
il governo, dopo ripetuti scambi e corsi di formazione, ha deciso di ripensare
il proprio sistema di cure.
Per tre giorni, a Pechino, i più importanti ospedali psichiatrici hanno aperto
le porte ai visitatori. I primi tredici Ufe cinesi, già inseriti nella clinica
di Haidian, hanno potuto raccontare pubblicamente la loro vita. Un incontro
commovente, con i malati italiani. La clinica universitaria della capitale,
centro di cura più importante del Paese, si è impegnata a diffondere sul
territorio sia i centri di salute mentale che il nuovo rapporto con i pazienti.
E´ la filosofia del «fare insieme», promossa dallo psichiatra Renzo De
Stefani e adottata dal professor Yao Guizhong, responsabile del piano cinese.
Non significa che la Cina abbia deciso di riconoscere come essenziale la
centralità della persona e il suo diritto alla libertà. Ma se irrompe
sulla scena la follia, non si sa mai. Prossima tappa: uno scambio di Ufe
Italia-Cina, modello Erasmus, per dimostrare che dai malati c´è molto da imparare.

L’inizio della storia:
http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2.html
ROMA CITTA' ETERNA ?
Profezie sulla capitale del mondo
Fin dalla sua fondazione, col cerchio disegnato da Romolo o
mediante la fusione di villaggi pastorali vicini sull'ansa di un fiume sacro,
Roma ha avuto come inscritto nel suo destino di non essere una città qualsiasi,
ma destinata, forse suo malgrado, ad essere centro egemone di interessi
politici, culturali, economici e religiosi.
Non appare strano, quindi, come il parlare di Roma,
vaticinare il suo destino sia stato un esercizio pieno di simbolismi e di
riferimenti universali. In realtà se prescindiamo dalla storiografia
agiografica imperiale, che pronosticava imperitura gloria e dominio agli
eserciti legionari e lunga vita all'Imperatore, profezie peraltro già smentite
da secoli, ho trovato pochissime predizioni per così dire favorevoli alla
città, né scenari sereni o raccomandabili per i suoi abitanti, come vedremo.
Fa eccezione, anche se il collegamento è forse un po' forzato, la frase
evangelica attribuita al Cristo "tu es Petrus et super hanc petram
edificabo ecclesiam meam", laddove nel versetto successivo si aggiunge che
"le forze del male non prevarranno su di essa". Bene c'è chi vede nel
Vaticano e più specificatamente nella Basilica di San Pietro una
rappresentazione fisica di questa saldezza imperitura, giacché nelle fondamenta
della chiesa sarebbe sepolto proprio l'Apostolo divenuto poi primo Papa.
Anche se poi proprio dalla Bibbia (apocalisse di Giovanni
ultimo libro del Libro) facciamo la conoscenza dell'Anticristo, che in un testo
apocrifo non riconosciuto (il testamento siriaco) e nella descrizione di
numerosi profeti, pare nascerà in Egitto da un rapporto incestuoso o
addirittura da un rapporto fra il Diavolo ed una prostituta. Vivrà la sua
adolescenza nelle città maledette di Betzaida e Corozaim e successivamente
arriverà qui da noi a Roma dove si introdurrà negli ambiti della gerarchia
ecclesiastica. Inizialmente Tertulliano e poi anche il monaco detto
Venerabile Beda (siamo intorno al 700 d.C.) indicavano nella presenza fisica
dell'anfiteatro Flavio, il Colosseo, il segno della vita di Roma: al crollare di
esso sarebbe avvenuta la distruzione della città, preceduta da un breve periodo
di grandi tribolazioni. Ma quel che è ulteriormente importante e che si ritrova
anche in successive profezie è che alla distruzione di Roma seguirà la fine
del mondo, letteralmente intesa. In effetti molti vaticini legano il destino
della città eterna a quello dell'intera umanità, come quelli che parlano della
venuta dell'Anticristo.
La religiosa Ildegonda, che fingendosi un uomo per poter
intraprendere una vita reliogiosa e monastica (come la papessa Giovanna, che fu
però scoperta per non aver saputo resistere ai piaceri della carne) previde che
quando entrerà l'Anticristo nella Chiesa, ai suoi vertici gerarchici, inizierà
la fine di Roma, cui seguirà quella del mondo intero. La profezia di Ildegonda
deriva da una visione avuta in Terrasanta nella quale riferì di aver incontrato
3 strani personaggi 2 vestiti di rosso ed uno in abiti cerimoniali con paramenti
e monili; interrogandoli per sapere chi fossero il primo le rispose di essere
Pietro, il secondo disse di essere il suo avversario ed il terzo di essere
l'Anticristo.
Il frate domenicano Robert d'Ulzes, alla fine del XIII secolo
ebbe la visione di Roma coperta completamente di polvere, mentre attendeva il
Giudizio Universale. Santa Brigida, conosciuta nella tradizione popolare anche
come la "strega" per le sue visioni e le sue stregonerie, affermava di
aver visto "Maometto ritornare a Roma, portando una lunga spada e seminando
la discordia.."
La monaca di Dresda (di cui si ignora il vero nome e che
visse alla fine del 1600) famosa veggente morta a 26 anni, descrisse questa
visione: " da poco mi ero addormentata quando una mano mi prese e mi
sollevò. Mi trovai come su un poggio e ai miei piedi c'era la città benedetta
(Roma appunto), ma di questa riuscivo a distinguere solo il Colosseo. Quando
riaprii gli occhi al posto del Colosseo c'era un piccolo lago e sopra un angelo
con una scritta in fronte:"Questa è la seconda prova". Ma prima che
il larice rinverdisca per la terza volta una grandinata orribile si abbatterà
sulla città santa, ridotta ormai ad una spelonca di ladri, dove la pestilenza
ed il vizio saranno pane quotidiano e dove i vescovi mangeranno nella stessa
scodella dei malfattori, mentre i giusti periranno in carcere. Ed ora, mi disse
ancora la voce, voglio farti vedere la prima prova che verrà mandata alla
città santa; ho visto allora una fiamma di fuoco cadere sibilando sulla terra e
andare ad incunearsi tra le case, poco lontano dalla Basilica...e un'enorme
voragine si aprì inghiottendo case, strade, persone..."
Il Monaco di Padova, vissuto nel XVIII secolo, ripete nelle
sue profezie quelle dell'eremita Telosforo (1300) che predisse tra l'altro la
distruzione di Roma nel 2013....Chi si starà sbagliando fra i Maya e l'eremita?
Nel 1846 pare che nella località francese di La Salette
vicno Grenoble sia apparsa la Madonna anche in questo caso a 2 pastorelli:
Massimino e Melania. Tra l'altro dirà ai 2 bambini: "Roma sparirà ed il
fuoco cadrà dal cielo e distruggerà 3 città. Tutto si crederà perduto e non
si vedranno che omicidi, non si sentirà che rumori di armi e di bestemmie. I
giusti soffriranno molto, Roma perderà la fede e diventerà il seggio
dell'Anticristo. I demoni dell'aria, con l'Anticristo, faranno dei grandi
prodigi sulla terra e nell'aria e gli uomini si pervertiranno sempre di
più.."
A suor Imelda nel 1872 apparve Roma distrutta e coperta di
macerie.
Nella seconda metà del secolo scorso Giovanna Le Royer,
monaca, annunciò il segno che avrebbe indicato che la catastrofe era
vicina:"..quando si abbandonerà nella Chiesa la lingua delle catacombe (il
latino) Satana sarà prossimo a ingaggiare una tremenda lotta, perché sarà
questo il tempo in cui il suo diletto figliolo starà per giungere alla terra.
Frate Bartolomeo di Salluzzo, non senza un certo gusto per il
verso poetico, disse: "Firenze bella e Napoli gentile, ch'ognun di voi è
divenuta un porcile, con l'empia e sporca Roma, tutte e tre sarete dome e
porterete una gran soma"
F. Blanchard, un sensitivo del XIX sec., nel 1886 disse si
aver avuto una spaventosa e realistica visione inerente piazza San Pietro:
"..al posto della fontana..c'era un'enorme tinozza di sangue e qui andava
la gente per tingere i drappi di rosso, che poi esponeva lungo le strade....i
drappi rossi gocciolavano sangue.."
Per fortuna una delle profezie di quel periodo è già
"scaduta" senza che ne venisse rispettata la parte per così dire
esecutivo-testamentaria. Mi riferisco alla previsione di Innocent Rissault,
commentatore francese dell'epoca, che vaticinava per il 1980 l'arrivo
dell'Anticristo, la sua egemonia, lo scisma finale nella Chiesa Cattolica e la
distruzione di Roma nel 2000..
Nostradamus (non poteva mancare...) prevede che fra il II e
III millennio Roma diverrà la base dell'Anticristo. In una quartina delle sue
centurie specifica che il regno durerà 27 anni dal 1999 al 2026.....forse anche
questa l'abbiamo scampata!
San Giovanni Bosco, fondatore come tutti sanno dell'ordine
dei salesiani, pare fosse dotato di alcuni poteri paranormali ed avesse
frequentemente sogni profetici, sulla veridicità dei quali esisterebbero (?)
dei riscontri. In una di queste premonizioni pare che avesse intuito e previsto
le afflizioni di Roma e ne avesse parlato anche con il papa Pio IX. Queste le
parole di Giovanni Bosco: " e di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma
effemminata, Roma superba! Io verrò a te 4 volte. Nella prima percuoterò le
tue terre ed i suoi abitanti (c'è chi vi legge l'evento della prima guerra
mondiale). Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura (II
guerra mondiale e deportazione degli ebrei?). Non apri ancora l'occhio? Verrò
la terza volta, abbatterò le difese ed i difensori ed al comando del Santo
padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento della desolazione. Ma i
miei savi fuggiranno e la mia legge sarà calpestata. Perciò farò la quarta
visita...succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti...il tuo sangue
ed il sangue dei tuoi figli laverà le macchie che fai alla legge di Dio"
... la seconda parte sarà pubblicata sul prossimo
numero
Demetrio Bacaro
da LIMES n.1/2010
di Giorgio ARFARAS
QUEL CHE WASHINGTON DEVE IMPARARE DA PECHINO E VICEVERSA
Il declino degli Stati Uniti è un fatto, quanto il vincolo
reciproco con la Cina. Al meglio, gli americani diventeranno mezze cicale, i
cinesi mezze formiche. Quanto a noi europei, nella tenaglia del G2 siamo già
mezzi morti.
Si dispone di tra approcci per affrontare il problema della
decadenza degli Stati Uniti. Il primo afferma che gli imperi franano sotto il
peso degli impegni militari e del debito - in questo caso ci si rifà a Kennedy
e a Ferguson. Il secondo afferma che ci si era illusi che il modo di vivere
liberale, quello concentrato sul mercato e sulla democrazia parlamentare, si
potesse imporre ovunque, dopo la caduta dell'Urss e la conversione cinese allo
sviluppo economico. In questo caso ci si rifà a Fukuyama. Il terzo afferma che
stiamo assistendo solo al ritorno del primato dell'Asia, che era l'economia
dominante fino a qualche secolo fa. In questo terzo caso si mostrano le
statistiche di Mddison sul peso dell'Asia fino agli albori della rivoluzione
industriale.In effetti, non avendo ancora gli umani avuto esperienza di un
impero che si sia mantenuto sempre in posizione dominante, si cercano le ragioni
della decadenza dell'ultimo impero noto.
Gli ultimi accadimenti sembrano dar ragione a tutti e tre gli
approcci: 1) gli Stati Uniti sono impegnati militarmente ovunque; 2) sono
indebitati con paesi emergenti; 3) che hanno delle economie ancora dirigiste e
non hanno una democrazia compiuta; 4) infine, la crescita economica dell'Asia è
impressionante.
Si può dibattere se la decadenza degli Stati Uniti sia
"colpa" oppure "destino". Colpa, si sostiene, perché
nessuno ha costretto gli Stati Uniti: 1) ad andare in Iraq; 2) a lasciar fiorire
un'economia centrata sull'espansione perpetua del credito; 3) ad aprire le
proprie frontiere ai prodotti asiatici senza una contropartita di natura
politica: gli asiatici in cambio del volano della crescita (le importazioni
degli Stati Uniti) avrebbero dovuto, secondo questa scuola di pensiero,
"democratizzarsi".
Detto della "colpa" si può anche argomentare che
è stato "destino". La "colpa" sono gli errori degli
statunitensi. Ma gli errori sono stati commessi da tutti gli imperi caduti:
nessuno di questi voleva, infatti, decadere.
La Cina emerge
Chi sostituirà gli Stati Uniti? Quasi tutti pensano alla
Cina e ai suoi fornitori asiatici di componenti. L'impero liberale sarà
sostituito da un'economia mista (statale e privata) con un unico partito a
governarla. La Cina, si argomenta, ha un'economia industriale e dunque
"vera" mentre gli Stati Uniti hanno troppa finanza e perciò
un'economia "falsa". L'idea che il bullone sia meglio
dell'obbligazione ha ancora molti seguaci nel mondo: il sudore degli opifici è
molto meglio del deodorante dei finanzieri. Andando in profondità, aleggia
l'idea che il lavoro "fisico" crei valore, mentre quello
"intellettuale" sia un trucco per estorcere plusvalore.
I ragionamenti sulla forza della Cina sono spesso esagerati.
Si prendono i tassi di crescita cinesi e li si confronta con quelli dei paesi
ricchi. Si ha una gran differenza. Dunque si ha un'economia in crescita con le
altre che sono quasi ferme. Si estrapola la differenza e si calcola in quanto
tempo - alla fine, qualche decennio - la Cina supererà i paesi oggi ricchi.
Questo soddisfa i bisogni: 1) di chi desidera la decadenza
dell'Occidente o per effetto della Cina o per il mutamento climatico; 2) di chi
vuole convincere gli altri ad investire i propri denari direttamente in Cina o
in attività i cui prezzi salgono per effetto della Cina, come quelli delle
materie prime industriali. C'è una terza categoria: quelli che vogliono uno
sviluppo rallentato del commercio internazionale per evitare che le cose si
mettano troppo male e fin da subito nei paesi ricchi. Apocalittici, finanzieri e
comunitaristi tifano per quel che porta acqua al loro mulino: la gran crescita
cinese.
Oppure la Cina deve ancora emergere
La discussione sulla decadenza degli Stati Uniti contrapposta
all'emergere della Cina non tiene nel dovuto conto la differenza fra la crescita
dei paesi emergenti ed emersi. I paesi emergenti possono crescere moltissimo
impiegando in maniera diversa le risorse. Ma poi tutto questo non basta. Per
dirla maleducatamente: l'Unione Sovietica produceva in quantità trattori e
carri armati, ma quando ha dovuto poi - intorno alla fine degli anni Cinquanta -
produrre anche beni e servizi "di fino" non c'è riuscita. La fase
iniziale della crescita é tumultuosa. Un trattore sostituisce il lavoro di
cento contadini che possono andare in città, dove sono alimentati dai pochi
contadini rimasti in campagna che guidano i trattori su e giù per i campi.
La produzione forsennata di ponti, porti, strade, autostrade,
aeroporti, reti elettriche e di telecomunicazione è un esempio di crescita
trainata dalla riorganizzazione delle risorse. Questo tipo di crescita si ha
oggigiorno in Asia, ma anche in America Latina e nell'Europa dell'Esta. In
Nordamerica, in Europa e in Giappone la crescita da riorganizzazione delle
risorse ha esaurito da tempo la propria propulsione. La libertà di movimento
delle merci e del lavoro, l'effetto rete (l'insieme degli effetti
d'accelerazione degli investimenti dovuti allo sviluppo contemporaneo delle
infrastrutture) sono i motori della crescita che passa attraverso l'impiego
diverso delle risorse.
La crescita per invenzioni - il tipo di crescita che segue
quello iniziale appena descritto - richiede la presenza d'imprenditori. I motori
di questa crescita sono perciò un basso costo del capitale, un facile accesso
al capitale, la protezione dei brevetti e della proprietà intellettuale,
l'accettazione delle disparità di reddito come premio per il successo, la
libertà di fallire come costo dell'insuccesso. La crescita per invenzioni è
possibile se si ha sia l'individualismo sia la certezza del diritto. Le
moltitudini cinesi devono perciò essere libere e certe dei propri diritti. Al
di fuori dei paesi ricchi non si osserva ancora questo tipo di crescita.
Oppure ancora...
Fin qui il discorso è stato condotto ragionando come se 1)
le economie fossero ancora a base nazionale; 2) la potenza alla fine dipendesse
dall'economia; 3) gli Stati Uniti fossero in autentica difficoltà con la Cina
che sta emergendo, 4) e con la parte davvero difficile della sua crescita,
quella per invenzioni, che deve ancora arrivare. Bene, ora proviamo a far girare
nel ragionamento la famigerata globalizzazione.
Le imprese dei paesi ricchi vogliono produrre con
"qualità europea" e "costi cinesi" - l'espressione è stata
usata a un convegno di industriali (europei). Questo significa che una parte
della produzione diretta - gli stabilimenti per assemblare - e indiretta - le
componenti sofisticate - finirà in Cina. Avremo delle imprese gigantesche, le
cosiddette "platform companies", che controllano la
progettazione e la finanza e che producono anche in Cina. Avremo, insomma, tante
Ikea in giro per il pianeta, con quest'ultimo non più ammorbato dalle insalubri
emissioni.
La crescita per invenzioni, che la Cina non è in grado di
promuovere per propri limiti istituzionali, potrebbe arrivare lo stesso nel
Celeste Impero, attraverso le imprese globali. Non è necessario perciò che le
moltitudini cinesi siano libere e certe dei propri diritti. La Cina diventa
l'"opificio" del mondo senza diventare una democrazia.
Crescita e debito
La nostra tesi è che gli Stati Uniti avranno un tasso di
crescita inferiore a quello passato. Le famiglie debbono, consumando meno,
ridurre il proprio debito. Lo stato, che ha inizialmente bilanciato lo
"sciopero dei consumatori" con la maggior spesa pubblica, dovrà nel
tempo fare la stessa cosa per portare sotto controllo il proprio debito e dunque
dovrà frenare la spesa o alzare le imposte. La Cina - sempre nel corso del
tempo - non potrà più crescere agli enormi tassi dovuti alla costruzione
forsennata di infrastrutture. Crescerà egualmente, trainata dai minori
investimenti in infrastrutture e come "opificio del mondo". Gli Stati
Uniti perciò non saranno importanti come una volta, e la Cina sarà più
importante. Resta inevasa una domanda. Che fine farà il debito pubblico
statunitense detenuto dai cinesi in gran quantità?
Immaginiamo - scolasticamente - un meccanismo equilibratore
che funziona spalmato sui decenni. Nel tempo, la somma delle esportazioni nette
cinesi diventa debito pubblico statunitense: i cinesi consumano meno di quanto
producono. Per tenere il cambio, investono il surplus valutario in titoli del
Tesoro degli Stati Uniti. Passa altro tempo, e le esportazioni statunitensi
verso al Cina diventano maggiori delle importazioni dalla Cina: ora sono gli
statunitensi che consumano meno di quanto producono. Il debito con la Cina è
man mano ripagato. I cinesi sono stati "formiche", ma poi diventano
"cicale". Gli statunitensi, simmetricamente, sono stati
"cicale", ma poi diventano "formiche". Questo è il
"vincolo intertemporale" che dà a ciascuno quel che gli spetta. Il
finale è "buonista" e a noi pare poco credibile.
Immaginiamo piuttosto che gli statunitensi si rifiutino - il
loro sistema politico non regge una crescita economica modesta per tempo
protratto - di diventare "formiche". Essi fanno capire ai cinesi che
non potranno riavere i loro crediti; i cinesi, pur orbi dei loro crediti, sono
però diventati una potenza, grazie al sistema industriale costruito anche dagli
altri, che è rimasto fisicamente nelle loro mani. In questo caso, il risultato
finale per i cinesi non è il massimo, non è un primo migliore: il primo
migliore è quello che vede i cinesi trasformare i Titoli di Stato statunitensi
di loro proprietà in beni e servizi prodotti negli Stati Uniti.
La conclusione per i cinesi è quella di un secondo migliore.
I Titoli di Stato statunitensi restano nelle mani dei cinesi e vanno immaginati
come il costo dell'industrializzazione accelerata della Cina. In altre parole,
è come se gli Stati Uniti consolidassero il debito estero dei cinesi. Il
capitale perciò non torna ai cinesi, che incassano all'infinito le cedole di
loro spettanza.
Ai cinesi il secondo migliore può andare bene, anche perché
non hanno alternativa. Infatti, i cinesi, di fronte all'evidenza che gli
statunitensi non andranno mai in avanzo commerciale per molti anni, rendendo
così impossibile la trasmutazione dei titoli del Tesoro detenuti dai cinesi in
beni e servizi, potrebbero minacciare di nazionalizzare le industrie estere che
si trovano in Cina. A loro volta, gli Stati Uniti potrebbero congelare il debito
pubblico statunitense detenuto dai cinesi. In questo modo i cinesi diverrebero
poco credibili nel mondo come luogo perditempo per investire. L'unica che scelta
che resta ai cinesi è perciò quella di smettere - un giorno o l'altro - di
accumulare il debito pubblico degli Stati Uniti.
Con il rialzo dei rendimenti delle obbligazioni pubbliche (e
di conseguenza private) provocato da questa scelta, gli statunitensi
diventeranno alla fine (loro malgrado) "mezze formiche". Ed i cinesi -
per bilanciare la minor crescita statunitense - dovranno imparare a consumare di
più, dovranno diventare (loro malgrado?) "mezze cicale".
E noi?
Se il ragionamento esposto ha un senso, l'Europa si troverà
stretta nella tenaglia della concorrenza industriale cinese e dei rendimenti
crescenti sul debito degli Stati Uniti. Questi ultimi spingeranno in alto i
rendimenti delle obbligazioni di tutto il mondo. Ergo, la crescita economica
europea nel campo della manifattura non sarà vispa, e il debito pubblico
costerà di più.
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POETI…
Poeti è un docu-film di Toni d'Angelo, che è stato
presentato allo scorso Festiva di Venezia nella sezione Controcampo Italiano e
che dal 29 gennaio è in programmazione al Filmstudio, in via degli Orti d'Alibert,
a Roma (per chi fosse interessato ad andarci dovrebbe essere in programmazione
ancora per una settimana alle ore 20:00).
Tra i lirici contemporanei della scena underground che i
protagonisti del film incontrano anche Giovanni
Minio, socio dell'Associazione e allievo
della scuola di Counseling.

Note di un interprete, poeta, allievo
Anche questo film è venuto alla luce come del resto altre
cose che sono accadute negli ultimi tempi.
La partecipazione al film mi si prospettò davanti circa un anno fa,
contemporaneamente alla scuola di Counseling ed io accettai ben volentieri di
impegnarmi in ambedue le cose, come aspettate da tempo e desiderate.
Sono arrivate insieme, la scuola ed il film, e non a caso.
Dopo trent'anni di poesia sono partito dall'Eur e dall’Eur è partita la mia
esperienza (e le riprese) di questo film che ci ha portati a Venezia su una nave
che ancora salpa verso mete sconosciute. Verso sconfinate interpretazioni
dell' umano nel suo sentire, divenire ed essere.
iovanni Minio
Da "Il Giornale.it"
Viaggio nella Roma dei poeti
(di ieri e di oggi)
di Pier Francesco Borgia.
(…) Si tratta sicuramente di un lavoro per iniziati. Anche
il neofita, però, può trarne giovamento. Intanto si parte da un presupposto
assolutamente intelligente: la poesia nasce anche dal contesto. Nasce da una
felice disposizione che il poeta conserva nei confronti dell’ambiente in cui
vive. E Roma in questo senso è un «additivo» molto efficace per l’ispirazione
poetica. Essere poeti oggi a Roma significa innanzitutto confrontarsi con le
presenze discrete ma pervasive di autori come Orazio, Leopardi, Keats e Pasolini.
La prima scena del film, quindi, non poteva che inquadrare il cimitero
acattolico di Testaccio. (…) Di nomi illustri ce ne sono molti nel giardino
chiuso a nord dalla piramide a sud da Monte Testaccio. (…)
Roba grossa. Ricca di significato almeno per i due poeti -
Salvatore Sansone e Biagio Propato - che il regista D’Angelo ha incaricato di
fare da guida al pubblico in questo tour della «Roma poetica». (…) In un
luogo così carico di significato (e soprattutto molto suggestivo), dove la
quotidianità si stempera e i rumori delle strade arrivano ammorbiditi dai
cipressi, parte quindi il viaggio dei due poeti. Uno di loro vive a poche
centinaia di metri da lì. E’ Sansone. Sembra una figura d’altri tempi. Nato
per oziare e destinato a comunicare attraverso il verso e la sensibilità
poetica. L’altro si chiama Biagio Propato. Abita a San Lorenzo (il Greenwich
Village de noantri) e insegna lingua e letteratura inglese in un liceo dell’Eur.
Ed è proprio quest’ultimo a incontrare D’Angelo e a proporgli questo lungo
«viaggio» poetico attraverso la città. «Non sapevo niente di poesia -
confessa D’Angelo che ha vinto il Premio Donatello nel 2007 con la sua
operaprima.
Una notte -. Una sera, però, mi sono trovato a bere una
birra in un pub di San Lorenzo dove improvvisamente le persone attorno al mio
tavolo hanno iniziato a recitare poesie.
Bellissime.
Da quel momento ho deciso di imbracciare una telecamera ed
andare a curiosare per capire cosa si nasconde dietro la parola
"Poesia"». La prima impressione ricevuta dal giovane cineasta è che
la parola stessa sia ormai così fuori dal tempo da essere addirittura
rivoluzionaria. Ed immediatamente la memoria corre all’effervescente stagione
delle cantine e della controcultura sul finire degli anni Settanta. Fu una breve
ma intensa parentesi. E la lapide che ricorda Gregory Corso nel cimitero di
Testaccio ne è una prova sufficiente. Sul grande schermo i volti dei poeti di
oggi, le loro voci, i loro sguardi e le quinte di una città così lunare nelle
inquadrature adottate da D’Angelo, si alternano alle immagini di repertorio. C’è
la commovente orazione funebre di Moravia al funerale di Pasolini («ogni secolo
regala soltanto tre o quattro poeti. Uno di loro, per il ’900, era e sarà
Pier Paolo»), ci sono le confessioni poetiche di Sandro Penna (altro flâneur,
poeta e «inquilino» romano) ma soprattutto ci sono le immagini del festival di
Castelporziano che ci restituiscono un giovanissimo Victor Cavallo, una Dacia
Maraini snob e insicura, un impassibile Allen Ginsberg e, appunto, un
appassionato Corso. Oggi ci sono Dante Maffia («i reading ci sono sempre stati.
Leopardi ad esempio li aborriva e li evitava come la peste»), Vito Riviello, il
raffinato Elio Pecora, il commosso Luciano Luisi e Maria Luisa Spaziani («altro
che reading! La parola poetica, io, la voglio vedere non ascoltare!»). Tra il
Laurentino 38 e Tor Bella Monaca; tra piazza Vittorio e Ostia, i due virgilii
scelti da D’Angelo incontrano e interrogano anche i volti nuovi della poesia
romana come Silvia Bove, Cony Ray (memorabile la sua lettura nel sottopassaggio
della stazione Termini dove per coprire il rumore delle auto è costretto a
urlare), Lidia Riviello, Gabriele Peritore, Giovanni Minio e Domenico Alvino. Il
confronto è impari, ma la fiamma della poesia resta accesa.

Figura 1 I due poeti protagonisti
Lu oGhi
e stORie
da COnOScEre:
ll nuovo cinema aquila
Intervista a Edoardo dell’Acqua, Responsabile Attività
Speciali della Cooperativa Fabian Art Society (consociata Sol.Co)
Edoardo dell’Acqua mi accoglie nel bel foyer al primo piano
del cinema e seduti ad un tavolino inizio ad ascoltare una lunga storia, piena
di professionalità, di passione e di accoglienza.. ecco la prima parte di
questa interessante incontro.
Come responsabile della cooperativa che attualmente gestisce
il Nuovo Cinema Aquila ci puoi raccontare un po’ la storia di questo luogo?
La storia dell’attuale Cinema Aquila si potrebbe far
iniziare negli anni ‘70 -‘80 quando c’è stata la grande crisi del cinema:
le sale cinematografiche sono diventate un peso economico, molte sale chiudono,
altre si convertono in cinema porno. Il Cinema Aquila vivacchia per un po’
come cinema porno appunto, che in realtà era un luogo di incontro, con la
signora che lavorava in cassa che dietro al bancone aveva la pentola per
prepararsi le sue minestre e dormiva con un branda nel retro. Poi il cinema
chiude. Il quartiere si mobilita, cosa abbastanza anomala, inusuale, perchè
vuole che il cinema riapra, vengono organizzate varie cose, chiusura di strade,
proiezioni estive per strada, siamo negli anni ‘90. Il cinema era già stato
acquistato da una signora che gestiva dei fondi, dei capitali per conto della
banda della Magliana, la cui finalità era quella di lucrarci trasformandolo in
un supermarket. Però questo interessamento da parte del quartiere ha un sfogo
positivo nel senso che al termine di una serie di manifestazioni ma anche di
eventi festosi a scopo di protesta, un drappello del quartiere viene ricevuto da
Veltroni il quale assicura tutto il suo interesse per recuperare la situazione.
Il cinema viene acquisito dal demanio come bene sottratto alla criminalità
organizzata. Il progetto del comune è stato quello di far diventare questo
spazio, così come altre realtà ora presenti a Roma, la Casa del Jazz, la Casa
delle Donne, la Casa della Memoria, la Casa dell’architettura, ecc. farlo
diventare appunto la Casa del Cinema.
Questo luogo avrebbe dato visibilità al cinema italiano,
tanto bistrattato dalla distribuzione. Viene indetta una gara per gestire il
cinema, gara che volutamente richiede come requisito di essere una cooperativa
sociale, quindi qualcuno che oltre ad avere una competenza di cinema fosse in
grado di instaurare un forte rapporto con il quartiere e le realtà sociali
presenti sul territorio. Questo è un quartiere nato con le case popolari all’epoca
del fascismo, con i pratoni e le vecchie mura, che poi si trova a ricevere l’immigrazione
interna, soprattutto da Abruzzo, Calabria , Molise, Basilicata, fenomeno che dà
il via al proliferare di edilizia spontanea, nascono nuovi spazi che sono legati
all’artigianato. Arrivando ai tempi recenti si verificano negli ultimi 15 anni
due fenomeni: un’immigrazione da paesi non europei, e uno spostamento in
questa zona di studenti universitari, espulsi da altre zone dall’innalzamento
dei prezzi del subaffitto. A seguito del progetto di Rutelli "100
Piazze", cento luoghi da privilegiare per decentrare la città creando dei
piccoli centri, il quartiere ha una nuova trasformazione attraverso un atto
semplicissimo ma notevole che è stato la creazione dell’isola pedonale di via
del Pigneto. E da questa trasformazione si iniziano ad aprire locali, localini,
con l’aiuto anche di soldi pubblici, fondi messi a disposizione dal comune
così che si creassero attività che chiamassero giovani a lavorare e insieme un
benessere sociale, non strettamente economico ma anche di vivibilità.
Il cinema Aquila si inserisce in questa realtà,la realtà di
un quartiere che ha una grande presenza di persone straniere -questa è la zona
che ha il più alto tasso di immigrati sudamericani a Roma- qui vicino in un
garage è stata ricavata una moschea, è un quartiere con una grande presenza di
universitari e con uno zoccolo duro ‘indigeno’, io lo chiamo così, di
quelle persone che sono qui da tempo che a suo tempo hanno lottato perché
arrivasse l’acqua corrente, per avere le strade asfaltate.
Questo miscuglio di realtà diverse è -a seconda di come lo
vedi- o un elemento un po’ esplosivo, perché l’anziano che sta qui da
sempre non vuole sentire gli odori del kebab e di chi cucina tutto il giorno, o
l’universitario che fa tardi, che fa alzare i prezzi, non è visto di buon
occhio da chi ha famiglia e deve contenere le spese, ecc. e questi sono soli
alcuni dei ‘problemi ‘ della quotidianità, della vicinanza. Ma per altri
versi questa realtà è un occasione eccezionale per avere una serie di utenti
urbani, che rappresentano in larga parte tre categorie che in qualche modo sono
discriminate, gli universitari, che vengono visti come una macchina per fare
soldi, gli extra comunitari perché vengono visti come dei reietti, e gli ‘indigeni’
perché la città li ha espulsi in periferia e la loro casa se la sono dovuta
costruire da soli.
Quindi questa è una situazione anche di grande stimolo, dove
se si riescono a trovare punti di confronto possono nascere delle cose molto
interessanti. In questa realtà dovevamo aprire il cinema, abbiamo preso il
nostro progetto culturale di 80 pagine con cui abbiamo vinto la gara del comune
e siamo andati in giro per le scuole a presentarlo alla cittadinanza..
Bene, ‘correva l’anno’?
Sì, correva l’anno 2006.
Quindi è stato abbastanza forte l’impulso che la
cittadinanza ha dato a questo progetto. Anche io che lavoro in questa zona
ricordo i manifesti appesi, le manifestazioni che denunciavano la perdita da
parte del quartiere di un luogo di cultura oltre che di una sala
cinematografica, e chiedevano che venisse portato avanti un progetto, che si
iniziassero dei lavori per rimettere in funzione la sala.
Infatti la zona era stata in passato zeppa di sale per
cinema, il cinema Impero, l’Ambassador, ma tutti sono stati chiusi. In un
quartiere così particolare mancava questa possibilità, le persone per andare
al cinema dovevano andare in altre zone e questo equivaleva a certificare che il
proprio quartiere era impoverito, era privo di servizi.
Così nelle nostre presentazioni ci siamo trovati di fronte a
due realtà: quelli che chiamiamo gli universitari, o comunque tutti quelli che
sono interessati al cinema d’essai, contentissimi dell’apertura di un
cinema dedicato a questo, al cinema d’autore, e alla popolazione ‘indigena’
che non è interessata al cinema d’essai, che vuole il cinema dove
andare con la famiglia, con i nipoti, a vedere i film che conoscono tutti,
"che nessuno ce li deve spiegare, che compri i popcorn e ti godi lo
spettacolo". A questo punto parliamo con il comune e otteniamo la
possibilità di cambiare.
Quindi c’è stato un momento in cui avete interloquito con
i cittadini del quartiere.
Si, noi siamo andati nelle sale dove ci mettevamo in cattedra
e spiegavamo il nostro progetto. Abbiamo fatto incontri nelle scuole, invitando
l’associazionismo, le realtà del territorio e tutti i liberi cittadini a
venire a questi incontri.
Questo punto mi sembra molto interessante, non ho notizie di
modalità simili per altri progetti sul territorio. Avete tenuto presente il
gradiente della popolazione..
Dal racconto che hai fatto sulla storia del quartiere si
comprende come il taglio socio-antropologico sia il vostro punto di partenza.
Attualmente il cinema è al suo secondo anno di programmazione, so che state
aggiustando il tiro su alcuni aspetti organizzativi, in particolare per il
contatto con le scuole del territorio, con l’idea di creare dei laboratori per
svelare alcuni trucchi della comunicazione visiva e per educare i ragazzi a
questa arte.
Attualmente abbiamo progetti con vari centri di cultura,
abbiamo presentato da poco la rassegna su Jerzy Grotowski, e molto forte è il
contatto con le diverse realtà etniche presenti in questo quartiere, infatti
abbiamo anche una programmazione in lingua bengalese. Altri progetti particolari
sono Cinemamma con una programmazione ad hoc per mamme in allattamento e tutto
il lavoro di interazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia …
E questo potrebbe far parte di un prossima intervista, che ne
dici?
Dico che è un’ottima idea! A presto, e grazie!
Intervista di Elide B. Stucchi
L’
informatore
dinamico
Periodico
dell’ Associazione IL DIVENIRE
Il
contesto e il significato
Se
le cose sono valide e significative ‘in sé’, o magari se assumono
significati diversi a seconda dello spazio in cui sono inserite, è una
questione feconda, che ha dato origine a molte ricerche, discussioni,
confronti, dibattiti. E anche gli ambiti interessati sono molteplici: dalla
biologia, alla chimica, alla all’antropologia, alla scienza
dell’alimentazione, alla filosofia, alla psicologia. Nemmeno la medicina
si è potuta sottrarre alle tante interrogazioni che questo argomento
solleva, anzi, a ben vedere, ne ha sempre tenuto conto, sia con la
tradizionale ‘teoria degli umori’ di Ippocrate, sia con i moderni studi
sulla dipendenza di certe malattie dal clima e dal luogo più o meno
salubre, più o meno inquinato in cui la persona si trova.
Le
malattie ‘professionali’ ne sono un esempio chiaro: sostanze chimiche,
l’atmosfera, il rumore, la luce troppo forte, il buio costante, gli
ambienti isolati, la mancata sicurezza ambientale è risaputo che sono la
causa di molti disturbi, dal semplice stress alle malattie cardiache, ai
tumori e così via. Ma da un
punto di vista più, come dire,
’esistenziale’? Ricordate Godel Escher e Bach, ovvero ‘Un’eterna
ghirlanda brillante’ di Hofstadter ? è un testo che affronta la questione
da un punto di vista filosofico e di algoritmi, puntando il dito sul tempo,
e sulle infinite suddivisioni dello spazio secondo cui la tartaruga è
favorita nella corsa rispetto al piè veloce Achille. In effetti i disegni
di Escher sono intriganti, quella catena di lucertole bianche e nere, non
apparirebbero nello stesso modo se fossero collocate in uno sfondo
differente. E anche la nascita è particolare, da una specie di nulla si
muovono forme prima embrionali e poi man mano più precise. Gregory Bateson
costruì una teoria sulla schizofrenia come dovuta ad effetti deleteri del
‘doppio legame’ ossia messaggi contraddittori volti a disconfermare
l’altro, e il contesto familiare come portatore di contenuti specifici di
questi stessi messaggi.
Nella
notevole biografia della sua famiglia ad opera di David Lipset si evidenzia
come il padre desse un valore eminente alla preparazione scientifica dei
figli, sia per non perdere il suo status sociale di media-alta borghesia, ma
anche perché nel suo caro ‘ambiente’
attributi come poeta o artista non erano forieri di accoglienza né di
rinforzi positivi. Bateson si conquistò la libertà di operare un
cambiamento del campo degli studi, passando dalla biologia alla
antropologia, forse perché un suo fratello, che soffriva di delusioni
d’amore e di scarsa accettazione da parte del padre in merito alle sue
scelte di poeta e letterato, era morto togliendosi
la vita. E
questo evento mutò la cultura’ familiare’, o contesto che dir si
voglia: in effetti il padre non si oppose troppo alla scelta di suo figlio
verso un piano di vita inusuale per la loro tradizione familiare.
Ma
ora focalizziamoci sul rapporto tra contesto e significato. Una persona che
passa tutto il giorno su provette e alambicchi, e che lo fa per ricerca
scientifica, non ha la stessa valenza, la sua azione non ha lo stesso
significato di quello di un’altra persona che lo fa per gioco o per
simulazione. Chi afferma di credere in qualcosa e poi si comporta al
contrario, agisce in un contesto psicologico ed etico interiore e/o sociale
differente da chi vive in maniera veramente congrua.
Pensate
alla differenza di effetto e di comunicazione tra due soggetti che si
comprano la stessa macchina, magari una Ferrari. Il primo viene da una
famiglia molto facoltosa, è cresciuto in una villa stupenda, e poteva
andare in vacanza in luoghi eccellenti, si è permesso degli studi molto
costosi, e la tomba di famiglia è una specie di mausoleo dove da trecento
anni vengono sepolti i ‘cari estinti’. Il secondo nasce da genitori
poveri, dediti al commercio di stoffe, che nel corso della vita hanno
faticato moltissimo, ha vissuto in case modeste e di periferia, non ha
potuto studiare oltre l’istituto tecnico, e la macchina l’ha comprata
con mille rate grazie ad una raccomandazione e al fatto che il padre è
riuscito a combinare negli ultimi due anni degli affari molto lucrativi.
Credete
che per questo entri facilmente in un nuovo mondo, quello dell’altra
persona di cui ho parlato prima? La sua nuova macchina apparirà come una
stranezza, un’eccentricità piuttosto dubbia anche se non c’è niente di
losco, e lui stesso sarà guardato con aria dubitativa come narcisista e
‘goffo neo-ricco’ e per essere accolto ‘come uno di loro’ sarà
messo alla prova anche duramente. L’altro, invece, nella sua Ferrari ci
sta in modo ‘normale’, è una cosa normale nel ‘suo ambiente’; la
novità verrà notata, sì, ma nemmeno più di tanto. Due oggetti uguali,
due macchine uguali, due significati diversi.
Pensate
ad un ambito politico: ‘trattare’ per ottenere il voto non costa lo
stesso prezzo né ha lo stesso significato per tutti i partiti; si ha
difficoltà a scegliere un nuovo sistema di governo perché sfugge ai più
lo specifico contesto italiano, e anche i valori, una volta forse
considerati o definiti ‘universali’ senza dubbio assumono importanza e
sfumature molto diverse a seconda del contesto in cui sono collocati. Per
far mente locale, appena di sfuggita, di che tipo è il contesto italiano?
Multiforme, ma senz’altro paradossale. Pensate : un paese dove il ministro
della Giustizia è indagato per aver indagato su qualcuno che indagava su di
lui o meglio su qualcuno piuttosto vicino a lui, tipo un ministro Fitto, che
sensazione vi da? Non è che queste situazioni e mille altre dello stesso
genere non contribuiscano - per caso, naturalmente - a produrre quella la
famosa ‘percezione di insicurezza di cui si dice nelle ‘alte sfere’ e
che giustifica ronde e altre invenzioni del genere? E se facessimo un
disegno per illustrare il va e vieni dei paradossi italiani, quale potrebbe
essere?
Le
lucertole, ma anche le ochette di Escher (andatelo a vedere su qualche
libro) ci stanno a pennello! Il quale Escher, con le sue ‘scale
impossibili’ ci offre un discreto modello del paradosso Vaticano il quale,
sostenuto guidato o organizzato da soggetti che fanno voto anti-sesso, anti
famiglia ecc, sono ritenuti i più accreditati per dire che cosa è la
morale, il benessere, il giusto e lo sbagliato in termini sempre non solo di
sesso, ma anche di amore relazionale, verso i figli ecc.
Lo
stato americano (molto amato da alcuni politici, ma solo per una parte della
sua cultura e il resto fanno come se non ci fosse, volendo ignorare sia i
lati oscuri – e ce ne sono- sia le acquisizioni e i comportamenti più
evoluti) negli anni dal 52 al 62 finanziò un progetto di ricerca sul
paradosso (come citato da William Frey) presso un ospedale psichiatrico in
California, che affidò al già menzionato Gregory Bateson (il cui libro più
noto è :Ecologia della mente). Dieci anni non sono pochi, ma evidentemente
l’argomento è di alta complessità. Infatti districarsi nel paradosso
richiede alcune specializzazioni raffinate, tra cui una calma olimpica per
capire i livelli di stratificazione in cui di organizza.
Una
famosa storiella Sufi focalizza con umorismo la questione: “C’è un uomo
che cammina per una strada con un buon stato d’animo, quasi euforico. La
strada gira a gomito e lui si trova di fronte a questa scena: due individui
stanno curvi su un terzo, hanno un bastone alzato e l’uomo si trova a
terra. Senza pensarci due volte, il nostro protagonista generoso si butta a
capofitto nella situazione, separa i due e cerca di rialzare quello che è a
terra. La scena dura un minuto o poco meno, lui si sente quasi un eroe che
ha affrontato con coraggio il pericolo. In quel mentre sente una voce che
grida: “Cretino, che hai combinato!” Sbigottito si guarda in giro, e
teme che ora altri malviventi si accaniscano contro di lui. Un brivido lo
attraversa.” E ora che succederà? “ In quel mentre vede spuntare
dall’angolo un uomo con un megafono…è il furioso regista di una scena
che stanno girando, e che gli è costata parecchio per ottenere che la
strada fosse sgombra.”
Dove
mi trovo?
E’
questa la domanda che ci dobbiamo rivolgere quando agiamo, da soli e con gli
altri. E in questo ‘dove’ quali regole valgono? Sono abbastanza
informato? Queste regole le conosco? Le approvo, o non le approvo? Mi sono
congeniali, mi aiutano a crescere, o sono un limite inutile?E l’altra
questione di primaria importanza è come fare ad entrare in contatto con
l’altro, quando ci troviamo in contesti che hanno codici molto ristretti,
e che, non prevedendo l’espressione dell’interezza dell’essere,
escludono una delle tre prospettive, o quella affettiva o quella cognitiva o
la struttura sociale (Lipset)
Questa
esclusione non è una svista o uno ‘scivolone’, anzi, il più delle
volte viene teorizzata. In vari modi si è definita come normale, legittima,
la messa da parte del sentimento ‘personale’ in politica, mentre quasi
tutti sanno quanta importanza abbia, un’importanza spesso anti etica che
costruisce tanti più favoritismi e fatti non di diritto quanto più è
nascosta e non resa consapevole, non discussa, non confrontata, e non agita
come una risorsa, cosa che di fatto è. In effetti, per chi sa ’vedere’,
ogni comportamento sociale rivela la sfera affettiva e cognitiva, le
intrinseche inclinazioni della persona, mentre per chi non sa o non vuole
’vedere’, questo ambito è quasi tabù. Ma la prospettiva affettiva è
una dimensione essenziale della comunicazione, quando non vi è affetto
(propensione al positivo, al costruttivo, senso della giustizia relazionale)
vi è freddezza o guerra, informazione e spesso non corretta, e non
comunicazione, ma piuttosto interpretazione capziosa o lettura distorta di
ciò che l’altro ha detto.
Un
cattivo uso della connessione tra sfera cognitiva ed affettiva la si ritrova
di frequente in vari ambiti : da quello della coppia, alla famiglia,
all’ambito politico. E’ quando, verso chi emerge dal punto di vista
cognitivo, si usano le mille forme di ricatto affettivo di cui è capace
l’essere umano egoista: se mi superi per conoscenza e sapere allora vuol
dire che non mi ami. Se mi ami non devi avere, ma soprattutto non devi
mostrare, più conoscenza della mia, nè più esperienza ecc.
Una
tecnica piuttosto diffusa è il ’congelamento’ operativo verso chi
minaccia di emergere come sapere e intelligenza. Si usano diverse procedure
poco evidenti per ottenere una inibizione dell’azione.
Il
nostro uomo della storiella Sufi fa un errore cognitivo per slancio
d’affetto, e sbaglia contesto, crede che la situazione sia una verità del
cosiddetto 1° livello (due aggrediscono un terzo effettivamente)
mentre si tratta di una verità del 2° livello (due aggrediscono un terzo,
ma ‘per finta’ e così produce
una verità di 1° livello (il regista
lo aggredisce davvero anche se non fisicamente) e il regista che lo
appella da stupido fa due errori, uno affettivo, non apprezzando l’intento
di solidarietà mostrato verso chi poteva trovarsi in difficoltà, e uno
sociale non valorizzando il principio che il nostro uomo stava cercando di
attuare, quello della pace e della nonviolenza.
In
alcuni contesti un altro limite alla piena espressione dell’essere è
l’ostracismo verso le posizioni in merito alla spiritualità: se sei
credente prima o poi sarai sospettabile in ambito della struttura sociale
‘impegnata a sinistra’, se non condividi un credo religioso avrai i tuoi
guai o con la tua famiglia magari cattolica o altro. L’importante è che,
qualunque siano gli orientamenti politici o sociali o familiari, nella
maggior parte degli ambienti quello che è vietato, a volte esplicitamente,
a volte di fatto, è l’essere o il cercare di essere interi. Il lato
paradossale sono le premesse, infatti in certi ambienti ti dicono che il
valore di fondo è la liberta.
Contesti
di questo genere sono difficili, ma a poco vale lamentarsene: piuttosto
vanno osservati a fondo, cercando di capirne la logica interna, i paradossi
che li sostengono e i punti di bisogno, in maniera da sapercisi muovere in
modo appropriato e non passivo.
Rosalia Grande
Mentre
il vento si acquieta
l’acqua impetuosa
solleva
onde
alte come muri
al
di là ci sono io
al
di qua la storia misteriosa
dell’umanità
da
cui non di rado
cerco
di nascondermi
P.I.D.
LAICO
E RELIGIOSO
Riflessioni
Mi
ritrovo a scrivere di un argomento che in questi giorni sento im.portante, a
livello personale e sociale. Nell' ultimo mese, ricorrentemente l'attenzione
dei media, la cronaca, la riflessione politica si sono concentrati intorno a
questioni - come la RU 486, il Testamento Biologico, il soccorso umano ai
richiedenti asilo, l'omosessualità e l'omofobia, le condotte degli uomini
di stato - che
, non solo per i contenuti "etici" ma anche per le modalità di
trattazione hanno sollevato - e credo non solo in me - alcune domande. Cosa
è laico e cosa è religioso? Come definisco il giusto, il bene? Quale
cammino per lo spirito?
A
partire da questi interrogativi vorrei proporre la mia riflessione. Laico è
un'alternativa a religioso nella misura in cui laico è "svincolato
dall'autorità ecclesiastica", ovvero ciò/colui che quindi
"rivendica l'indipendenza dalle ideologie religiose nelle scelte
pubbliche che ricadono sulle individualità e sulle scelte degli
individui". Così come religioso potrebbe essere un'alternativa a laico
nella misura in cui religioso è ciò che è "animato dal sentimento
della religione, che nella vita e nell'azione si ispira alla religione, in
maniera conforme ai precetti da essa impartiti".
Tuttavia
la questione non può esaurirsi qui. Laico non è laicista, non è ateo, nè
agnostico. Anzi a ben vedere nel significato originario del termine, ancora
utilizzato in ambito religioso, il laico è un fedele della religione non
ordinato sacerdote o non appartenente a congregazioni religiose; il laico
era colui che, nelle basiliche protocristiane prendeva un posto non
centrale, al di qua dell'iconostasi (un elemento architettonico divisorio,
per lo più marmoreo che lo separava dai presbiteri), ma era pur sempre un
fedele. Del resto il termine religioso, che certo non è sacro né
spirituale, non può essere esattamente ricondotto a mero esecutore di
precetti. Piuttosto in religioso, vedo l'animato da un vento divino, chi è
volto a cogliere e compiere un disegno divino nella consapevolezza
dell'umano.
Secondo
me l'atteggiamento religioso più autentico nasce, o almeno in me è nato,
dalla comprensione del proprio/mio limite individuale e di Uomo, da un
ferita narcisistica - per dirla con Freud - che può portare a comprendere
la ragione dell'altro e a intuire la mano di un Altro. Ma quanti Altri ci
sono? Uno? Tanti? Uno che prende tanti nomi? A me sembra che se lo ammetto
come Altro, non potrò saperlo - è una questione ontologica e
epistemologica: quest'Altro è ontologicamente altro, non è Uomo e io che
sono Uomo non posso certo pretendere
di intellegerlo completamente. Così direi che religioso sarebbe il rispetto
della pluralità. E, malgrado questo non sia sempre compreso o agito, questo
è un altro punto di contatto tra laico e religioso. E qui vengo al succo
della mia riflessione: l'alternativa che io vedo nella questione laico -
religioso è il superamento di una contrapposizione (che almeno
semanticamente non esiste); è una coincidentia oppositorum, una sintesi,
individuale e collettiva di uno spirito individuale e collettivo in cammino
nella conoscenza di se stesso.
Ai
termini della questione potrebbe essere interessante affiancare i termini
della dialettica Hegeliana. La dialettica di Hegel, il cui sistema
filosofico si fonda sull'assunto per cui "ciò che è reale è
razionale", ovvero ciò che accade ha un senso, è il procedere nel
reale dell'Assoluto, il suo dispiegarsi verso il senso, in tre momenti:
tesi, antitesi e sintesi. Mi sento di affermare che viviamo in un momento in
cui tesi e antitesi sono in lotta, in una dialettica ancora aristotelica,
ovvero, fondata sul principio di non negazione, e priva di un momento di
sintesi. L'esacerbarsi di questa contrapposizione mi riporta e credo
dovrebbe riportare diverse persone - almeno quanti si dichiarano religiosi,
seppur laici - alla necessità di una Sintesi: lo sforzo di cogliere un
punto di vista globale, un disegno.
Un
punto di convergenza tra religioso e laico, una loro sintesi, potrebbe
chiamarsi Rispetto. Il Rispetto che è del laico, in quanto laico, delle
individualità, delle scelte altre, dei percorsi religiosi altri, e il
Rispetto per Dio e per l'Uomo che mi sembra siano al centro di un'autentica
religiosità.
Del
resto mi sembra che serenamente laico sarebbe non pretendere da una donna o
un uomo di stato che dimentichi la propria religiosità, nello svolgimento
delle sue funzioni. Anzi ho come il sospetto che questa richiesta sia poco
sensata, poco laica, e che possa stimolare reazioni opposte, dimentiche del
Rispetto. E serenamente religioso sarebbe non imporre le proprie vedute, ma
lasciare che ognuno trovi il proprio bene; semmai religioso mi sembra
l'aiuto verso il bene che si astiene dal giudizio.
Qual
è, cosa è il bene?
Nel
mio cuore religioso, che anche
un laico ha diritto ad avere, mi chiedo:
“dai ’volti’ che Dio mi ha mostrato, cosa farebbe
se fosse al posto mio?”
E,
poiché credo che gli avvenimenti della vita siano collegati a ‘disegni’
in qualche modo accordati o concordati con una volontà - intelligenza
superiore – divina’, nell'incontro con posizioni diverse dalle mie,
provo ad immaginare, a intravedere (oppure mi chiedo) quale sarà o potrebbe
essere il disegno che
quell'incontro potrebbe-dovrebbe realizzare.
Gabriele Grassi
LA
SCUOLA,
“PAGANICA BARBARIE”
Pubblichiamo
uno stralcio dal libro edito nel 2004 “
La cultura degli italiani” di Tullio
de Mauro. Il
libro si articola in diverse ‘interviste’, un modello di scrittura
narrativa e teorica ora largamente usato
ERBANI:
Una volta lei, parlando di Guido Calogero, ha sottolineato il fatto che il
filosofo a un certo punto della sua vita mette al centro delle proprie
riflessioni il tema della scuola. E se ne occupa, lei aggiunge, in un
momento in cui di scuola parlavano solo pedagogisti e ‘scuolalogi’.
Occuparsi di scuola, lei lascia intendere, non è affare di cui la cultura
italiana, gli intellettuali italiani si diano gran pena, se è possibile
ragionare in modo generale.
DE
MAURO:
E’ una constatazione ovvia. Quando l’ho conosciuto di persona - ero
ancora studente all’università - Calogero era continuamente in giro per
l’Italia a discutere di pedagogia, di scuola, di formazione, di quella che
chiamava la “filosofia del dialogo” e “la scuola dell’uomo”. Era
circondato dallo stupore di molti colleghi e persino da una certa
disapprovazione. Gennaro Sasso, per molti aspetti suo grande allievo, oltre
che genero, ha scritto, commemorandolo, che considerando nell’insieme le
indagini filosofiche di Calogero si avverte un senso di incompletezza. Non
è un rimprovero diretto. Ma certamente ciò che travolge la quieta
meditazione di Calogero sulla storia della logica antica o sulla filosofia
teoretica è proprio questo incessante impegno che dai tardi anni Quaranta
in poi il filosofo dedica al dibattito sulla scuola. E corrispondeva un
pessimo apprendimento, una scarsa conoscenza effettiva della lingua.
Calogero si esponeva moltissimo al bersaglio di roventi polemiche (alcune le
ricordo proprio ad opera dei latinisti). E poi
non bisogna dimenticare
il peso che ebbe Calogero nella elaborazione della scuola media unificata
dal ’55 al ‘, che sul versante laico è legata proprio ai suoi sforzi
personali.
ERBANI:
Per il resto il panorama è deserto?
DE
MAURO:
Deserto. E deserto è stato da allora fino ad oggi.
Da
Tullio de Mauro: La cultura degli italiani. A cura di Francesco Erbani–pag.117
- Edizioni Laterza
Corrono
i treni con la gente
affacciata
all’indietro
Volano
i mesi e i giorni
impigriti
dal solito vuoto
di
idee
Muoiono
sogni
Vivono
rabbie sopite
Anche
noi figli del secolo
annebbiati
dalle sabbie secche
di
deserti costruiti e sfuggiti
dal
non sapere di tanti potenti
grigi
nel loro paltò di insapori colori a volte
anche
noi
non
sappiamo che fare.
P.I.D-
UN FATTO DEL MESE
Le parole di
Obama convincono
L’O.N.U. ( tranne qualcuno)
Lo
scorso 25 settembre una notizia campeggiava sulle prime pagine di tutti i
quotidiani del globo: “Il presidente Obama traccia le linee guida per il
disarmo nucleare, adottate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Ad uno
sguardo distratto non sembrava una di quelle notizie che fanno gridar al
miracolo. In fondo il primo trattato di non proliferazione nucleare risale
addirittura al 1970, e successivamente altri ne sono stati siglati, in epoca
di Perestroyca, sullo smantellamento degli arsenali e via dicendo fino
ai più recenti, senza però che ai suddetti trattati seguisse un reale
cambiamento della situazione mondiale. Anzi. Ai cinque membri permanenti del
Consiglio Onu (gli unici che “dovrebbero” avere il diritto di possedere
tali armi) si aggiungono qua e là altre presenze: India e Pakistan
soprattutto, ma anche Corea del Nord. Secondo un recente studio del Natural
Resources Defence Council ci sono ancora 31535 bombe atomiche sparse nel
mondo delle quali 10500 negli USA,
20000 in
Russia (ma difficile pensare che le altre repubbliche dell’ex Unione
Sovietica non ne abbiano), in Gran Bretagna
185, in
Francia 450 e in Cina 400. Mancano i dati di Israele India e Pakistan. Tali
ordigni non sono però solo all’interno dei confini nazionali: quelli del
patto NATO sono più o meno su tutto il suolo europeo (nel nostro Paese ce
ne sono circa 20 dislocati in due basi, Aviano e Ghedi Torre), altre
scorrazzano liberamente per i mari a bordo dei sottomarini nucleari. Ora,
negli ultimi dieci anni (di trattati, summit e risoluzioni) sono stati
smantellati circa 5000 ordigni, passando dagli oltre 36000 del 1999 agli
attuali 31500. Pochini direi. Dove sta dunque la novità? Ebbene, c’è
eccome. Anzitutto è la prima volta che ci si è data una scadenza: il
presidente Obama ha parlato di “mettere sotto chiave tutti i materiali
nucleari entro quattro anni”, vale a dire se non proprio eliminarli (come
distruggere uranio e plutonio?) se non altro rendere inoffensivi gli ordigni
nucleari. E già questo, porsi un limite temporale, vuol dire avere un
programma preciso. Ma soprattutto è l’atteggiamento politico che sembra
davvero nuovo. Non è il solito accordo esclusivo tra due superpotenze a cui
la storia di questi decenni ci ha abituato: Obama parla all’Onu, e chiede
la collaborazione di tutti gli Stati Membri con un richiamo alla
responsabilità globale che davvero non ha precedenti. E’ un atto di umiltà
che non può mancare di sensibilizzare, e la risposta è immediata: i
quindici stati membri del Consiglio di Sicurezza approvano all’unanimità.
Sarebbe
davvero stata la giornata che apre un’era diversa, se non fosse per la
macchiolina innescata da Ahmadinejad che, tra le diverse esternazioni,
annuncia il collaudo di una nuova centrale nucleare di cui nessuno era a
conoscenza. E qui purtroppo le reazioni non sono nuove. La soluzione che
tutti trovano più appropriata (Barack compreso) è sempre la stessa:
sanzioni. Come se la storia non ci avesse insegnato che le sanzioni
colpiscono la gente comune, non i potenti del Paese. Come se non si fosse già
visto che ogni volta che sono state applicate verso un regime non
democratico (o solo apparentemente tale) le sanzioni non hanno fatto altro
che compattare la popolazione attorno al sé-dicente leader, contro il nemico comune. E credo che Ahmadinejad, da
consumato politico, questo lo sappia. Altrimenti non si sarebbe mosso come
un elefante nel Palazzo di Vetro, provocando il ricorso a tanto
dietrologiche risoluzioni. Risoluzioni che il popolo iraniano, in un momento
così delicato (e coraggioso) della sua storia, davvero non si merita.
Alessandro Lanza
ASSURDO
METROPOLITANO
Verso
i cittadini stranieri,
truffe e altre storie
E’
il 30 Settembre e come ogni mese, ormai da alcuni anni, alle
10 in
punto
eccomi in Questura. Il fax che
avevo inviato una settimana prima e contenente la
richiesta di rilascio
del permesso di soggiorno per tre
clienti indiani era arrivato all’ ufficio relazioni avvocati ed io
attendevo
di essere chiamata dall’ispettore o
“da personale di polizia” per verificare lo stato delle pratiche.
Con
mio grande stupore noto che nella sala d’ attesa siamo solo in tre! Con i
colleghi presenti gioiamo di questo questa scadenza, proprio al 30
settembre delle consegne delle domande per l’emersione (nuovo decreto 3
Agosto 2009 “regolarizzazione di colf e badanti”)aveva tenuto
molti studi legali impegnati e così, forse per la prima volta dopo
tanti anni l’attesa non sarebbe stata lunga.
Mentre
io ed un collega ci scambiamo qualche informazione, squilla il suo
cellulare,dall’altra parte del filo c’è Singh, un nostro ‘cliente‘
che riferisce notizie incredibili. Ed io ”Cosa? Mah, Singh chi ti ha
riferito queste cose?”, ”Come ? no! non è assolutamente vero! Anzi
avvisa i tuoi amici che evitino di dare ascolto a tali dicerie! “e
chiudo, sbalordita.
Sapete
cosa era successo? Un ragazzo indiano aveva saputo che in quell’ ultimo
giorno, chi voleva regolarizzarsi poteva, pensate un po’, andare al Comune
di Roma con un sindacalista, versare la benemerita somma di euro 800 (non
500 come richiedeva il versamento presso gli uffici postali) e si sarebbe
visto consegnare all’ istante, il suo permesso di soggiorno da un
operatore del comune!! Roba
dell’altro mondo!!!tentativi di truffa!!!informazioni date allo scopo di
sabotare l’ intero sistema sindacale?
Chi più ne ha più ne metta!
Intanto
vengo chiamata dalla stanza ricevimenti, saluto i colleghi, ma, appena sono
sulla soglia, mi sento dire ”Avvocato la volevo informare che in questi
giorni le procedure per i permessi di
soggiorno sono cambiati”. ”Vorrebbe dirmi che non si manda più il
fax con le pratiche da sveltire, che poi si viene qui, si fa un controllo
delle stesse e che voi fisserete un appuntamento al mese successivo fino
alla completa conclusione?”
“Si
il fax deve inviarlo alla Questura, noi valutiamo l’eventualità
di prendere in considerazione o meno le sue richieste, ed
eventualmente le fissiamo un appuntamento ma lei di certo l’appuntamento
non potrà richiederlo il giorno in cui è qui a visionare le pratiche che
la riguardano.”
COSE
DELL’ALTRO MONDO!
E
questo adesso come lo devo chiamare, perché è sempre bene dare un nome
alle cose che accadono!Truffa a danno degli extracomunitari a cui non si può
dire che affermare i propri diritti e farsi assistere è un diritto
estende a tutti?
O
magari sabotaggio del sistema legale attraverso la continua riduzione di
accesso negli spazi legalmente costituiti a prestare assistenza legale? E
dire che mi sembrava una giornatina tranquilla!
Firma accertata, ma di cui
manteniamo l’ anonimato, scanso ripercussioni indesiderate
RUBRICA
RUBRICHE RUBRICA DI VARIA UMANITA’
Piccolo
(o grande) mondo antico.
La rubrica si occuperà di contributi alla cultura e alla
conoscenza di secoli o millenni fa…. ma il tempo…. ha solo il senso
‘lineare’ che gli attribuisce il mondo ordinario?
L’idea di totalità, quella del ‘riflesso del mondo’, o
meglio dell’imago mundi ‘ per
un sapere non escludente, è una idea alla base del concetto di ‘enciclopedia’,
che mette all’interno di un cerchio, kylos,
che è una superficie dotata di un centro, un insegnamento paideia, dove il discorso didattico è tutto scandito dalla
pluralità culturale, e non ha un ‘inizio’ ma un fluire che può
ancorarsi, per memorizzare, a ‘date.’ In questo senso potremmo pensare a
Marco Terenzio Varrone
(Rieti
116 a
.C. - Roma 27 d.C.), longevo padre dell’enciclopedismo latino, o a molti
altri. In questo numero segnaliamo qualcosa a proposito del mondo
bizantino.
ENCYCLOPAEDIAS
IN BYSANTIUM
Una nobile ambizione
Un corpo di nozioni per l’impero
di Nigel Wilson
IL testo è tratto da “ L’ Erasmo” n° 30- anno 2006
Traduzione a cura di
Carlo Sordoni
L’antichità
ha prodotto più di una figura i cui interessi possono appropriatamente
essere definiti enciclopedici. Ma visto che Aristotele e Varro non avevano
scritto serie di trattati concepiti
per essere una SUMMA sistematica della conoscenza umana, Plinio
il Vecchio
si è spinto, in qualche modo, verso il raggiungimento di quell’obiettivo.
Paradossalmente,
nonostante i Bizantini si autodefinissero Romani, la gran parte di loro era
completamente ignorante di letteratura latina, ed una delle conseguenze
della loro ignoranza fu che il lavoro monumentale di Plinio rimase a loro
sconosciuto. Anche il dotto Photius
non trovò occasione per darne più che una citazione di sfuggita nella Biblioteca
ed era probabilmente abbastanza all’oscuro della sua esistenza.
Bisanzio
era una società che attribuiva importanza al mantenimento dei metodi
tradizionali di educazione per assicurare che ci potessero essere sempre
candidati qualificati ad assumere ruoli di amministratori. Ma quello di
contemplare e organizzare la produzione di opere di consultazione che
trattassero di ogni settore della conoscenza invece di soddisfare i bisogni
immediati delle professioni di insegnamento era un passo ulteriore; le loro
richieste potevano in genere essere soddisfatte con dizionari o con versioni
riviste di commentari sui testi studiati nelle scuole. Le necessarie misure
vennero prese nel decimo secolo e questo sembra essere stato dovuto, in
larga parte, all’iniziativa dell’imperatore Costantino
VII Porfirogenito (959 d.C.).
Una
eminente autorità moderna ha dissentito da questa visione, puntando sul
fatto che la collezione di epigrammi meritatamente famosa che conosciamo,
come Antologia Greca o Palatina, fu messa insieme da un certo Costantino Chephalas venti o più anni prima che l’imperatore
cominciasse il suo lavoro. Ma l’obiezione non è convincente se si
considera che una raccolta delle opere più rappresentative di un genere
letterario non è lo stesso di un tentativo sistematico di assemblare la
conoscenza corrente in uno o più campi.
Costantino
pianificò una collezione di materiale suddiviso in cinquantatre sezioni. Di
queste solo una sopravvive completa, una seconda in larga parte, e molte in
frammenti. Non sappiamo nulla sull’organizzazione dell’impresa, a parte
la versione di una attenta ricerca svolta per i testi, ma le prefazioni
esistenti ci danno qualche idea degli scopi dell’imperatore. L’autore,
che non è necessariamente l’imperatore stesso, si lamenta che con il trascorrere del tempo è divenuto sempre più difficile avere una
visione globale della storia umana perché ci sono così tanti tipi di
eventi.
La
lettura pubblica è scoraggiata. Una selezione dei migliori testi sarà
quindi utile, così che le lezioni di storia possono essere apprese più
facilmente.
Se
cerchiamo di analizzare in termini moderni le intenzioni dell’imperatore,
è legittimo suggerire che desiderasse assicurare che l’elite istruita
potesse essere meglio informata su un ampia gamma di argomenti? Può essere
più plausibile supporre che avesse in mente la creazione di un corpo della
conoscenza che fosse utile, come magazzino di informazioni e guide, agli
amministratori dell’impero. Ogni più ampia diffusione delle raccolte
avrebbe infatti richiesto uno sforzo specifico, coinvolgendo presumibilmente
una o più biblioteche aperte al pubblico, fatto del quale non c’è alcuna
traccia allo stato attuale. Ma è difficile sentirsi sicuri che abbiamo
interpretato le intenzioni dell’imperatore correttamente perché i suoi
sforzi sono anche riflessi in una raccolta che, a differenza delle altre,
raggiunse ragionevolmente una ampia diffusione.
Si
tratta di una raccolta di materiali sull’agricoltura conosciuta come Geoponica, che dà considerevole preminenza alla coltivazione del
vino. L’autore dell’introduzione adula l’imperatore dicendo che egli
ha promosso una rinascita in tutti i campi della conoscenza –
“filosofia, retorica a tutte le altre arti” è la frase utilizzata.
All’imperatore viene attribuito l’onore dell’assemblaggio del
materiale, il che probabilmente significa che egli diede ordini
per la collezione di testi e lasciò all’anonimo scrittore della
premessa, e forse ad alcuni assistenti, l’organizzazione del materiale.
Un
altro corpus di conoscenza specializzata assemblato su richiesta di
Costantino è l’Hippiatrica, un
manuale di medicina veterinaria per i cavalli. È preservato a Berlino (Staatsbibliothek,
Phillipps 1538) in una copia stupendamente illustrata. Senza dubbio la copia
originale era destinata alla biblioteca imperiale e non ai professionisti.
Non sono conosciute altre copie e l’unico altro manoscritto significativo
che contiene questo tipo di testo (Parigi, Bibliothèque Nazionale, grec
2244) è un prodotto molto più funzionale.
L’attività
nel circolo imperiale deve essere stata l’ispirazione per una raccolta
monumentale conosciuta come il Suda
o, meno propriamente, Suidas,
messa insieme nella seconda metà del decimo secolo. Ciò che conta nel Suda
è il tentativo di ampliare un dizionario del genere tradizionale –
c’erano un numero di guide ai vocabolari della Grecia classica, il più
diffuso dei quali era quello attribuito a San Cirillo di Alessandria (444
d.c.). L’innovazione consisteva nell’aggiungere un gran numero di altre
voci, principalmente biografiche e geografiche, solitamente di poche righe
di lunghezza. È stato chiamato “un dictionnaire del conversation à l’usage des gens cultivés”.
Gli studiosi che l’hanno messo insieme sono tanto misteriosamente anonimi
quanto i collaboratori dell’imperatore. L’origine della maggior parte
degli articoli può essere identificata, ma un fatto imbarazzante, difficile
da spiegare, è che c’è un alto grado di dipendenza dalle commedie di
Aristofane e dai commentari delle opere il cui totale va dalle 5.000 alle
30.000 voci.
Il
lavoro fu eseguito con molta scarsa cura e deve essere stato intrapreso in
gran fretta. Prendiamo ad esempio la voce per il nome Costantino. Ci si
aspetterebbe che venisse riportato ogni imperatore con quel nome. Quello che
il lettore trova è veramente stupefacente e deludente. Ci sono solo tre
voci. La prima, lunga 9 righe, riguarda Costantino
il Grande
e
menziona la sua formazione, la sua proclamazione ad imperatore e la sua
fondazione della “Nuova Roma” 362 anni dopo l’ascesa di Augusto. Non
una parola riguardo
la Cristianità. La
voce successiva riguarda ancora lui e riporta solamente “Costantino
il grande
imperatore, circa il quale Eunapius scrisse sciocchezze, ed io le ometto,
vergognandomi dell’uomo”. Frammenti della storia francamente anti
Cristiana di Eunapius sono conservati altrove. Al terzo punto vi è un lungo
paragrafo riguardante Costantino V (741-775), figlio di Leone Isauriano. Non
è altro che una filippica intemperante, di un genere fin troppo comune
nella scrittura Bizantina, contro l’imperatore iconoclasta.
Tuttavia
nonostante le sue numerose e ovvie mancanze il Suda preserva frammenti di testi ora persi che sono di valore per
gli studiosi. In più sembra aver soddisfatto i bisogni della classe
istruita o di quelli che aspiravano ad entrare in quella classe. Furono
fatte molte copie, a dispetto della smoderata lunghezza del lavoro:
nell’edizione standard moderna riempie 2.785 pagine e deve essere stato un
compito scoraggiante per ogni scrivano del tempo. Continuò ad essere utile
agli umanisti italiani nel quindicesimo secolo, dato che non vi era ancora
un dizionario affidabile della Grecia classica. Il contrasto con
l’enciclopedia imperiale e con molte delle altre raccolte associate ad
essa, è notevole. Se l’imperatore avesse voluto che i prodotti di tutte
le sue iniziative fossero utili agli istruiti, senza dubbio ora li
troveremmo preservati in più copie. Oppure il problema è stato una
mancanza di quelle risorse necessarie che avrebbero potuto assicurare la
Traduzione
dall’inglese
a cura di Carlo Sordoni
DAL
SUD DEL MONDO
Crisi
economica. L’esempio argentino
L’articolo
ripercorre i punti salienti dell’andamento economico argentino fino agli
sbocchi positivi della economia partecipativa strutturatasi nel Mner –
Movimento Nazionale delle imprese Occupate.
[…]Nel
1991 il presidente argentino Carlos Menem attuò riforme
economiche devastanti, che peggiorarono la situazione già drammatica del
paese. Egli prometteva al popolo importanti cambiamenti, mentre in segreto
si accordava con Washington per continuare le devastazioni economiche. Nel
1991, verrà addirittura inserita nella carta costituzionale, la parità di
cambio tra il peso ed il dollaro, che favorirà un'economia basata sulle
importazioni. La situazione economica si aggravò ulteriormente, e si
arricchirono soltanto i pochi che avevano investito all'estero. Washington
dette al governo argentino miliardi di dollari, per indurlo ad attuare altre
riforme favorevoli all'élite.
Il
progetto era quello di far crollare l'intero sistema
economico-finanziario argentino. Menem continuò a fare il
doppio gioco, illudendo il popolo argentino di poter accrescere la ricchezza
del paese attraverso la privatizzazione delle aziende pubbliche e la deregulation in numerosi settori, per attrarre gli
investitori stranieri. In realtà, egli stava attuando riforme che avrebbero
messo il paese nelle mani dell'élite americana. Le riforme, imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo
Monetario Internazionale, prevedevano il taglio della spesa
pubblica e il licenziamento di migliaia di persone. Il debito estero
raddoppiò, la povertà e la disoccupazione aumentarono, e la classe media
venne cancellata.
A
metà degli anni Novanta, nacque il movimento dei piqueteros (disoccupati),
che lottava per il lavoro, suscitando molti consensi popolari. I piqueteros
rendevano visibili le persone costrette a rimanere ai margini del mondo del
lavoro, che erano aumentate a dismisura in seguito alle riforme del Fmi.
Nel
1999 fu eletto Fernando De La Rua, che promise di lottare contro la
corruzione e di processare i vecchi esponenti delle dittature militari. In
realtà, egli si mostrava disposto a riprendere le politiche del precedente
governo, e a questo scopo, chiamò al governo l'ex ministro menemista
Domingo Cavallo, e altri sostenitori della linea liberista senza regole, che
continuarono a privatizzare e fecero tagli a stipendi e pensioni.
Seguendo
la linea imposta dal Fmi, il peso argentino fu svalutato del 70% rispetto al
dollaro. Tutto fu privatizzato, anche i servizi (gas, telefono, trasporti,
acqua, ecc.). I prezzi aumentarono del 42% e oltre 170 mila lavoratori
furono licenziati. Cavallo tagliò gli stipendi e le pensioni del 13%, e
attuò riforme che fecero crollare il consumo, le produzioni industriali e
le esportazioni.
Le
riforme del Fmi avevano messo l'intera economia argentina nelle mani di privati stranieri, che non avevano alcun interesse a
rispettare le esigenze della popolazione, e ancora meno desideravano
sacrificare facili profitti per i diritti dei lavoratori. Si ebbero tagli
drastici alle spese sociali e ai sussidi a favore dell'agricoltura e
dell'industria.
Nell'agosto del 2001, il Fmi fece aumentare il debito
pubblico (che era stato congelato), da
8 a
14 miliardi di dollari. Nel dicembre dello stesso anno, Cavallo impose il
congelamento dei depositi bancari, che impedì ai comuni cittadini di
ritirare dalle banche i risparmi, mentre i grandi speculatori nazionali e
internazionali avevano ritirato di colpo tutti gli investimenti. Anche le
numerose corporation transnazionali, che prima avevano investito in
Argentina, improvvisamente ritirarono la valuta e si rifugiarono altrove,
lasciando il paese nel caos.
Il
New York Times scrisse che erano stati prelevati dalle banche "100
milioni di dollari al giorno".(2) Dal gennaio 2001, 30.000 negozi
furono costretti a chiudere, e la povertà salì al 49%. Il “Los Angeles
Times”, calcolò che l'élite argentina fece sparire 106 miliardi di
dollari, nascondendoli nei paradisi fiscali esteri, e 30 miliardi di dollari
furono investiti in titoli “intoccabili”, mentre il denaro della classe
media veniva gravemente svalutato e congelato. Migliaia di risparmiatori si
riversarono davanti alle banche gridando
"dateci i nostri soldi". La classe media, improvvisamente, dovette
diventare cosciente che il sistema non tutelava i diritti fondamentali, e
che i cittadini argentini avrebbero dovuto organizzarsi autonomamente per
rimettere in sesto il paese. Milioni di persone del ceto medio rimasero
senza nemmeno la possibilità di sfamarsi, e si aggiunsero ai milioni di
poveri già presenti nel paese. Per quasi tre anni il popolo argentino
protestò con blocchi stradali, scioperi, proteste e occupazioni, e venne
quotidianamente represso dalle forze dell'ordine.
La
sera del 19 dicembre 2001, De La Rua annunciò il crollo, e per tre giorni
si ebbero disordini ovunque. Gli argentini chiedevano di riavere il loro
denaro, e che fossero perseguiti i responsabili del saccheggio del paese. Le
repressioni governative provocarono 40 morti e 2000
feriti, e 40.000 persone vennero arrestate. Il 20 dicembre, la Plaza de Mayo
divenne un campo di battaglia, in cui i poliziotti pestavano e sparavano.
Il Fmi, pur essendo il maggiore responsabile del collasso argentino, si
considerò estraneo al disastro, e spacciò le strategie per saccheggiare il
paese come "un programma che poteva essere sostenuto economicamente e
politicamente".(3) Le autorità della Bm e del Fmi cambiarono la
versione dei fatti, per far apparire che avevano cercato di aiutare il paese
ma non vi erano riusciti, nascondendo che proprio le loro
"riforme" avevano causato la bancarotta.
Ma
la crisi argentina non fu soltanto un disastro: molti
lavoratori si accorsero che poteva essere un’opportunità
per cambiare il sistema, almeno parzialmente. Il popolo si sollevò e cacciò
ben tre presidenti (Fernando De la Rua, Federico Ramón Puerta, Adolfo
Rodriguez Saà). Si formarono assemblee popolari, sulla base del modello di
democrazia diretta, che portarono verso l'autogestione delle fabbriche
abbandonate dai proprietari. Oltre 200 fabbriche furono occupate e rimesse
in funzione. Gli operai pianificarono la creazione di cooperative, avviando
una lotta per l'espropriazione e la statalizzazione delle fabbriche
autogestite.
L'occupazione della prima fabbrica,
la Yaguanè (surgelazione), si ebbe nel 1996, seguì nel
1998 l
'Impa (industria di imballaggi e carta di alluminio) e nel 2000, 90 operai
metalmeccanici della Gip formarono una cooperativa e presero possesso
dell'azienda. Dopo il 2001 si ebbero oltre 1000 industrie fallite, e i
lavoratori presero possesso di alcune di esse. Nel 2001 furono autogestite
la Zanon (fabbrica di ceramiche) di Neuquen e la Brukman (tessile) di Buenos
Aires, che i vecchi proprietari avevano abbandonato. La Zanon e altre
fabbriche diventarono un esempio di successo del sistema dell'autogestione.
Oggi
circa 170 aziende sono gestite da 10.000 operai, che hanno creato un assetto
privo di gerarchie. In tal modo molti sprechi sono stati eliminati, in
quanto, con
il vecchio
patronato, almeno il 65-70% dei guadagni costituivano il reddito dei
dirigenti e dei proprietari.
Per
tutelare il nuovo assetto, continuamente minacciato dall’èlite, si è
formato il Movimento Nazionale delle Imprese Occupate (Mner), che chiede
l'estensione dell'Articolo 17 della Costituzione, che prevede le
espropriazioni per "interesse pubblico". Secondo il Mner, anche
espropriare un'azienda per creare occupazione significa operare per
l'interesse pubblico.
I
cittadini argentini si sono riappropriati di parte delle
risorse del paese, dopo le devastazioni del Fmi. Oltre alle
industrie, anche supermercati, miniere, case editrici ecc., abbandonati dai
vecchi proprietari, sono stati rilevati dai lavoratori e rimessi in sesto.
La lotta per riappropriarsi del proprio paese è anche una lotta per
cancellare un passato fatto di ingiustizie e crimini. Racconta Raúl Godoy,
segretario del Sindacato Ceramista di Neuquen: "Questa fabbrica (la
Zanon) fu inaugurata nell'
80, in
piena dittatura. E come furono i mondiali, così anche queste grandi
inaugurazioni contribuirono a far sì che il silenzio sulle morti, sui
sequestri, sulla desaparecion continuasse impunito.... Ed oggi, a un anno
dall'occupazione dell'impianto, posso dire con gioia che la fabbrica è
inaugurata di nuovo, stavolta dalle Madri di Plaza de Mayo.... ed è una
fabbrica nuova, una fabbrica degli operai, e delle Madri."(4)
I
lavoratori che autogestiscono le fabbriche,
le miniere ecc., hanno l'appoggio di quasi tutta la popolazione, compresi
professori universitari e studenti. Per tutti gli argentini si tratta di far
rinascere il paese da una devastazione colossale, architettata dall'élite
statunitense per saccheggiare il paese. Il futuro dell'Argentina è affidato
ai lavoratori, e alla loro capacità di autodeterminarsi. Si può
considerare tutto questo come una rivoluzione pacifica, che determina un
nuovo modo di intendere il lavoro e
la proprietà. I
lavoratori argentini, gestendo direttamente le fabbriche, stabilendo regole
retributive eque e liberandosi del controllo dei "padroni", hanno
generato un assetto realmente democratico.
Nel
gennaio del 2002, diventò presidente Eduardo Duhalde, che cercò di
sganciare il peso argentino dal dollaro, in seguito alla svalutazione del
300% della valuta argentina, che aveva trascinato il paese verso
l'iperinflazione.
Il 25 maggio del 2003 fu eletto presidente Nestor Kirchner, che iniziò da
subito una grande campagna contro la corruzione nell'amministrazione
pubblica. Egli promise al popolo di essere disposto a contrastare gli
obblighi imposti dal Fmi per difendere i diritti della popolazione
argentina.
Il
caso dell’Argentina è soltanto un esempio di come una crisi possa
generare desiderio di libertà e rinuncia all’asservimento.
[...]
a cura di
Elide Stucchi
(tratto
da un articolo di A. RANDAZZO)
NON
TUTTE LE CONFRATERNITE VENGONO PER NUOCERE
La pacifica coabitazione
di un anticlericale in una confraternita
“Venti miglia ad est di San Elmo, il furgone rallentò e Cavallaro svoltò
di colpo a destra. Stavamo entrando nella vigna di Angelo Musso, suolo sacro
per mio padre ed i suoi amici. Da cinquant’anni tracannavo il chianti
geniale e il chiaretto delle viti di quelle colline rocciose”.
Prendo in prestito le
parole di John Fante scritte nel suo triste e affascinante romanzo “La
confraternita dell’uva”, per introdurre l’oggetto di questa sintetica
“prova di laicità”: una soggettiva descrizione delle attuali
confraternite.
Come nel rapporto tra
padre e figlio protagonisti
del romanzo, Mario e Nick
Molise, devo all’ambiente familiare ed a mio padre in particolare
la conoscenza delle confraternite e l’appartenenza ad una di esse. Da
laico, anticlericale convinto, ma non da ateo, sono incapace di sottrarmi al
fascino della ricerca di “alternative
utopiche e concrete”.
Le confraternite possono
ben rappresentare, a mio avviso, l’apparente ossimoro contenuto nel titolo
di questo convegno.
Confraternita come utopia,
come mito, come eterna ricerca della pace e della misericordia. Misericordia
intesa nel senso di compassione
che induce ad aiutare ed a
soccorrere il prossimo. Contemporaneamente confraternita intesa come
concreto, benché residuale, modo di aggregazione di una comunità, anche
moderna, in continuità col passato.
Una comunità assorbita da
un ancestrale bisogno di appartenenza, di mutua assistenza, anche se non più
di ordine materiale, bensì di natura introspettiva, è oggi soddisfatto
anche grazie all’utilizzo sempre più ampio (fortunatamente, sia ben
chiaro) della tecnologia.
Modernità che è attratta (e spesso sopraffatta) dal pittoresco,
dall’estremo, dall’inconsueto.
Tale deve apparire agli
occhi di un giovane, o di chi non ha più memoria delle proprie radici, la
vista appariscente dei membri d’una confraternita bardati nei propri
paramenti.
Flickr,
ad esempio, il notissimo sito che consente la condivisione di foto on line, conta ben 682 pagine dedicate all’argomento, con migliaia
di foto destinate ad effigiare i
membri delle circa seimila confraternite ancor oggi esistenti in Italia.
Può dirsi che le
confraternite sono un’esperienza ancora attuale? Forse, ed è una sorta di
pregiudizio positivo che mi induce a pensare che lo possano essere, perché
le ritengo il frutto
mediano d’una evoluzione storica e d’un bisogno antropologico.
Così come nel romanzo di
Fante vengono descritte usanze antiche, visioni del mondo passato, backstage
di un tempo ormai perduto, allo stesso modo partecipo alla vita d’una
confraternita, benché in modo molto saltuario, con lo spirito di chi vuole,
nell’attualità, non interrompere il filo che collega il passato al
presente. Come nel romanzo torno alle origini familiari, alla mistica
Valnerina, per nutrirmi di
sensazioni che eccedono la mera dimensione religiosa. La partecipazione alle
iniziative della confraternita che, per dovere di completezza nomino,
la “Confraternita
del S.S. Sacramento”, mi sono particolarmente care. Immagino una possibile
similitudine tra le mie sensazioni e quelle
vissute da chi, nel passato, ha percorso le stesse strade, ha intonato i
medesimi canti, ha ripetuto le identiche mosse
E’ come ritrovarsi in un
luogo che non ha tempo, con riti che conosco essere quasi immutati da
secoli.
Cento erano gli
appartenenti alla confraternita nel
1831, in
virtù della regola in base alla quale potevano appartenervi i soli
residenti nel paese.
La rudezza e la brutalità
che ogni fenomeno migratorio contiene, ha rischiato di cancellare ben più
che la sola confraternita. Ma la tenace volontà dell’uomo di conservare
le proprie radici ha fatto salvo non solo il piccolissimo borgo appenninico
sinora mai nominato, Agriano di Norcia, denso di ben cinquantuno abitanti
residenti ma la confraternita stessa apertasi anche ai “forestieri”,
ossia ai discendenti degli emigranti nella vicina Roma che sono ancora
individuabili con facilità, in base al cognome “indigeni” che, in tutto
l’abitato e dintorni, non supera il numero di venti.
Immaginare il primicerio
che, come ancor oggi, provvedeva alle iscrizioni, alla riscossione delle
relative quote, alla loro gestione, (ben distinta da quella operata dagli
uomini di chiesa, e con ben altre finalità n.d.a.),
o immaginare gli appartenenti alla confraternita prendere parte ad una
manifestazione religiosa con indosso belle divise dal camice bianco, col
cingolo porpora, con delle mantelline rosse su cui era applicato, e lo è
ancora, il simbolo dell’eucarestia, circondati da numerose suppellettili
di pregevole valore artistico come lampioncini e stendardi,
testimoniano l’antico affetto e il senso di orgogliosa appartenenza
di tutti gli abitanti del borgo.
Bisogni di appartenenza e
di mutuo soccorso che, in seguito al fenomeno migratorio verso Roma (già
consistente nel XVII secolo), furono soddisfatti grazie alla riproduzione
del medesimo modello aggregativo:la creazione di una confraternita
intitolata ai santi Benedetto e Scolastica. Quest’ultima ha ancor oggi la
propria sede in un luogo a me doppiamente caro: via di Torre Argentina. Un
tale Piermatteo Lucarucci, nel 1619, concesse in uso alla confraternita il
piano terra della propria abitazione sita proprio in via di Torre Argentina.
In questo luogo vi è ancor oggi
la sede. Successivamente
, nella sede della confraternita, si dette origine anche alla piccolissima
chiesa dei Santi Benedetto e Scolastica, ancor oggi registrata
nell’annuario della Diocesi di Roma come “Chiesa regionale dei Nursini”.
L’incipit
semplice e giocoso credo mi consenta di proseguire questo breve
scritto senza la necessità di affrontare l’argomento in modo scientifico
e sistematico.
Le confraternite sono dunque risalenti al medioevo
e definibili come associazioni
di laici riconosciute dall’autorità religiosa, con finalità
filantropiche e di culto.
Sulle
finalità di culto non mi soffermo, ritenendo più dilettevole indagare
quelle filantropiche poiché, a mio avviso, esse rappresentano il motivo
stesso della sopravvivenza delle confraternite. Se, nel corso del Medioevo,
l'assoluta mancanza di qualsiasi forma di
assistenza pubblica e delle più elementari garanzie, specialmente per la
parte più disagiata delle collettività, originarono il fenomeno descritto,
oggi è ben certo che non
vi è più la necessità di dotarsi di questo tipo di “welfare fai
da te”.
Ha
quindi ancora un senso appartenere ad una confraternita? Nel mio caso la
risposta è scontata. E provo a descriverne i motivi.
Confraternite come frutto
mediano d’una evoluzione storica e d’un bisogno antropologico, ho detto
sopra. A mio avviso la ricerca delle origini, dei motivi per i quali
esistono una varietà estrema di usi, costumi, tradizioni, dialetti,
culture, è consustanziale alla natura umana. Essa deve passare per lo
studio, e se possibile per la partecipazione, dei fenomeni associativi che
da più lungo tempo “contengono” tali elementi, per tentare di
comprenderli, cercando affinità e divergenze con chi ci ha preceduto, nella
ricerca individuale anche del fine ultimo dell’esistenza.
E
non si tratta, come dice Benedetto XVI, di esaltare le confraternite per via
dei “caratteristici abiti che richiamano antiche tradizioni cristiane ben
radicate nel popolo di Dio”,
ma di qualcosa che ha ben poco a che fare con quello che appare un
elogio del paganesimo (e che, a ben vedere, può non del tutto assente nel
fenomeno in analisi).
Con Fromm direi che "l'uomo
è l'unico animale per il quale la sua stessa esistenza è un problema che
deve risolvere." L’evoluzione storica non è sincronica con quella
antropologica: la prima è rapida la seconda è, necessariamente, più
lenta.
L’unicità
dell’individuo è preservata dall’una e dall’altra, ed il suo guardare
al futuro come un tentativo di perfezionamento non può farci dimenticare
che ci è necessaria la memoria storica, figlia di quella umana. Ci è
necessaria non solo per vivere pienamente e singolarmente questa esperienza,
ma anche per ricordarci l’insegnamento di Aristotele nella sua Politica:
“l’uomo è un animale sociale: tende per natura ad aggregarsi con altri
individui e a costituirsi in società”.
Appartengo
ad una confraternita anche perché ritengo ogni esperienza umana un fatto
singolo, irripetibile, anche quando accompagnato dallo sciorinare anodino di
antichi riti e formule magiche dal vago sapore pagano. L’essenziale
bisogno della conoscenza dell’altro da me, mi trascina costantemente tra
tanti amici e compagni di un viaggio, che non ritrovo
mai uguali. Questa
pratica, di solito, dura una vita, senza riuscire a darle completezza.
L’afflato alla conoscenza ci è necessario perché senza di esso sarebbe
impossibile tentare di governare in modo pieno e soddisfacente la propria,
unica, esistenza. La conoscenza degli altri, anche degli altri che ci hanno
preceduto, è precondizione necessaria all’individuo che ambisca al
godimento effettivo del suo proprio essere.
Questo
significa che la risposta alle domande è rinvenibile all’interno di una
confraternita? Assolutamente no, poiché la risposta non dipende unicamente
dal contenente, ma è possibile che sia rinvenibile anche in una
confraternita.
Associazione più
complessa delle iconografie con le quali si è soliti dipingerla: una
semplice congrega di burloni in maschera, o il ritrovo di una conventicola
affannata in canti e preghiere simili più allo sciorinare pagano di antichi
riti e formule magiche che alla plastica rappresentazione di una fede
convinta. Al
di fuori di questi due clichè ho
collocato il mio essere. Sicuramente traendone piacere.
Alessandro Massari
LA GRANDE SCIENZA
SECONDO CONFUCIO
La Grande Scienza è una sintesi della dottrina etica confuciana.
Traccia un programma della vita dell’uomo con motivazioni etico-sociali:
l’educazione dell’individuo, l’uomo e la famiglia, l’uomo e la
nazione, l’uomo e l’universo. Lo scopo della vita è quello di
manifestare le virtù del cielo, virtù luminose quanto il sole e la luna.
Le più importanti virtù confuciane: la vita-amore, la reciprocità , lo
studio la perseveranza e il rispetto dei saggi. Queste e altre virtù come correttezza,
giustizia, armonia e pace, anche se non le si ha dalla nascita, si possono
apprendere, perché sono le stesse virtù del Cielo.
Il Cielo dà e mantiene la
vita dell’universo perché è capace di reggerlo in ordine e armonia con
il giusto mezzo, con l’equilibrio.
” Riposa il tuo cuore nell’amicizia, ama la conversazione degli amici
saggi”
Da una parte abbiamo un
Confucio ‘legittimista’ che studia, si istruisce, apprende l’arte dei
riti, la musica, la letteratura ecc, che
cerca di trovare un impiego presso i re potenti per poterli influenzare allo
scopo di cambiare il mondo, dall’altra un
altro saggio e filosofo-religioso dell’epoca: Lao-tze che disprezza
i valori terreni, fugge dalla società umana alla ricerca di valori puri ed
assoluti. Dice Lao-tze a
Confucio. “ ho sentito dire che il buon mercante nasconde accuratamente le
proprie mercanzie migliori e fa come se non avesse niente, e che un saggio
perfetto si dà l’apparenza di uno sciocco. Lascia questa vita vanitosa, e
i suoi desideri, con la sua aria ostentata e le sue ambizioni eccessive.
Tutto ciò non è vantaggioso per te.” E ancora: “oggi chi è
intelligente è a rischio di morte se critica
gli uomini ingiusti con giustizia; chi ha uno spirito grande e saggio
mette in pericolo se stesso se svela i difetti degli altri “ Ma questo
voleva fare Confucio: modificare
e rinnovare la società.
Oggi troviamo persone
animate da spirito di verità però ancora un po’ divise: o si collocano
‘in toto’ dalla parte di chi è attivo a proprio rischio nel tentativo
di cambiare le cose, e a volte il rischio viene dall’interno: stress,
posizioni troppo rigide, credersi il migliore, o esclusivamente dalla
parte di chi si allontana dal mondo, dalla lotta, dal confronto, e vive in
una ‘torre personale’, magari non distrugge la sua anima, ma il suo
rischio è quello di renderla sterile.
Entrambi forse si
rifiutano allo scambio, desiderando non inquinare le proprie posizioni, ma
entrambi sono necessari. E voi, come sensazione propria, vi sentite più
confuciani o più lao-tzetiani?
L’In.Formatore din.amico periodico dell’Associazione IL DIVENIRE. Roma,
Via Pistoia,12 tel 06 97273932. www.associazioneildivenire.it
.Ottobre 2009. Redazione a cura
di Rosalia Grande. Collaboratore : Carlo Sordoni. In questo numero articoli
di : Rosalia Grande, Gabriele
Grassi, Alessandro Lanza, Rosa Giordano, Carlo Sordoni, Elide Stucchi,
Alessandro Massari. L’associazione
propone una formazione permanente volta allo sviluppo, alla consapevolezza,
e all’acquisizione di capacità e competenze relazionali, spirituali e
sociali. Promuove discussioni, incontri,spettacoli, corsi. Inoltre è
possibile diventare Facilitatori della Comunicazione e Counselor orientativi
sistemici. Il nuovo primo anno della Scuola di Counseling avrà inizio la
prima settimana di gennaio. Prossimo mini-corso: “Orienting”
rilassamento e attivazione dell’energia. L’associazione si ispira a idee
progressiste, pacifiche e nonviolente integrate secondo una chiave sistemica
per la quale “ Non siamo soli nell’Universo, forze
intelligenti ci sostengono e ci guidano”
“
Il primo digiuno non si scorda mai”E’ il titolo del VI
capitolo del libro “ Radicale ignoto” di Sergio Ravelli. Edizioni
Cremonalibri
Numero
di luglio-agosto
2009 dedicato all’ambiente e all’ecologia
Non
si potrebbe parlare di ambiente, né di ecologia, se dimenticassimo che
senza un qualche ambiente all’essere umano favorevole, quest’ultimo si
sarebbe estinto da tempo. Come i dinosauri, che, si dice, per migliaia di
anni , anzi, di secoli, scorrazzavano sul nostro pianeta terrorizzando o
meno gli umani stessi, ma comunque c’erano.
Accadde poi qualcosa di cui si continua a discutere, ipotizzando
diversi scenari, qualcosa in seguito al quale poi
non ci furono più. Non credo che questo sia avvenuto dalla notte al giorno,
o viceversa. Comunque sia avvenuto, il tempo della scomparsa non sarà stato
fulmineo, anche se l’ipotesi di un diluvio altamente distruttivo non è da
escludere.
Ora,
per il calendario Gregoriano siamo
nel 2009 dopo Cristo, e secondo alcuni già abbiamo vissuto assai, superando
le profezie che ci avevano annunciati estinti varie volte e con varie
modalità, tutte più o meno spaventose. Certo, mai come adesso potrebbero
determinarsi condizioni totali, estreme, quali una guerra atomica, che
distruggerebbe in poco tempo una buona parte del genere umano (a seconda
della sua potenza, naturalmente). Il
problema, e non è un sofisma
linguistico, deriva anche dalla nostra classificazione di cosa sia il genere
umano. Due piedi, due gambe, due braccia, due mani, una testa, un tronco,
organi sessuali e sistema nervoso, sangue e linfa, canali sensoriali e tasse
da pagare. Quest’ultimo attributo o elemento – direte - non c’entra
con gli altri, non è carne e sangue, non è mica ‘
naturale ’. Però sembra che lo sia diventato. Il genere umano continua ad
esistere perché paga.
Effettua
pagamenti di ogni genere, a livello materiale
con il denaro, con scambi di
oggetti; a livello simbolico paga il prezzo dell’affetto con la
subordinazione, paga il prezzo della stima con il superlavoro, paga il
prezzo della vita con il silenzio. Il silenzio su quello che pensa, il
silenzio su quello che sa. Il silenzio sulle sue previsioni in merito allo
sviluppo o alla involuzione, il silenzio sui suoi bisogni e sui suoi
desideri. Da un lato paga, dall’altro guadagna, lentamente, ma qualcosa
guadagna. In conoscenza, in lunghezza della vita, in benessere, in
tecnologia, qualcuno perfino in sincerità e consapevolezza.
Ma,
per il ‘cittadino medio ’, incapsulato nell’ordine apparente e
materiale della vita, così come è lenta, sofferta e contraddittoria la
sua relazione con la madre sia biologica, che affettiva,
così lo è con la madre terra. Le contraddizioni della sua storia
con la madre le proietta dovunque, sulle sue relazioni, e sull’ ambiente
in cui vive. I suoi passi sono distratti, i suoi occhi vedono appena la
grande bellezza di quello che è il nostro pianeta, le sue incredibili
meraviglie, le mille e mille specie animali, di terra, di aria e di acqua.
Un po’ addormentato, un po’ preso dagli affari, dai litigi domestici,
dalla politica o dalla carriera, l’uomo ‘ medio ’ vive tutto ciò che
lo circonda alla stregua di un fondale di cartone.
Ogni
tanto si preoccupa per qualcosa che legge, ma poi passa oltre, perché se i
‘ grandi della terra ’ non mostrano necessità di effettuare
significativi cambiamenti, dato che loro sanno, lui di che si deve
impicciare? Alla non-luce di quel fondale di cartone, quell’albero, quel
bosco, quel mare, quell’oceano e perfino quell’acquario possono essere
frettolosamente osservati tra un panino e l’altro, una birra e l’altra,
una sigaretta e l’altra, una discussione e l’altra.
La vita passa, e, come accade a chi non si dà da fare per distinguersi dal
fondo, finisce che anche lui, l’uomo medio, va assomigliando sempre più
ad un fondale di cartone, o anche ad
un cartone animato. Si percepisce come un Flingstone, uno dei Simpson, un
Fred delle caverne e non si accorge di quanto gli sta diventando, almeno
simbolicamente, uguale.
Quello
che resta sempre in bilico è il bilancio tra lui e le altre specie, tra lui
e la natura, tra lui e l’ambiente. Quanto si sentirebbe diverso, non
cartone animato ma pienamente ‘ umano ’ se sapesse dare valore a ciò da
cui proviene, questa natura che lo sostiene e lo alimenta, come sarebbe
diversa la società se gli venisse insegnato a capire quell’intreccio
costante e ineludibile che è il nesso tra lui e l’ambiente.
Ma anche il nesso, il legame tra lui e quelli che ritiene ‘altri’,
diversi, cibo per le sue esigenze, bevanda per la sua sete di avere, di
appropriarsi, di possedere. “E’
perché l’essere umano ha bisogno di sicurezza”, sostiene qualche
difensore degli insani comportamenti di spoliazione e aggressione . Del
resto cosa ci convince che esitiamo?
Da
Cartesio in poi, le affermazioni che hanno l’apparenza di rassicurare il
genere umano, si sono succedute a ritmi incessanti : dal cogito ergo sum che
il filosofo decretò, si è passati all’ habeo ergo sum ; copulo ergo sum;
compro ergo sum; bevo ergo sum; assumo coca ergo sum; grido ergo sum;
sfrutto la terra ergo sum; non-mi-importa-di-niente-e-di-nessuno ergo sum.
Quest’ultima affermazione sembra la più filosoficamente affermata, in un
certo senso la più popolare anche se viene declinata con varie e infinite
sfumature.
Pur
tuttavia questo moderno pensiero non basterebbe a salvare la continuazione
della specie, se non fosse magistralmente accompagnato da
‘ pago ergo sum ’ che diventa anche
‘ paga, ergo pode ser ‘ (
intreccio di lingue, babele dei linguaggi) .
Questo
interrogarsi continuo dell’ordine simbolico che
sposta incessantemente la risposta
impedisce una identificazione stabile con
qualsiasi cosa. Ora, se da un lato tutto ciò è abbastanza
spaventoso, da un altro è tranquillizzante, osssia, finchè ci sarà
mercato, di merci, di energia e di anime, ci sarà il genere umano. Essendo
il pagante la sola categoria
identitaria immodificata, anzi,
moltiplicata, dalla storia, magari ridotto a pochi esemplari, magari
annerito dal fumo di qualche bomba, sarà pervicacemente presente. Felice o
infelice, legato a doppio filo a chi esige ‘un prezzo’,
fino all’ultimo scambio, state sicuri,
assicurerà la continuazione della specie, insomma, ci sarà.
Rosalia
Grande
LE POSSIBILITA’ DEL
CO-HOUSING IN ITALIA
Corso di Progettazione dell’abitazione e
sperimentazione edilizia
Prof. Arch. Andrea Vidotto
A.A. 2008/2009
Studente: Irene Rossetti
Il termine
che forse può sinteticamente racchiudere il concetto fondante del
co-housing è sicuramente la “condivisione”. Non è casuale l’origine
di questa tipologia architettonica: infatti proprio la Danimarca ha accolto
e allevato, fino a farlo crescere e conoscere, il senso di appartenenza che
il co-housing può generare, grazie alle caratteristiche profonde di una
cultura europea solo in parte.
Lo Stato
danese ha infatti una cultura della condivisione molto sviluppata, rispetto
a diversi altri paesi europei, mentre al tempo stesso conserva un calore
interiore differente dalle altre popolazioni scandinave, più distanti e in
qualche modo isolate: anche la posizione geografica ne testimonia in qualche
modo il carattere.
In Italia il co-housing è arrivato, ma non è riuscito a sbocciare
portando con sé tutti i benefici conseguenti. Nonostante diversi ma
sporadici progetti siano stati avviati con intenzioni e speranze romantiche,
nulla di concreto è stato realizzato. Non stupisce molto: il co-housing è
appunto “romanticismo” per l’Italia, un dolce pensiero che qualcuno
prima o poi realizzerà. Sono esigenze, quelle a cui il co-housing risponde,
che nel nostro bel paese vengono spesso avvertite e lamentate con
superficialità, senza davvero provare il bisogno che qualcosa cambi
radicalmente.
Negli Stati
Uniti, ad esempio, il co-housing ha costituito una forma di interesse e di
sviluppo edilizio: il sogno americano è sicuramente romantico, ma concreto
per coloro che ci credono. E’ proprio questa concretezza dell’agire che
ha permesso agli Stati Uniti lo sviluppo sociale ed economico (crisi a
parte) che li caratterizza.
Invece nel
suo individualismo la mentalità italiana dimentica quanti benefici potrebbe
trarre da tutto il romanticismo che non trova applicazione, come il
co-housing: il contatto con gli altri, con la natura e la terra, la
responsabilizzazione nei confronti di sé, degli altri, dell’energia spesa
per la sussistenza, il distinguo tra il necessario ed il superfluo, la
semplicità e la concretezza dei rapporti umani. E queste sono solo alcune
delle lezioni di profonda importanza che si potrebbero trarre. Ma come è
possibile conciliare tutto questo con la spesso frenetica vita che la
maggior parte degli individui svolge, soprattutto lavorativamente ed
economicamente?
Ascoltando
diverse opinioni è possibile trarre delle considerazioni: la tradizione
abitativa italiana è effettivamente lontana dall’idea di condivisione.
E’ noto che la stragrande maggioranza degli individui abita in
appartamento, poiché i grandi centri urbani in Italia sono numerosi e
attraggono i giovani dai centri più piccoli. Solo in questi ultimi persiste
un vago senso di condivisione, poiché il numero di individui è ridotto e
vi è la possibilità di conoscersi l’un l’altro. Ma la forte
urbanizzazione italiana ha comportato la realtà dei condomini e le
palazzine, che sono ormai la realtà abitativa più comune.
In condominio gli abitanti sperimentano la minima condivisione che
riescono a tollerare: i pochi luoghi pubblici (scale, cantine, terrazze)
vengono gestiti con difficoltà, mentre i riscaldamenti e gli altri ridotti
servizi in comune sono spesso fonte di contrasti tra gli individui. Essi
vogliono infatti mediamente essere nella condizione di decidere
autonomamente, senza sottostare a decisioni altrui. Si cerca così di
coltivare esclusivamente l’intimità all’interno della casa, trascurando
l’esterno con cui vengono amaramente in contatto ogni mattina
sull’autobus o nel posto di lavoro.
L’unica
possibilità di vita in comune in una struttura di co-housing potrebbe
essere il frutto di una scelta attuata da una sorta di comunità
pre-costituita di individui che hanno una profonda conoscenza l’uno
dell’altro e una serie di connessioni relazionali precedentemente
approvate, così da potersi “fidare”.
L’italiano
tendenzialmente non sente il bisogno di condividere, tende a conservare il
proprio individualismo: è per questo che il co-housing non potrà avere la
fortuna che ha avuto in altri paesi, a meno che non si cerchi di trovare dei
differenti contatti tra le esigenze e la funzionalità dell’abitare.
L’aspetto
di condivisione, la ragione prevalente del co-housing, può forse trovare
una connessione con precise tipologie abitative: piuttosto che rendere
disponibili i nuclei abitativi del co-housing per ogni individuo, potrebbero
essere costituiti con lo scopo di ospitare tipologie prefissate di persone
che sentono la necessità di condividere e coabitare.
E’
sufficiente ricordare che un anziano su due vive da solo, come anche il 15%
dei malati di tumore o il 28% dei disabili. Se il co-housing mutasse solo
parzialmente la sua destinazione, limitandola a coloro che potrebbero dare
un valore alla condivisione, anche in Italia potrebbe trovare
un’espressione. Naturalmente i servizi e le possibilità del coabitare
avrebbero al centro un’assistenza professionale e garantita, nonché una
progettazione delle abitazioni, degli spazi e degli spostamenti specifica.
Potrebbe essere avviato, come spesso avviene nella realizzazione di
un’esperienza di co-housing, un progetto di risparmio energetico, di
riduzione dell’impatto ambientale e di auto-produzione di alimenti base,
fornendo così delle attività di integrazione agli individui. Le spese
sarebbero più sostenibili, poiché suddivise ed agevolate dalla
cooperazione.
Inoltre,
sfruttando un’area di notevoli dimensioni, il numero dei nuclei di
abitazioni potrebbe aumentare, formando una sorta di quartiere di dimensioni
importanti, in cui gli interessi e le finalità siano condivise dalle stesse
esigenze.
Un’altra
possibilità concreta di attuazione potrebbe risultare la destinazione ai
giovani studenti universitari: come i campus negli Stati Uniti, anche in
Italia si potrebbero creare atenei vasti che comprendano numerosi nuclei
edilizi, la maggior parte dei quali abitativi. Anche i giovani potrebbero in
questo modo usufruire del risparmio economico, dei benefici dal punto di
vista energetico ed ambientale e magari imparare ad apprezzare la capacità
di cooperazione e condivisione. I servizi in comune potrebbero riguardare
l’accrescimento di una sensibilità ecologica e sociale al tempo stesso,
nonché l’apprendimento per mezzo di aree comuni adibite ad un
auto-gestione degli spazi.
Lo stesso
tipo di iniziativa potrebbe essere promossa con finalità ancora diverse:
oltre all’istruzione, anche il lavoro risulta una forza aggregatrice. Così
le grandi aziende e fabbriche, investendo notevolmente su un progetto di
portata consistente come un vasto co-housing, potrebbero permettere ai
dipendenti di usufruire di servizi comuni per sé e le proprie famiglie,
abitando al tempo stesso nei pressi del luogo di lavoro e usufruendo di
strutture comuni come asili nido, che accoglierebbero tutti i bambini delle
comunità che si verrebbero a formare. Tutto ciò contribuirebbe a favorire
le relazioni, garantendo ai lavoratori un notevole risparmio economico nel
condividere i servizi a disposizione.
Senza
dimenticare l’importante difficoltà che in Italia si dovrebbe affrontare
anche per creare questo tipo di edilizia, forse puntando ad un’intenzione
di miglioramento di alcune fasce della società, che spesso si trovano ad
affrontare in solitudine una parte della propria vita o riescono con
difficoltà ad affrontare consistenti spese di mantenimento, si riuscirebbe
più facilmente ad ottenere i risultati sperati.
E finalmente
la condivisione potrebbe essere apprezzata.
Irene Rossetti
Peterborough, NH
Fresno, California
Il
giro del mondo in 93 minuti
e 18 secondi
E’
stato da pochi giorni, venerdì 5/6/2009, in occasione della Giornata
Mondiale per l’Ambiente, presentato in Rete, “Home”
il nuovo film, sull’evoluzione del nostro Pianeta, del fotografo Yann
Arthus-Bertrand con
la Co-Produzione
di Luc Besson.
Ripercorrendo
la storia della Terra attraverso immagini spettacolari in ogni continente,
il film racconta quale sia stato negli ultimi 200,000 anni e quale sia
soprattutto oggi l’impatto del genere umano sul fine equilibrio che il
nostro Pianeta ha sviluppato nei precedenti 4 miliardi di anni.
Per
i più “connessi” di voi c’e’ anche la pagina Facebook,
e l’ account Twitter.
Potete trovarlo in versione integrale su
http://fotografandolavitablog.blogspot.com/2009/06/home-il-film-documentario-di-yann.html
Le
recensioni ne parlano così:
http://www.vivacinema.it/articolo/home-lo-stato-del-pianeta-di-yann-arthus-bertrand-prodotto-da-luc-besson/3382/
Un
film che intende promuovere e sensibilizzare la salvaguardia del nostro
pianeta non in senso pessimistico, ma mettendo in evidenza ciò che abbiamo
e non ciò che abbiamo perso … lo scopo del regista è proprio quello di
mostrarlo al mondo intero sottolineando che esistono soluzioni
“sostenibili”.
Il
film il cui motto è “non
c’è più tempo per essere pessimisti” è stato ispirato da
“
La Terra
vista dal
cielo” album fotografico realizzato da Arthus-Bertrand
nel 1994 con il patrocinio dell’Unesco e il documentario “Una
scomoda verità” dell’ex candidato alle presidenziali
statunitensi Al
Gore.”
Sono
ben 15 anni che porto dentro di me questo film -
spiega il regista Yann Arthus-Bertrand
- E’
quanto ho visto e appreso sorvolando
la Terra
che mi ha trasformato.
Ciò
che importano non è il 50% delle foreste scomparse ma il 50% che restano.
Quello che è veramente importante è che noi oggi siamo sei miliardi di
intelligenze per agire.
Per la
qualità di queste immagini e la sua riflessione, questo film dovrà far
comprendere che abbiamo tutti una responsabilità e che tutti possiamo
effettivamente dare il nostro contributo.
Dello
stesso parere il produttore Luc
Besson che afferma: “Ho
sempre avuto un grande amore per il nostro pianeta ed ho cercato di
trasmettere le sue bellezze attraverso alcuni miei film come Il
grande blu,
Atlantis
e Arthur
e il popolo dei Minimei.
E’ quindi naturale associarmi a Yann
per produrre questo magnifico progetto“.
Un
progetto che quindi non mette l’accento sul fatto che “Un altro mondo è
possibile” ma che è possibile proprio preservare questo e la nostra
stessa terra, con tutto ciò che rimane, che esiste, che è parte di ognuno
di noi, e ognuno è responsabile allo stesso modo del nostro angolo di
terra…
E
ancora:
http://blogeko.libero.it/2009/il-trailer-di-home-il-film-documentario-sulla-terra-di-yann-arthus-bertrand/
“Home”
non ha fini di lucro e, come recita il
comunicato stampa, ha l’obiettivo di
contribuire ad accrescere
il
livello di
consapevolezza sulla
responsabilità
di ogni individuo
nei confronti del Pianeta.
I profitti verranno donati a Goodplanet.org,
l’associazione no-profit creata da Yann Arthus-Bertrand
nel 2005…
Dopo
aver visto 93 minuti e 18 secondi di questo documentario, qualcosa è
cambiata nella mia vita, è vero che muove ad una trasformazione, poiché
dice: “ascoltami, per favore, tu
sei come me un uomo sapiens, un uomo saggio” e il messaggio tende ad
accrescere questa saggezza attraverso un ben misurato concentrato di etica
ed estetica, attraverso un viaggio, quello stesso viaggio che a livello
immaginario fa parte del sogno che molti esseri umani, adulti e piccini
conservano dentro se stessi per sempre: il giro del mondo, il giro del
pianeta in questo caso.
Si
potrebbe definire panoramico, perché mette lo spettatore nella posizione di
un’aquila o di un aquilone che sorvola la terra ma anche nella posizione
di essere a bordo di un aereo insieme ad un gruppo di studiosi che osservano
un nuovo particolare pianeta o di essere degli extra terrestri che guardano
un documentario sui terrestri, in astronave.
Questo
perché il viaggio oltre ad attraversare
i luoghi e le azioni, attraversa il tempo, da quattro miliardi di
anni fino ad oggi, prendendo un’accelerazione negli ultimi cinquant’anni,
è vero che questo per natura fanno i documentari ma spesso sempre per loro
peculiarità sono specifici, settoriali, hanno dei temi di approfondimento,
qui il tema siamo noi presi contemporaneamente nei diversi continenti,
nazioni, città, nelle diverse ere, e tremendamente collegati in azioni
comuni, inconsapevoli o meno, che hanno portato e stanno portando la nostra
risorsa vitale primaria verso una strada cieca e chiusa, morta ma la vita
non è ancora morta, il cammino si può cambiare e prendere un’altra
strada, ora.
C’è
la questione dell’ora, già il tempo, un’altra fascia temporale viene
aperta, grazie al ritmo, si il ritmo del documentario non è veloce,
velocissimo è il ritmo interno della storia, mentre lentamente sorvoliamo
il mondo con musiche che richiamano come voci nella giungla l’antichità,
“sempre più velocemente” ci troviamo catapultati nel senso globale di
ciò che abbiamo fatto insieme e contemporaneamente per 200.000 anni come
specie umana, ecco perché come un’opera di filosofia riesce a salire su
un piano universale.
Le
frasi ricorrenti del film sono “sempre più velocemente” ed “è troppo
tardi per essere pessimisti”, la sensazione e poi il pensiero che hanno
fatto scaturire in me è che l’essere umano in molti casi abbia corso
forsennatamente senza capirne il motivo per soddisfare pulsioni parziali di
potere, comodità, sesso, ricchezza, soldi, sfruttandosi l’un l’altro,
mascherati da falsi principi di progresso, scienza e religione e con la
mentalità pessimistica che dice “tanto non si può fare niente, ormai è
troppo tardi, è sempre stato così, che può fare una persona sola di
fronte a tante cose negative, tanto poi tutti fanno come vogliono” ha
acconsentito e continua a consentire, come complice inerme e viziato, ad
atti distruttivi e deleteri per se stesso, per
gli altri e per l’ambiente, senza riconoscere la pigrizia e la
propria responsabilità.
Ma
a questo punto è veramente inutile darsi colpe e punizioni che non
farebbero che infierire in un campo già minacciato da forze invasive
e corrosive, tutto ciò è potuto accadere
forse anche perché non sapevamo fino in fondo che la strada su cui
correvamo forsennatamente era già stata tracciata per noi come per
pinocchio nel paese dei balocchi,
se rallentiamo la corsa per elaborare ciò
che stiamo facendo, sentendo, pensando, possiamo prendere altri
percorsi.
Camminando
possiamo vedere e conoscere persone ed anche popoli, che fanno scelte
consapevoli, che si riuniscono e decidono per il benessere proprio ed altrui
contribuendo così al benessere
dell’umanità, che il senso comune dell’uomo ha molti valori, l’
ingegno, l’ amore, il rispetto, e tanti altri, e che condividiamo tutti lo
stesso ambiente, la stessa atmosfera e che abitiamo appunto tutti nella
stessa casa, home.
Per
non togliervi la sorpresa, non vi anticipo, descrivendole, le straordinarie
immagini di cui potrete godere vedendo il film ma posso rivelarvi cosa dice
al suo inizio la voce narrante: “ascolta questa storia la tua storia e
decidi cosa fare”.
Cecilia Errede
°
Un
luogo ecologico
La Riserva Naturale Regionale
Gole del Sagittario
L’Oasi si trova a circa
20 Km
dalla città di Sulmona,nel Comune di Anversa degli Abruzzi. L’ambiente è
costituito da Gole spettacolari tra rupi calcaree scavate dal Fiume
Sagittario. Il fondovalle è posto a circa
700 metri
di quota mentre i picchi circostanti raggiungono
i
1500 metri
di quota.Alla base delle Gole
presso l’area di Cavuto, esistono delle sorgenti ricche. Le rocce più
antiche affioranti nella riserva risalgono a circa 200 milioni di anni fa
mentre le più recenti sono di circa 5
milioni di anni, prima della definitiva emersione di tutta l’area.
Precedentemente si erano alternate nella storia geologica condizioni
intermedie tra mare
aperto e ambiente costiero con
scogliere coralline. Oggi nella riserva si possono evidenziare sei tipologie
ambientali : le rupi e i
ghiaioni calcarei,i prati aridi, la vegetazione delle sorgenti il bosco
mesofilo di fondovalle,la faggeta e le praterie primarie in quota.
Le Gole del Sagittario viste da Anversa degli Abruzzi
Il paese di Anversa degli Abruzzi e il borgo medievale di Castrovalva
dominano l’Oasi. In questi diversi ambienti vive un’abbondante fauna:
l’ Orso, il Lupo,il Gatto Selvatico e la Martora. Si riproducono il Cervo,
il Capriolo e il Cinghiale. E’ particolarmente
importante la presenza della
rara Lepre Italica. L’avifauna è fiorente
e comprende molte specie tutelate a livello europeo. Sulle rupi
nidificano l’ Aquila reale e il Falco Pellegrino mentre nelle aree
boschive l’Astore, il Falco pecchiaiolo
e il Lodolaio. Sulle rocce nidificano il Gracchio corallino, presente con
una colonia facilmente osservabile di circa 15 coppie, e
la Rondine
montana. In inverno è frequente il Picchio muraiolo.
La Coturnice
, il Codirossone e il Calandro nidificano sui prati aridi della Riserva.
Nella faggeta nidifica il raro Picchio dorso bianco.
L’erpetofauna è rappresentata dal
Colubro liscio, il Cervone, la Vipera e la Luscengola. Nelle sorgenti del
Cavuto è presente la trota macrostigma. Per la flora Simbolo delle Gole del
Sagittario è il Fiordaliso del Sagittario ,specie presente ,in tutto il
globo solo in quest’area. Altre piante rare ed endemiche dell’Appennino
centrale sono l’Aubretia columnae e
la Campanula
fragilis subsp.cavolinii. Interessante una stazione di Efedra dei Nebrodi.
Il bosco mesofilo di fondovalle ospita cinque specie di aceri. Per quanto
riguarda la flora ci sono considerevoli novità:proprio in questi giorni i
ricercatori hanno scoperto nell’Oasi una stazione di una rarissima specie,
l’Aquilegia magellensis presente nel Parco Nazionale d’Abruzzo e nel
Parco Nazionale della Maiella. In tutto il mondo
vive solo in questi tre luoghi dell’Appennino centrale.
I ricercatori stanno catalogando tutte
le specie di piante, oltre 400. La gestione dell’Oasi
è dell’Istituto Abruzzese per
le Aree Protette – WWF, in convenzione
con il Comune di Anversa degli Abruzzi, nel quale si è tenuto il
Consiglio Nazionale dell’Associazione il 17/7/2009. Il Presidente del WWF
Italia Stefano Leoni in questa occasione ha espresso tale messaggio: ”Una
splendida galleria di immagini di
rari fiori dell’Oasi WWF delle
Gole del Sagittario in provincia
dell’Aquila nell’Appennino abruzzese può ben rappresentare la rinascita
di una terra naturalisticamente preziosa
che merita di essere conosciuta nel mondo
e frequentata dai turisti. L’ Abruzzo è una terra che può
e deve rifiorire e la sua natura ,anche con le bellezze delle Oasi
gestite dall’Associazione può fare la sua parte. Se quest’anno è
l’anno del clima ,il 2010 sarà l’anno mondiale della biodiversità ....
Il WWF nazionale si riunisce domani ad Anversa degli Abruzzi per fissare le
iniziative da adottare nel nostro Paese.
Il lavoro che ci aspetta è enorme e
di grande responsabilità .In questo incontro verranno creati gruppi
permanenti di lavoro su aree protette,tutela della fauna,tutela del
territorio,energia e rifiuti. Ci riuniamo in Abruzzo perché questa regione,
mettendo a disposizione da subito tutte le
proprie strutture nelle Oasi, ospitando
in quella del Lago di Penne per un mese i corsi della
facoltà di Scienze dell’’Aquila
e accogliendo gite delle persone che vivono ancora in tenda. Il
rilancio del turismo naturalistico passa anche attraverso i campi che
abbiamo sostenuto con specifiche iniziative ,anche con il Ministero
dell’Ambiente.
Ora presentando la biodiversità e
inaugurando il nuovo Centro del Volontariato internazionale ,che ospita
ragazzi provenienti da ogni parte d’Europa, vogliamo dare un ulteriore
contributo per questo territorio.”
Il Centro del volontariato
internazionale Europeo “ Youth in action “ è situato precisamente in
località Aia delle Piaggie, nel cuore dell’Oasi. Il centro è destinato
ad ospitare giovani volontari di protezione civile provenienti da: Germania,
Turchia, Russia, Portogallo, Francia e Spagna. Una volta sul posto potranno
mettere a disposizione le loro conoscenze nello splendido scenario delle
Gole del Sagittario. La loro opera sarà utile ad indagini di tipo
scientifico, monitoraggio della fauna e la gestione del giardino ,botanico.
Le case di questo centro sono costruite con materiale biocompatibile.
Dalle notizie
raccolte questo luogo mi appare ricco di risorse naturali, capace di
rinnovarsi, sostenitore di unicità, e promotore nell’animo degli uomini
di idee e progetti di pace.
Felicita Mariantoni
Le
notizie provengono dal sito del WWF
°
La
Foce del Garigliano,
ovvero: pensiero ecologico tra
rimpianto e realtà.
A segnare il confine tre il Lazio e la Campania il fiume Garigliano
scende perlopiù placidamente verso il Golfo di Gaeta. Perlopiù, dico,
perché nelle piene sa essere tenebroso, forte, nervoso. È comunque sempre
un fiume ampio, profondo, generoso fino alla foce. Ed è proprio della Foce
che voglio parlare. Nella foto è ritratta com’era oggi, poco prima del
tramonto, vista dal versante laziale. Vi assicuro che da vicino non è così
bella! Quello che, a primo
sguardo, potrebbe apparire come un posto selvaggio, affascinante, è in
realtà un sito ridotto a discarica! Quella che sembra una piacevole
spiaggia è un nauseabondo accumulo di strati di detriti misti alla
immancabile plastica, immondizie abbandonate sul posto e pattume portato dal
fiume, dentro al quale, più a monte, qualcuno regolarmente le getta.
Ho
bisogno di riconciliarmi con quel luogo, perché io me lo ricordo com’era
prima che venisse ridotto alla mortificazione della sua natura, era una
meraviglia di esuberanza naturale!
Si potrebbe fare un piccolo sforzo di
immaginazione, nettare con la fantasia le lordure, vedere, tra le canne
spontanee sulla destra, i nidi delle marzaiole che ogni anno in primavera
venivano a deporre le uova. Quell’ombrellone rotto, abbandonato là
sull’argine, sottrarlo alla vista e al suo posto lasciar scorazzare i
cormorani, in gara per la pesca con le sule e i gabbiani reali. Lo sguardo
potrebbe passare sopra la grande pineta di Baia Nord (semisacra eredità del
ventennio mussoliniano) e perdersi fino al Monte Massico, là dietro.
Io ricordo, non era tanto tempo fa…
Negli anni 80, poco più a monte,
l’omonima centrale nucleare chiudeva i battenti dopo aver sparso veleni e
radioattività su un vasto raggio, e negli stessi anni la foce del
Garigliano entrava nel progetto di parco naturale di Roccamonfina e del
Garigliano. Dicono che la zona sia stata “pulita” dal nucleare e le
malformazioni dei vitelli, i
molti casi di ermafroditismo, gli innumerevoli casi di leucemie sono stati
archiviati dal Ministero per la Salute come “rientranti nella normale
casistica” mentre la gran parte dei rilevamenti, di pertinenza dell’ente
gestore, l’Enel, non appaiono in grado di fornire gli elementi necessari
per sapere con certezza quale sia l’attuale stato di salute della zona.
Anche perché ci sarebbe ancora chi parte dal falso postulato che, una volta
chiusa la centrale, il problema sia in gran parte risolto. Possiamo dire
che, almeno, quel progetto di parco ora è stato attuato sulla carta, solo
che qui alla foce, purtroppo, ancora non se ne vedono i frutti.
Percorro regolarmente la strada statale che costeggia il fiume quando,
pedalando di buona lena, faccio le mie escursioni ossigenanti di prima
mattina. Non molti giorni fa annotavo:
Si contendono la direzione
fiume
e mare
sogno
balsamico di origine
e
fine
invertiti
Crescono, sugli argini, fiori d’ogni specie e io, a volte mi
lascio andare a considerazioni bucoliche:
Colgo globiche infiorescenze di cipolla
violacee
perfette metafore
della
composita moltitudine
dell’abitato
globo
Di
convolvoli e malva
papaveri
e meline
pedalando
si compongono
future
mattine
Occhieggiano
tra i rovi
vibrando
appena
accenni
di rose.
Invitano
alla pazienza:
la
lussuria delle more
il
premio di luglio
Ispirazione fluente, amo questo fiume.
Lo vorrei amato da tutti, dai residenti e dai passanti ma soprattutto
dall’autorità di Bacino, che ne decreti finalmente la reale tutela, che
lo depuri dagli scarichi abusivi, che ne ripristini gli argini, che metta in
sicurezza tutto il suo letto e provveda a fare tornare la
sua Foce il luogo d’incanto che era fino…
all’altro ieri.
Monica
Penitenti
(foto di Pasquale
Rea)
Filosofia , qualità ecologiche:
Fortezza e Temperanza
….” Fortezza e temperanza sono virtù, che, in generale,regolano
la potenza. Non si potrebbe in fatti parlare di fortezza in assenza di
potenza, né la temperanza avrebbe alcunchè da temperare se non vi fosse
una qualche
energia da amministrare. Fortezza e temperanza si distinguono tra loro poiché
la fortezza organizza la potenza contro i pericoli esterni,attaccando o
difendendo, mentre la temperanza amministra al meglio l’energia
individuale di cui gli uomini sono dotati,dà forma alla quantità di
potenza o alla puntuazione di forza che noi siamo.
Dopo esserci soffermati sulla temperanza,parliamo ora della fortezza.
Questa virtù riguarda, secondo tradizione, i modi e le forme di attivazione
della forza rispetto ai pericoli e alle pressioni che ci giungono
dall’esterno: programmati o imprevisti,
comunque non dipendenti da noi. In
tali frangenti gli uomini, per n on essere travolti, devono divenire capaci
di contrastare o di resistere. Da questo punto di vista la fortezza è una
virtù attiva. Ed è tale in sen so specifico e non in quello generale,
secondo cui ogni virtù è attiva.
Forte è dunque colui che è capace di
affrontare i pericoli e di farsi valere contro le aggressioni esterne.
Cicerone, nella Retorica definisce
la fortezza in questi termini :” fortitudo
est con siderata pericolorum susceptio et laborum perpessio”.
Tommaso d’ Aquino muove da questa formula per determinare la natura
propria della fortezza e perciò la fortezza come virtù. La fortezza è una
virtù speciale poiché riguarda una materia determinata e precisamente
quella relativa all ‘aggredire e
sostenere. Forte è colui che è capace di affrontare i pericoli e di
sopportare i dolori. Tommaso,nel tentativo di cogliere in modo più
determinato la natura della fortezza, dice che essa riguarda propriamente i
pericoli di morte.

Ora, non v’è dubbio che forte è
colui che sa reggere in ogni avversità, ma forte per eccellenza è colui
che n on teme il pericolo estremo, quello della morte. Amare la propria vita
- dice Tommaso d’ Aquino - è naturale. Proprio per questo la fortezza è
una virtù: essa modera i timori dei pericoli di morte e consente agli
uomini di mettere a repentaglio la propria vita per realizzare il bene, o
meglio, qualche da loro è ritenuto tale.
Tommaso si riferisce fondamentalmente a
pericoli che provengono dall’esterno, soprattutto quelli che si corrono in
guerra…..Ma le guerre, anche ‘ le più giuste ’,
sono sempre alimentate da qualcosa di sporco. Vi sono uomini che n on
scelgono affatto di morire, ma sono mandati a combattere una guerra di
altri, da altri proclamata ‘guerra giusta ’, ma assolutamente ingiusta
per loro.
Le guerre creano eroi per esorcizzare
la vendetta delle vittime. Occorre giustificare il sangue versato per
impedire il dilagare dell’ira, per evitare che se ne
versi dell’altro, e impunemente.
Ma, guerra a parte, noi siamo chiamati
ogni giorno ad essere forti, siamo impegnati in una guerra quotidiana per
difendere la giustizia, o quanto meno per porci al riparo
dell’ingiustizia, per non essere
conniventi. E per far questo
è necessario un grande coraggio : n on dico il coraggio di esporrsi – che
non sempre è coraggio, ma talvolta vanagloria e malafede – bensì quello
di continuare a fare quello che in coscienza ci sembra giusto e doveroso
fare. E’ fortezza n on lasciarsi coinvolgere, non essere disposti a sub
ire…….”
Da
“ La felicità di questa vita” di
Aldo
Natoli
Oscar
Saggi Mondadori
°
Fare
o non fare il ponte
sullo Stretto?
Un manifesto radicale del 1980 mostra
una rosa di palloncini stretti nel pugno che sovrasta un
paesaggio ben ordinato nel quale possono riconoscersi i simboli del
'modello di sviluppo' che già allora i radicali andavano delineando. Il
territorio vi appare ben suddiviso tra le diverse attività produttive che
si integrano armoniosamente ma intensivamente. Il tema è quello
dell'ambiente, o meglio, dell'interazione dell'attività intelligente e
l'ambiente 'naturale', che però 'naturale' non è più oramai da millenni
perché sempre in qualche modo reso artificiale dall'attività umana.
Tutte le civiltà che hanno colonizzato
una terra l'hanno sempre in qualche modo trasformata, fino al grado estremo
raggiunto oggi, con una industrializzazione che con il suo intenso sviluppo
in India e Cina ha oramai completato il giro del mondo e forse si appresta a
coinvolgere persino l'Africa ed a mettere in forse la sostenibilità
complessiva del pianeta.
Il rapporto tra comunità e territorio
è nei fatti sempre rapporto tra un ambiente già artificiale e la sua
gestione materiale. Ossia consiste in quell'attività quotidiana di
amministrazione degli interessi privati e comunitari che trasforma il
territorio e lo mantiene vivibile, che ne rispetta potenzialità e
vocazioni, ma che soprattutto ne impedisce il disfacimento, il collasso,
prodotti dalle pressioni che i fattori autogeni ed esogeni esercitano sul
sistema comunità-territorio. Se con l'andare del tempo i criteri di
conduzione quest'attività di amministrazione riescono a costituirsi, grazie
al loro verificarsi ed affinarsi, in tradizione coerente e largamente
condivisa, allora lì si sono determinate le condizioni affinché i
territori vengano positivamente trasformati dall'attività umana.
Basti pensare a come le concezioni
esistenziali, religiose, politiche, ecc. hanno influenzato il paesaggio
delle diverse civiltà: è evidente quanto l'attuale paesaggio toscano
ancora debba a criteri amministrativi che affondano almeno nel rinascimento
ed al successivo governo mediceo; simili prove trovarsi per il Tibet, per la
Sicilia, per la città di Messina, e per gl'infiniti altri possibili esempi
che ci dimostrano quanto l'assetto del territorio debba ai fattori
summenzionati. Altrettanto, da tempo in Italia, gli antichi equilibri che
hanno consentito per secoli uno sviluppo coerente sono messi in crisi da una
nuova tradizione di mala amministrazione che persiste oramai da decenni e
che mette a dura prova la tenuta stessa della vita della comunità nel
territorio (si pensi ai rifiuti, al degrado sociale di certi quartieri
ghetto, al fallimento economico dei comuni, ecc.).
La 'peste italiana' infatti ha questo
particolare aspetto, essa consiste in una quotidiana cattiva amministrazione
la quale infatti, proprio perché minuta e destinata a piccoli fatti di vita
quotidiana, è capace di produrre conseguenze storiche di lunga durata. È
il tragico caso dell'uso (dell'abuso) che è stato fatto di strumenti di per
sé stessi di progresso quali l'istituto delle concessioni edilizie ed i
fondi per le infrastrutture. Mi riferisco ai casi siciliani che conosco ove
infiniti sono gli esempi di sperperi in opere inutili e dannose e per
converso di mancata realizzazione di quelle veramente utili, di concessioni
illegittime o concesse in regime di monopolio con criteri perlomeno
arbitrari, di sfregio delle coste, dei fondali.
Questo riguarda tutti i settori in una
collusione tra poteri criminali, economici e pubblici ed anche – sia
consentito – con la collusione della 'società civile'.
Questa condizione sta gravemente
generando le condizioni per una futura miseria diffusa. Per dirla con
Polanyi, povertà e miseria consistono in due condizioni radicalmente
distinte: povertà è quella situazione di risorse limitate nella quale
possono venirsi a trovare le società integrate che reagiscono alle
difficoltà rinserrando i legami comunitari; la miseria invece non è
necessariamente il prodotto di una condizione di penuria di risorse, bensì
la reazione anche psicologicamente disperata ad una società a-nomica, nella
quale, anche in presenza di un'economia che produce o potrebbe produrre dei
surplus di ricchezza, si realizzano condizioni sociali miserabili come nei
quartieri industriali inglesi nell'Ottocento, negli assommoir e nelle
banlieue, nelle bidonville e negli slums di tutti i
luoghi e tutti i tempi. Le condizioni che generano questa situazione
derivano da una consapevole o inconsapevole (ma il grado di responsabilità
è identico) mala amministrazione. Ritengo la mala amministrazione un
crimine contro l'umanità perché genera miseria e morte per le moltitudini
e assegna ingiustificato potere e spreco sfarzoso per i pochi collusi
dominanti.
Quanto prima per premessa ad una mia opinione sul ponte sullo Stretto.
Il ponte sullo Stretto potrebbe essere
un opera che consente collegamenti ferroviari che da Palermo e Catania
conducano a Roma, Milano e Parigi rispettivamente in 4, 8, 14 ore. Non solo,
se correttamente realizzata potrebbe rappresentare un grande vantaggio per
l'ambiente, liberando lo stretto dal traffico dei traghetti e la città di
Messina dal traffico non solo di Tir che la stritola (oltre che dalla servitù
del monopolio degli armatori Franza sul traghettamento privato) consentendo
così anche il recupero di vocazioni antiche, quali il turismo e la pesca,
che meglio corrispondono al genius loci originario dei luoghi.
Il ponte, in un mondo ideale potrebbe persino essere un opera
architettonica di valore che ben si innesta sui territori al cui
collegamento è preposto. Oltre agli eccezionali accorgimenti tecnici per il
rispetto tutti i criteri ambientali e di sicurezza, il progetto dovrebbe però
anche rispondere ad criteri di sostenibilità economica e di buona gestione.
Le
condizioni di realizzazione sono dunque estremamente stringenti e se non
fossero rispettate il rischio è di martirizzare un territorio che oggi
possiede un suo virtuoso equilibrio.
Quali
sarebbero, ad esempio, i danni di portata storica dovuti ad un'errata
conduzione del progetto che ne porti al blocco per vent'anni?
Se realizzato oggi il ponte, l'intera opera nascerebbe in un quadro in
cui manca una legge complessiva per la gestione del territorio, come sarebbe
possibile garantire il doveroso rispetto di tutti i criteri ambientali nonché
dei diritti di chi subisce gli espropri?
Nell'attuale arbitrio che coinvolge i
livelli politico, amministrativo, giudiziario, criminale in una sporca
mistura di gretti interessi privati di corto respiro, realisticamente quante
possibilità vi sono che vengano applicati severi criteri di decisione e
gestione? Su entrambe le sponde dello stretto vi è una classe politica
locale – di destra e di sinistra – che per decenni non è stata in grado
di garantire nemmeno lo sviluppo di progetti minori (quali l'imbarco dei Tir
fuori centro urbano a Messina) e che si è resa complice, quando non
artefice, dei peggiori abusi ambientali. Non sono accuse a vanvera. É
quanto manifesta lo stato dei territori di Messina, Villa e Reggio Calabria
a chiunque volesse guardarli da qualunque prospettiva.
Luigi
Recupero
marzo 2009 -giugno 2009
Uomo
meccanico e uomo libero
Non è sempre possibile trattare
alcuni problemi o alcuni argomenti con la certezza di essere capiti, perché chi
legge o ascolta ha un suo orientamento, una sua cultura, un suo desiderio e una
sua volontà. La grande variabilità di questo insieme possibile è di fronte a
noi in ogni momento della nostra vita, del nostro percorso su questo pianeta.
Io mi opporrei a qualsiasi tentativo di semplificare esageratamente le
questioni che ci riguardano e che a volte ci lasciano incerti, senza sapere bene
che fare o anche che cosa pensare
In una visione ristretta, ma non stupida, non sempre tutto quello che
‘accade sotto il cielo ’ ci riguarda, anzi, che
di fronte ad alcune eventualità che riteniamo ignobili dovremmo continuare il
nostro cammino senza fermarci per non perdere la libertà e la coerenza
d’animo. E’ il tema della percezione, il tema della possibile distorsione
della verità ad opera della interpretazione, ma è anche il tema del rapporto
tra ognuno di noi e l’impegno che si sente di dare alla società
Posti di fronte a situazioni, eventi, questioni di natura ‘positiva’ o
‘negativa’ che possiamo fare? Scegliere, questo è il punto di partenza.
Scegliere cosa guardare, cosa ascoltare, cosa seguire e cosa immettere nella
nostra agenda quotidiana in quanto ad attenzione, collaborazione, aiuto,
partecipazione. Esaminare il proprio sentire e ciò che accade, e quindi porsi
in modo attivo, ovvero scegliere, non contentarsi di ‘essere attratti o
respinti ’ da qualcosa.
Ma quali criteri adottare per effettuare una scelta intelligente? Senza
dubbio i criteri sono diversi, a mio parere un buon criterio è quello di
scegliere in base al grado di libertà che una certa scelta ci fa conquistare,
assaporare, guadagnare. Dove c’è libertà c’è crescita, e dove c’è
mancanza di libertà la crescita è molto faticosa, e a volte impossibile.
Se dovessimo definire con espressioni attendibili, comprensibili,
l’idea, il concetto di libertà, da cosa potremmo cominciare? Senza dubbio
dalla soggettività, nel senso che una certa scelta che può far sentire più
libera me, può far sentire meno libero qualcun altro (o viceversa). Capire ed
accettare che esistono diversi criteri di scelta, è alla base del rispetto, e
il rispetto è il principio della crescita e quindi della libertà.
Per esempio, io mi sento più libera in un paese regolato da poche leggi,
chiare ed essenziali. Amo vivere , lavorare, amare, con il minimo di
legislazione possibile; in questo senso, abbraccio la tesi del Tao, secondo cui
dove c’è armonia non c’è bisogno di richiamare qualità – virtù
specifiche - , dove ci sono qualità specifiche non c’è bisogno di creare
leggi, dove ci sono leggi (giuste) non c’è bisogno di prigioni…..ecc.
A mio parere le leggi giuste sono sia quelle che vietano certi
comportamenti lesivi dell’integrità fisica e psicologica , sia quelle che
aiutano i cittadini, gli esseri umani verso l’uguaglianza, la libertà, la
fraternità, per cui, ad esempio, sarebbero necessarie norme che permettessero
ad ogni persona di non essere così talmente disuguale da un’altra, da
guadagnare 40 volte meno (come tra insegnanti precari e manager di vario tipo).
Ma se vivo in un paese che sembra aver bisogno di molte leggi su tutto, un
numero incalcolabile, e si scopre che ne manca sempre qualcuna di fondamentale,
se vivo in un tale paese, so che non ci sono molte qualità – virtù e di
conseguenza che c’è poca armonia. Non me l’aspetto, e quindi so
che se la voglio, devo costruirla.
La libertà consiste dunque
nel rispettare le leggi esistenti ma nella misura in cui non le si ritenga
sbagliate e scorrette ? ….è il grande tema dell’etica personale, che si
sviluppa in disobbedienza manifesta o in proposte per leggi alternative o in un
cambiamento di paese, di nazione, per vivere là dove la legislazione è
più rispettosa di certe libertà. Se si cerca di creare qui qualcosa di più
‘ umano ’ secondo il proprio parametro di libertà, nel
caso in cui si sia deciso di portare avanti una alternativa ritenuta
significativa, quale atteggiamento è
il caso di adottare?
E’ bene proporsi come un
ottimista che si rappresenta di avere raggiunto il risultato del compito , anche
grazie all’aiuto che riceverà in corso d’opera, o come qualcuno che,
basandosi su amare esperienze, non pensa che valga la pena di essere leale e
sincero in certi istanti e tira dritto per ottenere quello che vuole, costi quel
che costi? Quando si cerca di ottenere un obbiettivo che porti ad una maggiore
libertà, contestualmente, nel ‘qui ed ora ’, quali sono le aspettative?

In un’aura di realtà ci si può aspettare che alla proposta innovativa
qualcuno si opponga, non la condivida, e che tra tutti quelli che si oppongono
all’inizio, se si procede nella direzione e con le procedure utili ed
efficaci, un certo numero cambierà idea e condividerà il nuovo
punto di vista che risponde ad una
certa prospettiva.
Ora la questione è se, di volta
in volta, il procedere ha la finalità
di raggiungere subito un certo obbiettivo o di dare forza, aggregare altri,
tutto questo in vista di un momento successivo in cui , con quella forza che è
sembrato necessario raccogliere, si sia in grado di convincere un numero di
persone ancora maggiore e via dicendo. E la forza della convinzione va di pari
passo col fatto che l’altro senta che condividendo un obbiettivo che viene
proposto, e operando per raggiungerlo, si senta più libero sia nel processo che a risultato raggiunto..
So, per teoria ed esperienza,
che per raccogliere una certa forza si deve avere perseveranza, fiducia, non
cambiare direzione di movimento ogni giorno,
per avere forza si deve riuscire a passare indenne da alcune prove
a volte accettabili, a volta piuttosto dure, o difficili, se volete. Superare
determinate prove permetterà di
avere più chiaro il quadro generale in cui ci si muove e gli ostacoli e le
difficoltà che il quadro stesso contiene.
Una fermezza di pensiero sembra indispensabile; anche per individuare una
verità e condividerla, sembra necessaria una continuità di comportamento, una
direzione da prendere . Ma se proprio qualcuno di quelli che stimiamo o che
amiamo manifesta un pensiero diverso, anche opposto, valutazioni differenti e
obbiettivi divergenti, allora si può creare un primo problema.
Che fare? La meccanicità suggerisce
quattro cose : “ imita chi ha potere per non perdere il tipo di relazione che
c’è; in alternativa non esprimere nulla per non aprire un conflitto; valuta
in funzione della convenienza immediata; se l’altro dice qualcosa che ti
dispiace o ti irrita, rispondi in modo reattivo, tipo ‘pan per focaccia ’”
La libertà , invece, parla
diversamente. “Puoi esprimere” – dice – “il tuo pensiero e il tuo
obbiettivo chiarendo che questo, se diverso da chi ti ascolta, non comporta
necessariamente una rottura (se puoi
non mescolare l’affetto e l’idea). In verità se vuoi essere libero non puoi
evadere dal confronto, e lo puoi fare chiarendo i tuoi dubbi su come l’altro
potrà percepire le tue posizioni, e sottolineare – magari – che esse non sono contro l’essere dell’altro.
La diversità che vai scoprendo può costituire una ricchezza nella misura
in cui ENTRAMBI sarete in grado di elaborare le rispettive posizioni magari
senza l’asprezza che il timore di non essere capiti o di perdere posizioni vi
suscita .”
Dopo esservi chiesti qual è il vostro modo abituale di agire e di
comportarvi, e se preferite la modalità meccanica o quella libera, provate a
chiedere a chi vi conosce bene, qual è la forma che secondo lui/ lei loro voi
impiegate normalmente quando non siete d’accordo su qualcosa.
Se il confronto avrà portato luce in voi, potrete adottate una linea
ferma nel portare avanti le vostre idee, ferma ma non ingenua, ( il fatto che
riteniate che la vostra verità sia universale
non la rende più vincente di per sé ) , ferma ma non carica di risentimenti,
ferma ma non sbrigativa.
Vorrei qui precisare che le forme della risposta arrabbiata, scomposta e
arrogante, non fanno parte della libertà, ma della meccanicità. E quante
risposte di questo genere provengono da quegli uomini / donne di governo che ad
ogni problema rispondono solo con provvedimenti repressivi, e atteggiamenti di
condanna e malevolenza verso interi gruppi sociali, o
etnie diverse dalla loro?
Ma non hanno davvero mai pensato che la meccanicità toglie anche a loro
stessi delle possibilità evolutive? Non sapranno mai come avrebbe potuto essere
la loro vita, se si fossero orientati verso un’apertura mentale e propositiva.
Rosalia Grande
Dissertazioni sulla libertà
Con note storiche
Dissertare sulla libertà può condurre facilmente a definizioni opposte o
incoerenti fra loro.
Nel Rinascimento, la libertà era un dono riservato da Dio all’ uomo,
unica creatura destinataria di tale privilegio. Ma il potere di scegliersi il
proprio destino (Pico della Mirandola) può degenerare fino al crimine o
rigenerarsi fino alla santità del comportamento.
Era
il grande
momento di svolta dell’emancipazione dalla dipendenza dal dogma e l’ uomo
tentava di valicare i limiti che, durante il medio evo, l’ impulso alla libertà
era stato assecondato anche da pensatori dotati di profonda fede.
La fede è per quei tempi il presupposto stesso dell’ essere liberi :
dati gli immensi spazi di verità che essa conteneva, risultava illusorio
pensare, e capire, il mondo senza le verità rivelate.
Diceva S. Tommaso: la libertà come libero arbitrio deve coincidere con la
volontà libera e questa con la volontà del bene. Prima di lui S. Agostino
teorizzava tre concetti di libertà : la libertà iniziale, “arbitrium
indifferentiae” posseduta da Adamo prima di peccare, la libertà dopo l’
esilio di Adamo dal Paradiso terrestre che è la “libertà di poter non
peccare” – o libertà di redenzione - fino alla “libertà finale” , data
da Dio come premio, che è la “ libertà di non poter peccare”.
La libertà intermedia è conseguente al peccato e secondo Agostino l’
uomo non ha in sé forza autonoma di redenzione, senza l’ intervento della
grazia divina. Il peccato di Adamo, sempre presente (presenza del passato nel
presente) ha espropriato l’uomo della possibilità di salvarsi.
(errore fu quello del filosofo
Pelagio di attribuire all’ uomo la capacità di salvarsi: perché, argomenta
Agostino, tale facoltà avrebbe reso inutile il sacrificio del Cristo per l’
umanità tutta).
(Ritroviamo in modo abbastanza sorprendente l’ “arbitrium
indifferentiae” o “libertà iniziale” in Kierkegaard. Il pensatore danese
definisce, la libertà iniziale, come una categoria di pensiero che “non è
nel passato ma nel presente”, sol che l’uomo sia capace di pensarsi come il
primo uomo - quasi novello Adamo - e debba constatare, fatalmente, di trovarsi
<< di fronte al nulla >>).
Abbiamo fin qui cercato di fornire uno spaccato, insufficiente ma,
speriamo, significativo nei riferimenti fondamentali trascelti : con l‘unica
aggiunta di precisazione che abbiamo trascurato volutamente i riferimenti alle
concezioni, sul tema, del pensiero greco romano.
Un pensiero cui dobbiamo
moltissimo sul piano della speculazione filosofica (tanto che ne siamo ancora
ampiamente debitori) ma che sul piano specifico del concetto di libertà non si
spinse mai nella sfera dell’ universale: e nessuno di loro, compresi i due
massimi, Platone ed Aristotile, accettarono ed anzi codificarono ,
filosoficamente, l’esistere di due etnie: i greci (capaci di pensiero) da una
parte e dall’ altra (infecondi sul piano speculativo) i barbari.
E con l’aggiunta, che forse dovremmo considerare sorprendente, che
nessuno dei due grandi pensatori, né altri fra i più celebri, ritenne di
mettere in discussione la legittimità della schiavitù.
Il tema della libertà assume appunto la profondità della sua dimensione,
nella fase storica in cui essa entra, almeno come aspirazione, entra nel novero
dei diritti fondamentali nei sistemi giuridici dopo la guerra di indipendenza
americana e la rivoluzione francese, cioè con l’avvento della borghesia.
E’ vero che per la libertà,
si fecero guerre in tante vicende della storia umana e che il termine libertà
suonò nella bibbia, quando gli ebrei si affrancarono dal giogo egiziano o
babilonese. E’altresì vero che il nostro Guicciardini la definì “uno
prevalere le leggi e ordini pubblici allo appetito di uomini particolari”. Ma
sempre, quelle libertà, erano difese a favore di gruppi sociali privilegiati.
Ogni rivendicazione di libertà
di coscienza , a livello individuale, nasce nel settecento quando si teorizzò,
in negativo, la sua nozione. Come, ad esempio, (Pierre Bayle, razionalista
libertino), si asseriva che “ i sovrani non hanno diritto di spiare le
coscienze” ma solo possono “ reprimere i discorsi temerari che potrebbero
insinuare nei cuori la licenza e il rifiuto dei doveri “.
La libertà individuale, cioè,
nasceva soprattutto dalla limitazione dei poteri repressivi dell’ autorità
costituita. Il problema nasceva allora ma in modo rovesciato: ciascuno libero,
almeno di dire, ciò che più gli aggrada salvo il possibile configgere del suo
pensiero con la coscienza dei suoi doveri.
Il problema, a quel punto
diventava appunto quello che ancora travaglia le nostre menti e, in misura
maggiore, le scelte del nostro agire. Cioè il duplice quesito che così
possiamo articolare: quali sono le modalità per fissare , su piano paritario, i
nostri doveri ? quali sono le procedure per stabilire chi sentenzia la loro
eventuale violazione ?
E perveniamo così, per ogni
comunità che vive in modo associato e col consenso dei suoi membri, alla
necessaria elaborazione di una patto costituzionale che tutti garantisca e
includa e nessuno escluda.
Con il che abbiamo forse
definito esclusivamente il passaggio dallo stato di uomo allo stato di
cittadino. Ma perché questo “status” esca dalla dimensione puramente
concettuale, e possa entrare nella sfera del suo effettivo realizzarsi , occorre
essere consapevoli sul tema sempre aperto, relativo al rapporto fra potere
politico e individuo.
Nel comune sentire, l’ uomo
moderno pensa che una condizione di libertà consista nel pensare, esprimere e,
soprattutto, nel fare ciò che si desidera, al di fuori di ogni costrizione.
Pier Luigi Sorti
Non c’è vento oggi
Le nubi sono accorse al centro immigrazione
piano piano, e, quando nessuno ci sperava,
hanno deciso di riversare, senza privilegi,
l’acqua della vita. (R.G.)
Libertà ed educazione
Prendendo, ad un livello semplice, le informazioni più
congruenti con questa tematica dal vocabolario etimologico www.etimo.it.
Educare = lat. Educare comp. della particella E da, di, fuori e Ducare per
Ducere condure, trarre. Aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto, a
svolgere le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente, e a
combattere le inclinazioni non buone: condur fuori l’uomo dai difetti
originali della rozza natura, instillando abiti di moralità e di buona creanza
e dal dizionario italiano www.dizionario-italiano.it.
Libertà = essere libero, e, : Libero = che non
è soggetto all'altrui autorità; che può agire senza subire costrizioni morali
e materiali
potremmo chiederci quale sia il nesso tra questi due termini e quindi
concetti, soprattutto tra gli apparenti opposti del “non subire costrizioni
morali” e “istillando abiti di moralità”, bene, qui ruota il fulcro del
cambiamento della passata concezione dell’insegnamento con quella attuale, che
possiamo datare ai suoi albori con il filosofo svizzero Jean Jacques Rousseau (1712 –1778)
che introduce l’idea e la pratica dell’ "educazione preventiva"
che non insegna la verità ma preserva dall'errore consentendo, qui vediamo
l’integrazione, “il libero sviluppo della personalità”. Anche se Rousseau
non riconosce forme di pensiero complesso prima dell’età dei 12 anni, ci verrà
in aiuto in seguito, per primo, il fondatore della psicoanalisi, neurologo e
filosofo austriaco Sigmund Freud (1856
- 1939) che mette in luce l’importanza delle esperienze infantili nella
formazione della personalità e come esse segnino tutto il processo della vita.
La concezione passata vede il bambino o la persona da istruire come una
tabula rasa dove l’educatore inserisce dati, informazioni ed insegnamenti,
quindi l’apprendimento avviene solo da parte dell’allievo; grazie alla
psicologia, alla pedagogia, alle scienze della formazione, della comunicazione,
si è potuto constatare, studiare, verificare l’importanza della relazione che
intercorre tra chi insegna e chi impara e che l’apprendimento non è un
fattore unidirezionale. Ci sono molti livelli che convergono in questa
relazione, a livello umano: lo spessore cognitivo, emotivo, fisico, ambientale,
e da qui si può notare già semplicemente come la simpatia ed un buono stato
d’animo mettano in una condizione favorevole all’apprendimento sia il
bambino che l’educatore e come dalle risposte libere e creative del bambino
l’adulto possa stupirsi, divertirsi, conoscersi di fronte alle novità. Ecco
che i dati assumono un’importanza pari alla questione dell’essere, non più
solo accumulo di studi e nozioni ma acquisizione di strumenti di conoscenza
utili alla comprensione dei propri mezzi e di sviluppo delle proprie capacità
individuali e di relazione per orientarsi positivamente nell’esistenza.
Credo che la libertà nasca dalla comprensione contemporanea delle regole
e delle possibilità della realtà interna ed esterna dell’essere umano,
attraverso l’estrinsecazione dei propri talenti e delle proprie attitudini e
nel rispetto di quelli altrui, nella capacità di scegliere e di imparare dalle
esperienze, e dallo sviluppo della consapevolezza, in una visione il più
possibile unitaria e complessiva del sistema in cui siamo inseriti avvalorando,
soprattutto in quest’epoca la questione dei diritti umani, dell’ambiente e
della politica.
Ho trovato a questo proposito un’elaborazione approfondita ed
interessante, di cui vi propongo ora una parte, rimandandovi all’articolo
completo all’indirizzo internet
http://www.proteofaresapere.it/contributi/giada.htm della studiosa Giada Farè:
Da - Educazione: Pratica di libertà -I processi educativi dovrebbero
essere caratterizzati dal rispetto per i diritti dell’uomo, da obiettivi di
alfabetizzazione per tutti, dal riconoscimento della diversità culturale, da
una prospettiva di sviluppo sostenibile, di cittadinanza attiva e di pace, da
percorsi di educazione al pensiero critico, da un’attenzione complessiva per
l’essere umano.
L’educazione e la cultura giocano un ruolo fondamentale non soltanto per
il rispetto, ma anche per lo sviluppo della diversità dell’uomo.
Sfortunatamente oggi, educazione e cultura sono diventate commercio. E’ nella
ricerca di paradigmi alternativi riguardanti proprio l’educazione e la cultura
che si può contribuire in quanto educatori ad ostacolare una globalizzazione
violenta e monoculturale.
I nuovi paradigmi si costruiscono attraverso una partecipazione attiva e
creativa dell’individuo all’avventura educativa e culturale. L’educazione
deve farsi pratica di libertà, deve creare un’attitudine generale a porre e a
formulare problemi, sviluppando l’intelligenza attraverso il dubbio, uno
spirito problematizzatore. Là dove si impone il consumismo in tali ambiti,
l’alternativa è la produzione culturale ed educativa, non individuale ma
collettiva (Gelpi), per diventare cittadini di un mondo che vuole riconoscersi
in valori comuni - pace, diritti umani, sviluppo, ambiente - e promuovere
un’osmosi tra crescita economica, sviluppo democratico e rispetto della
persona umana.
La cultura che si fonda sui diritti umani è infatti una cultura pervasiva,
che libera e apre, che considera la scuola, l’università, il mondo
dell’informazione e quello dei poteri locali, regionali e nazionali come un
cantiere, un laboratorio di costruzione della nuova cittadinanza democratica che
nasce dalla scuola, ma pervade l’intero arco della vita della persona (Morin).
Ricorda Anna Arendt: nella vita pubblica della polis si decideva con la
persuasione, con la parola, non con la forza e
la violenza. Attraverso
la politica si accedeva alla libertà: perché non si era sottomessi, ci si
poteva sentire se stessi, interagendo con gli altri per azioni e imprese
liberamente scelte.
Altro interessante articolo di approfondimento a cui vi rimando per
intiero, di G. Cives, su http://web.tiscalinet.it/mediazionepedagogica/anno_02/numero_01/Cives/par02_cont.htm
, ci da modo di conoscere … la figura più autorevole delle scienze
dell’educazione del dopoguerra in Italia, Lamberto Borghi (1907
– 2000) ….
Vi propongo alcuni significativi
passaggi …
“… come ebreo fu costretto dalle inique leggi fasciste "per la
difesa della razza"… Borghi è stato l’ispiratore e il punto di
riferimento della pedagogia laica e democratica, combattendo ogni tipo di
conformismo e opportunismo e respingendo ogni genere di autoritarismo, di
prevaricazione, di fanatismo, pur sempre con attenzione e rispetto per le varie
posizioni, anche se non condivise, se nutrite di serietà e originalità. ….
legato all’insegnamento di Dewey, che ha continuato a far conoscere e
commentare fino alla morte, per la promozione attiva della mediazione tra
individuo e società, all’insegna della libertà e della collaborazione. …
il valore irriducibile e fondamentale dell’individuo a vantaggio di quello del
gruppo … l’apprezzamento dell’autonomia e dell’autogoverno delle piccole
comunità, ove la presenza dell’individuo è più identificabile, che non
l’esaltazione dei grandi conglomerati …, in cui la minaccia della
spersonalizzazione e del conformismo è più forte. …. centrale è stata la
battaglia per promuovere una visione non mistificata e antiretorica della storia
della nostra società e della nostra scuola, per sviluppare un’educazione
attiva e progressiva che saldi libertà di ciascuno, cooperazione democratica,
difesa e rinnovamento della scuola di tutti.
Scuola per realizzare forme di educazione antiautoritaria che combattano
fin dalla nascita nell’ambiente decisivo della famiglia l’imposizione di
sordi condizionamenti e pregiudizi e il dominio di una chiusa e sopraffattrice
società di adulti egoisti e senza creatività. ….
Scuola per realizzare il carattere e il senso dell’educazione laica,
strettamente collegata all’educazione attiva, alle iniziative dal basso, alla
liberazione dell’individuo e alla promozione della democrazia; i danni del
pregiudizio, dalla denuncia di Voltaire a quella di Allport e della scuola di
Francoforte circa la "personalità autoritaria" prodotta fin
dall’infanzia da certi rapporti di famiglia, e le forme della sua possibile
prevenzione e terapia nell’educazione.
L’autore segnala l’esigenza
dell’educazione ebraica di coltivare la tradizione e insieme di aprirsi al
mondo e alla pluralità; le spinte emancipatrici verso la democrazia
universitaria e quella sociale del movimento del 1968; il carattere
dell’educazione integrale libertaria secondo Tolstoj, particolarmente
realizzabile nelle piccole comunità. … Metodo educativo, dietro cui "era
una visione del mondo antiautoritaria e decentrata"….
L’idea e la pratica del concetto di formazione permanente, sancisce la
visione post-contemporanea, agevolata e messa in luce dalla psicologia
evolutiva, secondo cui l’apprendimento non finisce con gli studi universitari,
tutt’altro, è un percorso di crescita che a volerlo, non ci abbandonerà per
tutto l’arco della nostra vita.
Posso avviarmi alla conclusione di questo articolo proponendo, seppur in
un clima di regressione ed involuzione, (vediamo ad esempio il ritorno al
maestro unico, i testi scolastici validi per tutte le elementari, una sola
lingua di insegnamento, i tagli ai finanziamenti alla ricerca, per non parlare
delle costrizioni delle libertà, le restrizioni alle persone extracomunitarie
portatrici di nuove culture, la mania della sicurezza basata sulla paura del
diverso, il ritorno a sistemi incivili come le ronde, la mancanza di dialogo a
molti livelli tra cui quello inter-religioso e tutto ciò che per motivi di
spazio non posso esporvi), dicevo proponendovi la mia visione della scuola:
Aprendo le porte del sogno mi vedo passeggiare e chiacchierare, come i
filosofi peripatetici, in un grande parco alberato, con Maria
Montessori (1870 – 1952)
pedagogista, filosofa, medico, scienziata, educatrice e volontaria italiana, che
rivoluzionò la scuola con metodi intellettuali, pratici, artistici per
l’espressione del bambino come essere completo, capace di sviluppare
energie creative e possessore di disposizioni morali, di come sarebbe utile
e poetico che a partire già dall’asilo nido, dai 3 mesi ai 3 anni di età, i
bimbi fossero accuditi da operatrici ed operatori di varie nazionalità che
parlano loro in diverse melodiose lingue, potrebbero acquisire le basi sonore
per l’apprendimento delle lingue, se fossero cantate loro canzoni e raccontate
fiabe in un modo originario e originale, se già potessero giocare in stanze
colorate, ascoltando musiche, avendo amichetti ed amichette dell’Asia,
dell’africa, delle diverse parti dell’Europa, instaurare relazioni per il
presente ed il futuro con l’idea dei viaggi in altre terre da scoprire.
Se già alle elementari, come era pochissimo tempo fa, gli insegnanti
fossero più di uno, magari anche qui alcuni di diversa nazionalità, in equipe
che lavorano bene insieme, in armonia, che avessero spazio e tempo per fare
colloqui tra di loro e vedere come aiutare sinergicamente gli allievi, se
potessero essere non sempre sotto pressione, senza soldi e con dei buoni
rapporti umani.
Se si potesse, a partire dalla primavera riunirsi in lezioni all’aperto,
contattare la natura, se le lezioni fossero sia frontali che non, in cerchio, a
semicerchio, se la storia si imparasse usando delle tecniche rappresentative
teatrali, dove gli allievi alcune volte apprendono in movimento, soprattutto se
si studiasse tra le materie fondamentali la psicologia, a partire in forma
semplice alle elementari per arrivare a forme più approfondite alle medie e
alle superiori.
Non è poi così lontana la psicologia, parliamo di sentimenti, di
emozioni, di stati d’animo, di comportamenti, che ci sono sempre, già far
dire ad un bambino/a cosa prova a ricevere un regalo, non so una margherita, un
giocattolino, da quel/la compagno/a, e come si sente l’altro/a ad averlo
offerto, è già un modo per comprendere, conoscere, sentire, esprimere, è già
psicologia. Quante volte abbiamo sentito: “a scuola mi hanno insegnato la
matematica ma nessuno mi ha insegnato ad amare” e iniziano i problemi di
relazione che si potrebbero molto presto iniziare a risolvere, Maria mi saluta
allegra, ritorna nel suo mondo, io nel mio qui con voi, e ci diamo appuntamento
alla prossima passeggiata tra gli alberi affinché la riflessione sulla libertà
ed educazione possa continuare.
Cecilia Errede
Autori citati :Borghi,
Montessori, Dewey, Rousseau,Freud, Morin.
Grazie
alla terra
La terra ti mostra il suo lato generoso
come si deve. (
R.G.)
Un pizzico di libertà e innovazione nelle Tradizioni Religiose:
L’ebraismo riformato
L’ebraismo riformato è un movimento religioso che sorse nel XIX
secolo per ridare vigore alla pratica religiosa tra gli ebrei europei e
statunitensi. In un primo momento il mezzo di tale rinvigorimento fu un
sostanziale rinnovamento dei riti e una “riformazione” del culto in modo che
fosse meno estraneo alla vita della società occidentale. In seguito si acuì
anche una certa sensibilità ai nuovi metodi di analisi storica e di critica
della Bibbia.
Isaac Mayer Wise (1819-1900), rabbino boemo emigrato negli Stati Uniti nel
1846 per sfuggire all’autorità dei parnassim, capi laici autocrati della
comunità, contribuì a definire i principi della riforma in quei consessi che
presero il nome di “piattaforme” la prima delle quali si svolse a
Philadelphia nel 1869 e la seconda a Pittsburgh nel 1885. Fu nella successiva
piattaforma di Columbus nel 1937 che emersero le idee favorevoli all’impegno
per il ritorno nella terra dei padri.
La piattaforma di San Francisco del 1976, dopo aver valutato le
conseguenze della Shoah, individuò la garanzia della sopravvivenza
dell’antica fede (apprezzata anche nei suoi aspetti più tradizionali) nello
stato di Israele fondato nel 1948. Non rinnegò, in ogni caso, le istanze più
moderne che avevano portato nel 1972 alla consacrazione del primo rabbino donna.
Ci fu inoltre una nuova apertura ai matrimoni misti fino alla considerazione, da
parte del rabbinato americano, dello status di ebreo a chiunque avesse almeno un
genitore ebreo.
I riformisti ritenevano infatti (e ritengono tutt’oggi) che fosse
necessario adattare lo stile di vita delle comunità ebraiche ad una concezione
più moderna e che fosse necessario rifiutare l’immutabilità della halakhàh
(letteralmente “strada”; sezione legislativa del Talmud contenente tutta la
normativa di vita e comportamento) e la sua natura vincolante. In questo modo
molti ebrei sono riusciti a sentirsi più facilmente accettati dal resto della
società, pur mantenendo il senso di appartenenza al popolo ebraico e alle sue
tradizioni.
In particolare, invece, il diritto ebraico tradizionale conterrebbe degli
anacronismi non più facilmente integrabili con l’attuale stile di vita. La
corrente riformista, principalmente statunitense ma anche europea, si è di
fatto nettamente separata dalla corrente ortodossa residente principalmente in
Israele che ivi gode di notevole influenza socio-politica. Le ragioni di questa
divisione sono da ricercarsi non solo nel diverso approccio ideologico alla
tradizione ebraica, ma anche nella convinzione da parte della corrente ortodossa
che sia stata proprio l’osservanza stretta della halakhàh
a mantenere fermamente unito il popolo ebraico da sempre perseguitato.
Questo sembra essere il vivo del problema poiché, se è vero che di fatto
il popolo ebraico, rispettando fermamente i principi più ortodossi, ha
mantenuto questa sua precipua coesione, è pur vero che la sempre più
incalzante globalizzazione richiede un grande sforzo di adattamento e
integrazione. Si sa che al popolo ebraico non è mai stata resa facile la vita,
in termini di integrazione, ma è pur vero che, a detta dei riformisti, proprio
alcune loro regole, specialmente quelle afferenti la vita pratica, sembrano
fatte apposta per impedire qualunque tipo di contatto. Proprio riguardo al
riconoscimento dello status di ebreo, per l’appunto, nella corrente ortodossa
(soprattutto in Israele) vengono svolti attenti controlli sugli antenati degli
eventuali partner per evitare possibili unioni con seguaci dei movimenti
riformisti e per essere infine sicuri che, in fatto di unioni, tutto si svolga
secondo il diritto ebraico e secondo la hakhalàh,
appunto.
Non che nella storia non ci siano già state simili divergenze. Dodici
secoli fa, infatti, tra il popolo ebraico e la setta dei Karaiti si giunse ad
uno scisma. La peculiarità di quella setta era di riconoscere come unica fonte
del diritto ebraico le Sacre Scritture, rifiutando il contenuto del Talmud e dei
Responsa. Ancora adesso è di fatto proibito agli ebrei ortodossi di contrarre
matrimonio con i seguaci di quella antica setta. Si dovesse, oggi, giungere a
simili conseguenze anche tra la corrente riformista e quella ortodossa, sarebbe
un vero disastro per l’intero popolo ebraico, nonché per la stessa esistenza
di Israele.
Ma le divergenze nell’attuale, sembrano, nonostante le difficoltà
oggettive, più facilmente integrabili che in quel lontano passato, in quanto le
divergenze sono prevalentemente attinenti alle vedute circa i metodi di
applicazione, più o meno rigidi, della halakhàh.

L’ebraismo riformato, o liberale, pur raccogliendo oltre il 35% degli
ebrei americani e pur essendo molto diffuso in Europa, non ha ancora ottenuto il
riconoscimento formale di Israele. In Europa, più in dettaglio, le idee
riformate hanno una importante eco nel Regno Unito, in Austria, Belgio, Francia,
Olanda, Spagna, Germania, Svizzera e Italia mentre incominciano ad aggregare
persone anche in Ungheria e nella Repubblica Ceca.
In Italia la presenza riformata organizzata risale al 1999 e si esprime
attraverso la casa editrice L’Isola della Rugiada Divina e il Gruppo Rimon
attivo a Torino e nel sito internet www.italya.net . “I” – “TAL” –
“YA” in ebraico significa Isola della Rugiada Divina, appunto. Questo
movimento italiano pare essere in vivace polemica con l’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane.
Monica Penitenti
Le fonti di questo articolo sono MSN
Encarta; l’Associazione italiana per l’ebraismo progressivo; Repubblica, in
un articolo del 01 febbraio 2006 e in “L’Enciclopedia” (di Repubblica).
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L’UTOPIA DELLA LIBERTA’ ?
Europerando!
Europa: Excursus storico-politico
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