Associazione Il Divenire
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Dall' ottobre 2001 con vari tagli e contributi, l'Associazione informa periodicamente di alcuni  suoi contenuti 
e attività attraverso vari articoli, commenti, segnalazioni di libri, spettacoli, mostre, conferenze,   ecc.  
Qui di seguito alcuni  articoli.. Dell'anno 201 ci sono altri numeri che ci potete chiedere venendo in sede. 

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NUOVA.MENTE     

Numero  di maggio 2011 

in preparazione

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  N.E.O.S 
( nord, est, ovest,sud)

il numero di gennaio-febbraio 2010

 

Febbraio 2010 – Numero Zero

 

 LA CONCENTRAZIONE  SUL NOSTRO MONDO ATTUALE

Qualche volta, durante il mese, una o due volte, noi suggeriamo di effettuare una concentrazione meditativa il cui obbiettivo è sentirsi in equilibrio e inviare energia   ‘ vivente ’. Concordata in quanto giorni e ore, ciascuno la metterà in pratica  dove si troverà in quel momento, preparandosi e scegliendo che sia il suo tempo libero o prendendo il momento al volo. E cosa proponiamo di adottare , come procedura? Per diversi mesi, sempre la stessa, ossia una immagine che rappresenti per ciascun ‘ meditante’ , l’insieme plurale del mondo , del nostro pianeta. Terre e mari, monti,  fiumi, giardini, popoli, suoni, colori, linguaggi, riti, abiti, costumi, abitazioni, arti e mestieri.

Potete forse dire che è una compito arduo e che ben pochi ci si metteranno; forse sarà così, forse no .Potreste anche chiedere: qual è lo scopo? Quale sarà l’effetto? Lo scopo è trovare un proprio stato ottimale, uno stato di equilibrio ed imparare ad esercitare ‘l’esame di realtà ’, con la chance di riempire questa realtà di proprie immagini e ‘contatti’. In cosa consiste questa realtà? Nel fatto che in questo pianeta abitiamo in molti, alcuni miliardi di esseri umani, organizzati in etnie, nazioni, culture, linguaggi, credi, speranze, politiche, istituzioni, libri, canti, danze, teatri e convinzioni.

La domanda che segue è : cosa vogliamo fare? Eliminare chi non ci aggrada? Chi la pensa diversamente ? chi agisce in modo opposto a quello che noi riteniamo sia giusto, sparare a zero su chi non corrisponde alle nostre aspettative, bollare di infamia chi segue valori differenti? Terza domanda : pensiamo che queste eventuali azioni ed opere e parole, contrapporsi ‘ in modo totale ’, cambi  chi, a nostro modo di vedere, ‘ ci sbarra la strada?’ O chi ha rappresentazioni  del mondo che sono assai lontane dalle nostre? Non sarà, per caso, che così facendo, pur se al momento otteniamo un qualche successo, il momento successivo tutto torni come prima, o addirittura peggio di prima?Riteniamo che solo noi abbiamo diritto ad avere ‘ il nostro amor proprio ’ , la ‘ nostra ragione ’? Non è che per caso, sempre per caso, anche altri abbiano un pizzico di ragione, anche negli altri ci sia un pizzico di diritto a manifestare quello che pensano?

Sento dire che il discorso potrebbe anche essere convincente , se non ci fossero in atto minacce serie, come il possibile nucleare a scopi bellici in Iran, il cui governo è notoriamente duro e senza misericordia. Poi ascolto anche la voce di chi afferma che il diritto ad avere l’arma atomica non può essere solo di alcuni, che a loro volta sono e sono stati portatori di guerra, difensori della pena di morte e inclini a chiudere più di un occhio sulle disumane pratiche della tortura.

Ebbene, l’esame di realtà consiste nell’ essere consapevoli che, tra i molti orientamenti esistenti nel pianeta terra,  non ne esiste  uno che sia in assoluto meglio di un altro. Visti dall’interno, tutti i paesi, le scelte, le forme di governo, hanno almeno un livello di plausibilità, di coerenza interna, insomma, un pezzetto di ragione.

Ora una vera risultante del tutto non sarà tutta spostata a favore  esclusivo di qualcuno, ma un tipo di  distribuzione che tiene conto di ogni voce, di ogni convinzione.Si possono cambiare gli equilibri? Verso un futuro più rassicurante, con uno spazio più ampio per la pace, con meno miseria e più uguaglianza? Io credo di sì, ma inviando energia positiva, calore, compassione, luce e amore, non rabbia, non risentimento, non cieca aggressività né ignorando che il  risultato sarà lento, non sarà un risultato ‘ lampo’. Ed ecco l’invito alla concentrazione meditativa sulla varietà del nostro mondo, sull’accoglienza delle grandi differenze; accoglienza non vuol dire cambiare le proprie idee schiacciandole, ma considerare con rispetto almeno una piccola parte delle realtà altrui, delle idee altrui. Ascoltare le loro ragioni. Allora possiamo davvero capire che cosa è la libertà, che non è solo un pensiero né un’emozione né un’assenza di paura fisica, è la consapevolezza che lasciare le posizioni     ’ ferree’ , andare oltre la semplicistica contrapposizione di bianco contro nero e viceversa, di liberale contro socialista, di cristiano contro induista ecc… per una atteggiamento di inclusione è una grande apertura di tutto l’essere, è una evoluzione

La data di questa concentrazione collettiva, voi dite ? Potrebbe essere il 21 febbraio alle 19?

Rosalia Grande
(Jiéchù)  

 

Alice Miller 

- LA RIVOLTA DEL CORPO 

I danni di un'educazione violenta

Nel testo "La rivolta del Corpo - I danni di un'educazione violenta"  Alice Miller affronta il tema del corpo e del continuum malattia-benessere in relazione alla consapevolezza delle nostre emozioni autentiche.

Il concetto di base da cui muove la psicoanalista polacca è che il corpo è fonte di tutte le informazioni vitali che possono portare ad una maggiore auto-consapevolezza ed autonomia. In altre parole, citando il titolo di un romanzo di Banana Yoshimoto, (...l'idea di base è ) che "Il corpo sa tutto"... anche quando noi non lo sappiamo. O meglio, anche quando noi evitiamo di saperlo.  Ed è proprio quando evitiamo di sapere ciò che veramente stiamo vivendo, quindi quando fingiamo di provare altro - ciò che sarebbe lecito provare - che il corpo si ammala. Troppe emozioni vi restano imprigionate dentro, in un conflitto tra "ciò che proviamo e conosciamo perché il nostro corpo lo ha registrato e ciò che vorremmo (e aggiungerei dovremmo) provare per adeguarci alle norme che abbiamo interiorizzato fin da piccoli".    

A proposito di norme, nel testo l'attenzione della Miller, la cui opera è costantemente rivolta al mondo del bambino,  si sofferma in particolare sul conflitto tra il IV Comandamento (Onora il Padre e la Madre ) e i sentimenti autentici provati da bambini che dal padre e la madre sono stati maltrattati.

Un conflitto foriero di tensione e, potenzialmente, di "falsi sé", per lo meno quando viene ignorata la legittimità del sentimento autentico che non corrisponde all'amore e all'onore e che ha le sue ragioni d'essere.

Il punto in cui trovo la scrittura della saggista illuminante è proprio questo: spesso temiamo i nostri sentimenti negativi nei confronti di chi non ci ha amato e magari ci ha maltrattato perché non ne riconosciamo la fondatezza e la legittimità, sepolte sotto una coltre di moralismo e di... paura.

Se non amiamo i nostri genitori chi amiamo allora? Cioè siamo in grado di amare o siamo dei mostri disumani che non riescono a provare un amore completo nei confronti di chi ci ha dato  la vita?

L'autrice su questo, mettendosi in discussione in prima persona, raccontando anche di sé nell'introduzione ci offre indirettamente un'indicazione:

se ci imponiamo di amare, probabilmente amare per davvero ci sarà molto difficile, presi dal nostro conflitto, mentre se ci riconosciamo la legittimità e la libertà del nostro non amare chi non ci ama, potremmo più facilmente aprirci ad amare chi ci dimostra amore.

Un esempio, abbastanza snello, di come la rimozione di sentimenti di rabbia e di rifiuto possa contribuire significativamente a generare varie forme di malessere, viene offerta nel quinto saggio breve della prima sezione del testo, sulla vita del poeta giapponese Yukio Mishima.

(segue saggio originale e commento)

 

Il bambino imprigionato e la necessità di negare il dolore (Yukio Mishima)

Nel 1970, all'età di quarantacinque anni, Yukio Mishima, celebre poeta giapponese, si uccise praticando harakiri. Si era spesso autodefinito un mostro poiché avvertiva in sé una certa propensione per tutto ciò che è morboso, perverso. Le sue fantasie avevano per oggetto la morte, il mondo oscuro, la violenza sessuale. Viceversa, le sue poesie rivelano una straordinaria sensibilità, soffocata sotto il peso delle tragiche esperienze vissute da bambino.

Mishima era il primogenito di una coppia che, subito dopo il matrimonio, secondo l'uso allora vigente in Giappone, si era stabilita nella casa dei genitori. Qui egli nacque nel 1925. Poco dopo la nascita, la nonna cinquantacinquenne lo volle in camera con sé: il suo lettino fu posto accanto a quello di lei e da allora egli visse per anni completamente isolato dal mondo, in balia delle esigenze della nonna. Costei soffriva di gravi depressioni, e il bambino era spesso terrorizzato dai suoi attacchi isterici. La donna disprezzava il marito ed anche il figlio, padre di Mishima, ma a suo modo idolatrava il nipote, che doveva appartenere soltanto a lei. Nei suoi appunti autobiografici, il poeta ricorda che nella stanza che divideva con la nonna l'aria era soffocante e maleodorante, eppure non dà alcun conto di emozioni improntate a rabbia o rifiuto poiché la situazione gli appariva come l'unica normale. A quattro anni fu colpito da una grave malattia - un'auto-intossicazione, si disse - che si sarebbe poi rivelata cronica. Quando andò a scuola, a sei anni, conobbe per la prima volta altri bambini, tra i quali si sentì sempre estraneo e diverso. Naturalmente aveva difficoltà a stare con i compagni che erano più liberi nell'esprimere le loro emozioni e avevano un'esperienza diversa della vita familiare. Quando ebbe nove anni, i genitori si trasferirono in una casa propria, ma non portarono il bambino con sé. In quel periodo egli cominciò a scrivere poesie, in ciò molto incoraggiato dalla nonna. Quando lui pure si trasferì presso i genitori all'età di dodici anni, anche la madre si dimostrò orgogliosa dei suoi lavori, mentre il padre gli stracciò i manoscritti ed egli fu costretto a continuare a scrivere di nascosto. Né trovò mai in casa comprensione e accettazione. La nonna aveva voluto crescerlo come una femmina e il padre, a colpi di botte, come un maschio. Egli continuò pertanto a frequentare spesso la nonna, che divenne il suo rifugio dalle violenze del padre, tanto più che ora - il ragazzo aveva dodici o tredici anni - lo portava con sé a teatro schiudendogli, così, le porte di un mondo nuovo: il mondo dei sentimenti.

Ai miei occhi il suicidio di Mishima è l'espressione della sua impossibilità di vivere i sentimenti di rifiuto, rabbia, ribellione che aveva provato da piccolo nei confronti della nonna: non permise mai a se stesso di esprimerli perché provava per lei anche gratitudine. Nella sua solitudine e a confronto del padre, la nonna dovette apparirgli come un'ancora di salvezza. I suoi veri sentimenti rimasero imprigionati nel legame che lo univa a quella donna, che pure aveva sempre usato il bambino per soddisfare le proprie esigenze, probabilmente anche sessuali. Di tutto questo nella biografie quasi non si parla. E nemmeno lo stesso Mishima ne ha mai parlato, non volendosi di fatto mai confrontare con la propria verità. Moltissime sono le motivazioni addotte per spiegare il suo gesto suicida, salvo la causa più ovvia: poiché appare del tutto normale che si provi riconoscenza nei confronti dei genitori, dei nonni e dei loro sostituti anche se costoro hanno torturato un bambino. Ciò appartiene alla nostra morale, in ragione della quale i nostri veri sentimenti e i bisogni più genuini rimangono sepolti. Gravi malattie, morti precoci e suicidi sono la logica conseguenza di un simile assoggettamento alle leggi che noi definiamo "morale" e che di fatto minacciano di soffocare la vita autentica, ovunque nel mondo fintanto che la nostra coscienza le tollera e le tiene in maggior conto della vita. Il corpo non si adegua e prende a parlare la lingua della malattia, che di rado è capita, quanto meno finché non viene smascherata la negazione dei veri sentimenti provati nell'infanzia.

A tutt'oggi, molti imperativi del decalogo pretendono di essere considerati validi, quando invece il quarto comandamento contraddice invece tutte le leggi della psicologia. Dovrebbe essere portato a conoscenza di tutti che l'"amore" estorto con la forza provoca danni gravissimi. Coloro che sono stati amati da bambini ameranno i genitori senza che vi sia bisogno di alcun comandamento. Obbedire a un ordine non genera mai amore.

 

La questione centrale su cui le parole della Miller mi stimolano a riflettere è: cosa può portare un bambino maltrattato a rinnegare la liceità dei propri sentimenti ? E cosa dà forza alla norma sociale o religiosa interiorizzata?

Ripensando tra l'altro a quella parte di bambino arrabbiato che è anche in me, penso ci siano alcuni punti-elementi che possono avvicinarmi ad una risposta:

- una sorta di circolo vizioso che si innesca quando ad un essere umano non si offre amore, per cui bisogno e risposta possono prendere a crescere in maniera inversamente proporzionale;

- il bisogno di accettazione, che è poi un bisogno di essere amati, e che - come in alcuni casi la mia nuova esperienza professionale di educatore mi sta dando modo di scoprire - può giungere a richieste molto eclatanti: Come se quei ragazzi chiedessero di base - attraverso una richiesta di accettazione delle loro pulsioni ed emozioni meno accettabili - un'accettazione della propria persona. In questo senso credo sia importante per chi ci lavora far passare una sincera accoglienza della persona e non della singola emozione negativa, che in quanto tale - è vero - non sempre è accettabile e spesso va riportata dentro un confine, ed in cui comunque non si può identificare la globalità di un essere.

- il timore della distruttività delle proprie emozioni negative. Un timore che è anche fondato, sano, ma che può essere esacerbato da un'identificazione esclusiva del proprio sé con le proprie emozioni e i propri sentimenti distruttive/i.

Ecco su quest'ultimo punto credo si inneschi una questione fondamentale: il superamento della fase dello specchio. Ovvero se mando a quel paese qualcuno e ci va, non potrà più esserci quando ne avrò bisogno e allora… che faccio? Non credo sia una domanda che conosca risposte assolute, ogni realtà è differente: differenti i genitori, differenti le nostre emozioni, differenti le azioni e i loro vissuti. Certo penso che l'accettazione della propria ed altrui ambivalenza sia notevolmente d'aiuto. Ma ancora non so quanto questo sia applicabile a chi abbia sofferto gravemente (violenze, abusi etc.).

Forse risalire a monte, recuperare una coscienza più antica (nel tempo non ordinario) potrebbe essere una via, risalendo alla consapevolezza del bisogno originario di amore e accettazione.

  Un altro ordine di riflessioni (non-disconnesse), cui il saggio mi apre, sono relative al concetto di salute e cultura.

Come concepiamo noi la nostra salute, le nostre malattie, i nostri momenti di equilibrio? Mere casualità di cellule dotate di assoluta autonomia e disconnesse dal nostro essere in un sistema? Come doni o punizioni o più semplicemente prove volute/i da una volontà superiore? Come risultanti dei nostri conflitti emotivi?

Leggendo, lavorando, praticando persone più sagge di me, mi sembra di aver capito che il punto non è tanto nella veridicità assoluta di ciascuna di queste posizioni quanto piuttosto nel superamento della rimozione della nostra responsabilità – certo - e di posizioni riduzioniste. Cioè nell'inquadramento sistemico del concetto di salute, che tenga conto delle nostre diverse verità contingenti e meta-temporali.

Fortunatamente ormai anche in Italia si stanno diffondendo nuove pratiche di cura e di salute: l'omeopatia, la psicosomatica, la naturopatia, le medicine alternative. E più in generale, a monte, si vanno facendo largo sottili istanze culturali dolcemente rivoluzionarie, quale, ad esempio la concezione unitaria dell'essere umano, che supera il dualismo mente-corpo o anima-corpo, e altre. E questo mi è testimoniato  su diversi fronti dal diffondersi di insegnamenti orientali e tradizionali, di erboristerie, di centri yoga, di insegne luminose sulle farmacie recanti la scritta "omeopatia".

Per rispondere alla domanda "noi come concepiamo la nostra salute?” inviterei chi legge a consultare il sito dell'Associazione. Come potrete leggere e come posso dirvi la concepiamo con serietà e con amore, anche con la serenità di accettare il malessere - inteso talvolta pure come l'onda regressiva, come l'emozione negativa -  come momento-punto di una possibile ulteriore crescita. La concepiamo integrando: varie fonti di sapere, vari livelli dell'essere, varie coordinate cardinali. Con gli occhi ben aperti sulla complessità del reale.

Ed in quest'ottica - cioè nell'ottica degli occhi ben aperti - se la realtà italiana mi sembra incoraggiante per gli aspetti che ho appena citato e per altri che magari non ricordo, nella stessa realtà esiste una cultura reazionaria, come adagiata su se stessa, la cultura del riduzionismo scientifico, retaggio positivista, decisamente occidentale, o come dicevo più in generale la cultura dell'assolutismo.

Analogamente potrei vedere il Giappone, verso cui inevitabilmente mi sono diretto con la mente citando Yoshimoto e leggendo di Mishima. Anche il Giappone  mi sembra una realtà culturalmente polivalente;  c'è un Giappone che è il Giappone - per dirla con Eric Dodds o con Ruth Benedict - della "società della vergogna". Ovvero una società regolata da modelli positivi di comportamento (... presso cui...) la mancata adesione a questi modelli ha come conseguenza la vergogna nel suo duplice aspetto di sanzione interna (psicologica) - ovvero la perdita dell’autostima - ed esterna (sociale) consistente nel biasimo della comunità e, al limite, nell’emarginazione.

 Ma nello stesso Giappone esistono la cultura zen, preziosi insegnamenti, un'autrice che dà ad un suo romanzo - appunto - il titolo "Il corpo sa tutto", ed una cultura popolare che comunemente fa ricorso all'espressione お身体に気をつけて下さい,o karada ni tsukete kudasai”. Un'espressione di commiato, usata magari nei confronti di qualcuno in difficoltà, che agli studenti di giapponese, soprattutto agli inizi della lingua e della cultura, viene tradotta come "prenditi cura di te - fa attenzione a te stesso" o in inglese come "take care of your self", che certamente sono le espressioni culturali che più ci si avvicinano. Ma la traduzione letterale della frase dice, a mio avviso, molto di più; è un bell'augurio, con cui voglio chiudere questo articolo:

riponi il tuo chi nel tuo corpo!

Gabriele Grassi

 "CerTI Diritti  A Congresso

 

Certi Diritti ha svolto il suo terzo Congresso; stiamo parlando di un'associazione piccola e giovane che ha già fatto parlare di sé nella sterminata galassia di associazioni che si richiamano al mondo GLBT, a cui Certi Diritti ha aggiunto una E.

Il Congresso di Firenze si è svolto tra sabato 30 gennaio e domenica 31 presso la Foresteria Valdese , in via dei Serragli, 49. Già il luogo evoca qualcosa di “altro”, “diverso” dal solito. In questo articolo parole come “altro” e “diverso” appariranno frequentemente, per poi arrivare ad una sintesi col tutto. Dallo svolgimento del Congresso si capisce subito che qualcosa è veramente diverso, come dice il sito gay.it: “gente che corre, tutti impegnati (in chissà cosa), tanta passione di sicuro”.

La mattina del 30 è dedicata alla discussione del volume “Amore civile, progetto di riforma del Diritto di Famiglia” (Mimesis edizioni), a cura di Francesco Bilotta e Bruno De Filippis. Il libro raccoglie il lavoro condotto nell'ultimo anno da giuristi, sociologi, psicologi, membri di associazioni legate alle problematiche famigliari, diversi nelle competenze e nell'obiettivo da raggiungere, ma tutti insieme. Spiegano Giacomo Cellottini, curatore del convegno, e Matteo Pegoraro, membro del direttivo nazionale di Certi Diritti e responsabile per la Toscana : “Il risultato di tale lavoro è una proposta di Riforma, che per la prima volta dopo il 1975 affronta le questioni più urgenti in materia familiare: dal riconoscimento delle unioni di fatto, alla procreazione medicalmente assistita, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso, al divorzio breve. L'auspicio è che la proposta di Riforma del Diritto di Famiglia divenga un Disegno di Legge per avviare un dibattito approfondito nelle Aule parlamentari, in un'ottica non ideologica e con una forte attenzione ai problemi reali delle persone”.

Il Congresso vero e proprio si apre con una testimonianza in video di Enzo Francone, il tesoriere dell’Associazione venuto a mancare durante l’autunno, niente minuto di silenzio, ma una chiamata all'impegno. Segue il racconto della coraggiosa azione di protesta organizzata da Enzo sulla Piazza Rossa a Mosca, in un Paese che ancora oggi stenta a trovare la via della modernizzazione e del rispetto dei diritti di ognuno. Enzo Cucco, storico militante per l'affermazione dei diritti civili in Italia, e che rappresenta Certi Diritti presso il comitato “Sì, lo Voglio”, ne riassume semplicemente il significato: nella battaglia per un mondo migliore, ciò che conta è metterci la faccia, impegnarsi in prima persona per costruire una comunità solidale.

Si prosegue poi con l’intervento di Francesco e Manuel, il primo in sciopero della fame ormai da 27 giorni. La loro presenza qui esemplifica la missione dell’Associazione, richiamato già nel nome: non contrattare per delle concessioni politiche, ma ribadire che i diritti sono di tutte e tutti, ed ognuno dovrebbe attivarsi per vedere riconosciuto ciò che, semplicemente, gli spetta. Loro lo hanno fatto singolarmente. Quando Francesco viene aggredito durante una vacanza in Grecia, rischia grosso, anche perché nell'isola dove si trovava non c'erano strutture mediche adeguate. La paura per Manuel, che avendo Francesco come unica persona che si prende cura di lui e con il quale ha sempre diviso tutto, ha rischiato di tornare a casa senza più un ragazzo, e una volta tornato a Savana, a ritrovarsi senza nemmeno una casa visto che risulta tutto di proprietà di Francesco. Decidono di reagire, vogliono tutelarsi, capiscono che per lo stato sono cittadini di serie B e non ci stanno. Insieme a diverse altre coppie in Italia affrontano il Comune della loro città, chiedendo l'autorizzazione a sposarsi e ricorrendo alla Corte Costituzionale in risposta alla negazione. Il bello di Certi Diritti è che tenta di collaborare con tutte e tutti coloro che si danno da fare, che si aiutano. Forse la collaborazione e l’appello all'unità sono proprio la chiave di questa prima giornata di Congresso, caratterizzata dai saluti e gli interventi di praticamente tutti i soggetti attivi in Italia per il riconoscimento dei diritti e il progresso delle condizioni di vita delle persone omo, bisessuali e trans: ma non solo. Sono inclusi tanti soggetti non strettamente LGBT, che mandano i propri saluti o che sono presenti con propri rappresentanti.

Scrive gay.it: “Questa carrellata di interventi, che potrebbe sembrare il circo delle vanità, è invece un momento importante: serve a mostrare la varietà, e quindi le potenzialità, del movimento lgbt italiano. Il messaggio del primo giorno di Congresso, sembrerebbe di capire, è che le diversità -e la collaborazione- sono la chiave del successo. Per onestà, questo resoconto non può però essere una sviolinata. Chiudiamo dunque con una critica: sedendosi a guardare, ciò che salta subito all’occhio è la varietà dei presenti: donne, uomini, giovani, anziani, omo, bi ed eterosessuali. Sì, avete capito bene, è un casino qua: non si capisce con chi ci si può provare e con chi no. Forse, in stile radicale, conviene tentare sempre”. Con questa ultima parte dell'articolo dedicato da gay.it all'evento possiamo chiudere, ciò che è “diverso” e “altro” rientra nel tutto, e a quel GLBT possiamo aggiungere una E. Sottotitolo dell'articolo? Uniti si vince!

                                Diego Sabatinelli

Casella di testo: …E ti vengo a cercare,
perché sto bene con te,
perché ho bisogno della tua Presenza
per capire meglio la mia Essenza.
F.B.

UNA NUVOLA DI FUMO

SOPRA I TETTI

Jerei  aveva ancora abbastanza sonno da smaltire, e non perchè la notte precedente alla nostra storia avesse bevuto più del solito, d’altronde era abituato a mescolare grappa e vodka perfino nello stesso bicchiere, ma piuttosto perché il volto di Belil gli era comparso mille volte talché non riusciva a dormire.

Aveva provato a dirsi che niente di diverso era accaduto dai suoi soliti innamoramenti fugaci, dei quali dopo due o tre giorni si perdevano le tracce, nel suo cuore, sì, ma soprattutto nel telefono, perché le varie incarnazioni delle dee femminili che la sorte gli faceva incontrare, si squagliavano nel più rigoroso silenzio stampa.

Non appena si stava convincendo che anche questa volta niente di nuovo sotto il sole era accaduto, ecco che quel volto gli cominciò a comparire davanti agli occhi, e più volte,  e non era mai uguale a se stesso, infatti una volta lo guardava con stupore, un’altra con una specie di rimprovero agli angoli delle labbra ( belle, però, bisognava riconoscere se dotati di un normale senso di estetica giustizia) , una volta ancora con un sorriso enigmatico ma non per questo meno seducente e via dicendo. Se avesse avuto una fotocamera o una matita per ritrarre tutti quei volti, che poi erano sempre uno, ma con una capacità davvero strabiliante di sembrare tanti, si sarebbe assicurato un buon soggetto per una mostra sulla variabilità dell’ animo umano. Umano, già…ora, perché, pensando a questa parola molto usata e maltrattata, non tanto come parola, ma come realtà incarnata, gli veniva un brivido curioso sotto pelle? La spiegazione più semplice, cioè quella che in mezzo alla notte che avanzava senza concedergli riposo era più adatta, la spiegazione più semplice, dicevo per riprendere il discorso, era che non si trattava esattamente di qualcosa definibile come ‘ un ordinario volto umano ’.

Allora non era una persona? Cosa era? Al di là di tutte queste fughe e speculazioni sparse, la verità sembrava emergere e non farsi spostare dalle sue riflessioni  inconcludenti: insomma l’incontro con Belil segnava un punto,(fermo? ) nella sua carriera di uomo umano con poche idee chiare alle quali comunque era molto affezionato, soprattutto all’insieme che costituivano, che si rappresentava non senza un certo orgoglio, come un melograno con i suoi frutti rossi, vividi e squillanti, dal colore intrigante e dal sopore ineffabile. ( come del resto pensava di essere).

Ancora qualche digressione ( sui melograni ) lo portò fuori dal nucleo della questione, ossia come rivedere Belil il più presto possibile.

Lei non aveva lasciato nessun numero di telefono, nessuna e- mail, indirizzo face book, you tube, crix being o altri, e lui, preso da una non strana  timidezza ( ma certo non intelligente ) aveva fatto altrettanto.

Non gliela aveva presentata nessuno, era apparsa così, dietro il banco del bar – pub dove neanche troppo spesso lui capitava, e lo aveva chiamato con una bella voce, lenta, intensa, erotica senza alcun dubbio…infatti nel suo corpo si erano avute subito certe reazioni note, e a cui dare una risposta, prima o poi. 

In seguito lei gli aveva detto che chi pensava di avere un po’ di energia non poteva esimersi dalla consapevolezza che bisognava fare qualcosa per un problema che affliggeva il quartiere, cioè alcune persone non avevano dove stare e la notte si trascinavano da un angolo all’altro, esponendosi al freddo ma soprattutto al pericolo. Già, pericolo… non mancavano in quella strade certi balordi con facce da Alcatraz ( quando esisteva ) che ogni tanto si davano allo sport della caccia al solitario. Brutta gente, ceffi alieni o comunque con uno spazio vuoto al posto del cuore che riempivano di volta in volta di stracci, libri pessimi, insulti e macerie di sentimenti che non andavano oltre l’odio e la rabbia senza oggetto.

“Che fare?”, gli aveva chiesto. Lui non aveva molte proposte, intanto quello che si opponeva a far lavorare il cervello era una pigrizia quasi assoluta, una pigrizia così ben strutturata che al solo pensiero di fare qualcosa oltre il già pensato, gli venivano i crampi allo stomaco e con i crampi allo stomaco solo un masochista può andare in giro a fare qualcosa di diverso dalla sua routine quotidiana. Vero anche che guardandola e ascoltandola ( non solo con le orecchie, ma con tutto il suo apparato istintivo, efficace e sveglio, almeno per qualche tempo, rispetto alle grazie femminili),  si incantava qua e là in considerazioni piacevoli e prefigurazioni non da meno. Dovette darsi un piccolo schiaffo metaforico ad un certo punto, perché l’immagine di loro due che consumavano un’ora d’amore focosa e nuda nuda lo aveva semi ipnotizzato e manco ascoltava più. Belil - così aveva detto di chiamarsi - lo aveva richiamato alla presenza con una di quelle espressioni serie che poi gli stavano comparendo ora di tanto in tanto, e il suo viso severo gli aveva fatto pensare- non troppo seriamente, è vero, ma già era una novità, che forse poteva aiutarla a fare qualcosa. Cercando di immaginarsi nelle vesti di un benefattore che va in giro a scacciare i cattivi soggetti del quartiere e a difendere i senza casa, senza lavoro e senza molte altre cose di cui lui invece usufruiva, si era stupito nel constatare che poteva anche essere, che accanto a Belil si poteva fare.

Non poteva certo negarsi che insieme alla nobile e nuova indole di aiutante dei deboli c’era anche la speranza quasi certa che questo lo avrebbe portato a realizzare quell’immagine di loro che aveva intravisto prima, e mentre cercava di capire se allora era il caso di dare un o.k, a Belil, che nel frattempo , oltre ad avergli sorriso con una espressione in dimenticabile, gli aveva anche appoggiato una mano sul ginocchio, con quali reazioni psicofisiche di  Jerei potete immaginare. Sul più bello di questo quasi idillio socio-amoroso erano intervenuti due tizi (possibili rivali ) a parlare con Belil sulla loro azione futura nel quartiere. Avevano anche preso carta e penna e tracciavano parole, qualche schizzo probabilmente delle strade e lui era rimasto fuori dal terzetto. Certo, non era piacevole essere esclusi così, in un battere d’occhio, e però nella situazione un vantaggio c’era, e consisteva nel potersi guardare Belil , sentire perfino il suo profumo di mela dolce, proprio con calma e soddisfazione.

Ad un certo punto i due ( impresentati, mai visti, sopportati ecc ) si rivolsero a lui e gli dissero : Tu,  Jerei, cosa potresti fare?  Guarda, queste sono le zone dove è necessario portare il nostro aiuto, caso mai la nostra vigilanza. “

E Belil “ potremmo convincerli ad avere un telefonino, e a chiamarci in caso di aggressione o di bisogno”. “Sì” aggiungevano i due “E potremmo istituire dei turni per essere pronti a intervenire o cose del genere. Tu che turno potresti fare? ”.

Jerei  non si sentiva benissimo; a quel punto, i solito crampi allo stomaco si erano affacciati e gli cominciavano a rovinare la serata, stimò in breve se considerarli o metterli via, ma allo stato attuale presero il sopravvento su di lui, che rispose qualcosa tipo “ belle idee, siete molto generosi, io di solito sono molto impegnato ( falso) , poi il mio ruolo non so se me lo permette  ( faceva il politico a tempo perso) , ma potrei segnalare la cosa a chi di dovere, e poi sono le istituzioni che devono intervenire, i cittadini singoli anche se benemeriti non possono risolvere il problema ecc…ecc… “ ( questi concetti li sottolineò con una voce autorevole degna di un bel corso di dizione). Veramente chi gli avesse suggerito di dire queste minchiate di passaggio non avrebbe potuto affermarlo, ma in certi casi vengono sempre in aiuto entità vaganti che raccogliendo le frasi ciarpame sentite qua  e là ne fanno tesoro per soffiarle negli orecchi dei tipi come Jerei.

Che però non era cattivo, lo avrete capito, solo un  po’.. egoriferito, malattia diffusa e per questo non si sentiva in colpa. Però Belil lo aveva guardato senza dire niente, con aria di incredulità e con un  messaggio chiaro :   (“questa maschera dove l’hai raccattata?” )  Ed era uscita dal locale, sì, il Sound Accomodation, quelle quattro pareti in fondo al Vicolo del Marmo, a cui si attaccavano, come isole alla deriva, i soliti che poco contavano della zona, però con qualche eccezione, tipi Sottil  Canopio, un cantante piuttosto affermato che misteriosamente stazionava lì almeno un paio di volte a settimana;  era uscita dal locale, Belil, lasciandolo solo a bevucchiare il misto di vodka e qualcos’altro, era uscita scivolando via leggera con i suoi due amici.

Ora la notte avanzava e non succedeva nulla, se non questa tempesta magnetica nel cervello di Jerei. 

Era forte, ma non arrivava al cuore, sicchè tutto sarebbe continuato come prima, se non fosse per un certo fumo che entrando dal camino del salotto, invase in pochi istanti anche la sua camera da letto, facendolo tossire, incazzare, meravigliare e spaventare in un solo stato d’animo da cui cercò di uscire aprendo la finestra. Anche fuori c’era un fumo denso che si spargeva sui tetti...e non si capiva se si trattasse di un incendio, di una nebbia venuta ( e come ? ) dal nord; però, mentre vedeva della gente che correva qua e là per fare qualcosa, un’immagine balzò vivida alla sua mente : era lui da bambino che scappava da un incendio, e la sua mamma, e la sua sorellina, e anche altri vicini. In quell’immagine ritrovò facce e corpi , grida e parole di conforto, confusione e abbracci.  Allora si mosse quasi automaticamente e scese in strada, di qualsiasi cosa ci fosse stato bisogno, era pronto. Non si nascondeva che, anche se a livello subliminale, la speranza di rivedere  Belil faceva da deterrente , sicuro, era così. La cosa che più lo scosse, in quel momento, ad onta del pericolo e del misterioso non-si-sa-cosa-succede, era la sua improvvisa consapevolezza, non si nascondeva il fatto che il nobile impulso ad aiutare era mescolato al desiderio amoroso, e questo insieme sì, lo muoveva, era un fatto, forse lui era davvero umano.

                                        Rosalia Grande

cERTi ALIEnI QUOTiDIANI

rubrica di notizie e articoli alieni… tra le pagine di vari quotidiani!

L’articolo che segue, tratto da La Repubblica   riporta l'inizio di una - ora piccola ma forse poi grande - "rivoluzione silenziosa".   Seguendo il link a fine pagina è possibile ripercorrere le varie tappe del viaggio Venezia-Pechino attraverso 4 diversi articoli pubblicati da Repubblica.it. Gli articoli sono corredati da fotografie dove non mancano momenti di svago o dove è possibile vedere una lezione di Yoga nel corridoio della Transiberiana..

Buona lettura e buon viaggio…

Elide Stucchi

di Giampaolo Visetti, da   La Repubblica del 21 Gennaio 2010

Il treno dei matti italiani scuote Pechino al via l´esperimento "manicomi aperti"

apre il primo centro di igiene mentale in Cina: sul modello di istituti analoghi a Trento 

Pechino - La follia può fare miracoli. A Pechino, è successo. Ci sono voluti più di due anni, ma il viaggio più pazzo del mondo ha portato lontano. Nel 2007, tra mille scandali, un treno con a bordo 210 malati di mente italiani partiti da Venezia era arrivato in Cina. La via di Marco Polo, per dimostrare che solo l´amore, assieme alle medicine, può salvare chi è colpito dai disturbi psichiatrici. Ieri, nel quartiere Balizhuan della capitale, autorità italiane (guidate dall´ambasciatore Riccardo Sessa) e cinesi hanno inaugurato il primo centro di salute mentale del Paese.
Per la Cina è l´inizio di una rivoluzione. Le malattie psichiatriche, come ogni deficit, restano una vergogna da nascondere. Milioni di persone vengono recluse in casa dai famigliari, o abbandonate, lasciate prive di cure, o recluse in manicomi simili a quelli smantellati in Italia da Basaglia. Gli ospedali, spesso contigui alle carceri, sono inaccessibili. In questi due anni, il viaggio straordinario dei matti italiani ha però colpito i medici cinesi. Con l´umiltà e la curiosità che sta portando la nazione alla guida del pianeta, hanno voluto scoprire il segreto che aveva consentito a duecento malati di arrivare fino nel cuore della Città Proibita, iniziando l´uscita dal tunnel.
Scienziati e funzionari comunisti, ripercorrendo il tragitto al contrario, sono arrivati così a Trento, dove da una decina d´anni si è dato vita ad un´esperienza unica al mondo: gli Ufe, ossia "Utenti e Famigliari Esperti" coinvolti nella conduzione dei servizi psichiatrici. Un progetto semplice, capace di migliorare la vita dei malati di mente grazie all´affetto e alle responsabilità che ricevono. Gli Ufe trentini, che l´anno scorso hanno attraversato l´Atlantico in barca a vela, hanno folgorato la Cina. Al punto che il governo, dopo ripetuti scambi e corsi di formazione, ha deciso di ripensare il proprio sistema di cure.
Per tre giorni, a Pechino, i più importanti ospedali psichiatrici hanno aperto le porte ai visitatori. I primi tredici Ufe cinesi, già inseriti nella clinica di Haidian, hanno potuto raccontare pubblicamente la loro vita. Un incontro commovente, con i malati italiani. La clinica universitaria della capitale, centro di cura più importante del Paese, si è impegnata a diffondere sul territorio sia i centri di salute mentale che il nuovo rapporto con i pazienti. E´ la filosofia del «fare insieme», promossa dallo psichiatra Renzo De Stefani e adottata dal professor Yao Guizhong, responsabile del piano cinese. Non significa che la Cina abbia deciso di riconoscere come essenziale la centralità della persona e il suo diritto alla libertà. Ma se irrompe sulla scena la follia, non si sa mai. Prossima tappa: uno scambio di Ufe Italia-Cina, modello Erasmus, per dimostrare che dai malati c´è molto da imparare.

 

Ovale: Dove cercherete e come scoprirete la Bellezza, se essa stessa non vi è di sentiero e di guida? K.G.http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2.html


ROMA CITTA' ETERNA  ?

Profezie sulla capitale del mondo

 

Fin dalla sua fondazione, col cerchio disegnato da Romolo o mediante la fusione di villaggi pastorali vicini sull'ansa di un fiume sacro, Roma ha avuto come inscritto nel suo destino di non essere una città qualsiasi, ma destinata, forse suo malgrado, ad essere centro egemone di interessi politici, culturali, economici e religiosi.

Non appare strano, quindi, come il parlare di Roma, vaticinare il suo destino sia stato un esercizio pieno di simbolismi e di riferimenti universali.

In realtà se prescindiamo dalla storiografia agiografica imperiale, che pronosticava imperitura gloria e dominio agli eserciti legionari e lunga vita all'Imperatore, profezie peraltro già smentite da secoli, ho trovato pochissime predizioni per così dire favorevoli alla città, né scenari sereni o raccomandabili per i suoi abitanti, come vedremo.

Fa eccezione, anche se il collegamento è forse un po' forzato, la frase evangelica attribuita al Cristo “tu es Petrus et super hanc petram edificabo ecclesiam meam”, laddove nel versetto successivo si aggiunge che “le forze del male non prevarranno su di essa”. Bene c'è chi vede nel Vaticano e più specificatamente nella Basilica di San Pietro una rappresentazione fisica di questa saldezza imperitura, giacché nelle fondamenta della chiesa sarebbe sepolto proprio l'Apostolo divenuto poi primo Papa. Anche se poi proprio dalla Bibbia (apocalisse di Giovanni ultimo libro del Libro) facciamo la conoscenza dell'Anticristo, che in un testo apocrifo non riconosciuto (il testamento siriaco) e nella descrizione di numerosi profeti, pare nascerà in Egitto da un rapporto incestuoso o addirittura da un rapporto fra il Diavolo ed una prostituta. Vivrà la sua adolescenza nelle città maledette di Betzaida e Corozaim e successivamente arriverà qui da noi a Roma dove si introdurrà negli ambiti della gerarchia ecclesiastica

Inizialmente Tertulliano e poi anche il monaco detto Venerabile Beda (siamo intorno al 700 d.C.) indicavano nella presenza fisica dell'anfiteatro Flavio, il Colosseo, il segno della vita di Roma: al crollare di esso sarebbe avvenuta la distruzione della città, preceduta da un breve periodo di grandi tribolazioni. Ma quel che è ulteriormente importante e che si ritrova anche in successive profezie è che alla distruzione di Roma seguirà la fine del mondo, letteralmente intesa. In effetti molti vaticini legano il destino della città eterna a quello dell'intera umanità, come quelli che parlano della venuta dell'Anticristo.

La religiosa Ildegonda, che fingendosi un uomo per poter intraprendere una vita reliogiosa e monastica (come la papessa Giovanna, che fu però scoperta per non aver saputo resistere ai piaceri della carne) previde che quando entrerà l'Anticristo nella Chiesa, ai suoi vertici gerarchici, inizierà la fine di Roma, cui seguirà quella del mondo intero. La profezia di Ildegonda deriva da una visione avuta in Terrasanta nella quale riferì di aver incontrato 3 strani personaggi 2 vestiti di rosso ed uno in abiti cerimoniali con paramenti e monili; interrogandoli per sapere chi fossero il primo le rispose di essere Pietro, il secondo disse di essere il suo avversario ed il terzo di essere l'Anticristo. Il frate domenicano Robert d'Ulzes, alla fine del XIII secolo ebbe la visione di Roma coperta completamente di polvere, mentre attendeva il Giudizio Universale. Santa Brigida, conosciuta nella tradizione popolare anche come la “strega” per le sue visioni e le sue stregonerie, affermava di aver visto “Maometto ritornare a Roma, portando una lunga spada e seminando la discordia....La  monaca di Dresda (di cui si ignora il vero nome e che visse alla fine del 1600) famosa veggente morta a 26 anni, descrisse questa visione: “ da poco mi ero addormentata quando una mano mi prese e mi sollevò. Mi trovai come su un poggio e ai miei piedi c'era la città benedetta (Roma appunto), ma di questa riuscivo  a distinguere solo il Colosseo.  Quando riaprii gli occhi al posto del Colosseo c'era un piccolo lago e sopra un angelo con una scritta in fronte:”Questa è la seconda prova”. Ma prima che il larice rinverdisca per la terza volta una grandinata orribile si abbatterà sulla città santa, ridotta ormai ad una spelonca di ladri, dove la pestilenza ed il vizio saranno pane quotidiano e dove i vescovi mangeranno nella stessa scodella dei malfattori, mentre i giusti periranno in carcere. Ed ora, mi disse ancora la voce, voglio farti vedere la prima prova che verrà mandata alla città santa; ho visto allora una fiamma di fuoco cadere sibilando sulla terra e andare ad incunearsi tra le case, poco lontano dalla Basilica...e un'enorme voragine si aprì inghiottendo case, strade, persone...”

Il Monaco di Padova, vissuto nel XVIII secolo, ripete nelle sue profezie quelle dell'eremita Telosforo (1300) che predisse tra l'altro la distruzione di Roma nel 2013....Chi si starà sbagliando fra i Maya  e l'eremita? Nel 1846 pare che nella località francese di La Salette vicno Grenoble sia apparsa la Madonna anche in questo caso a 2 pastorelli: Massimino e Melania. Tra l'altro dirà ai 2 bambini: “Roma sparirà ed il fuoco cadrà dal cielo e distruggerà 3 città. Tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi, non si sentirà che rumori di armi e di bestemmie. I giusti soffriranno molto, Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell'Anticristo. I demoni dell'aria, con l'Anticristo, faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell'aria e gli uomini si pervertiranno sempre di più. A suor Imelda nel 1872 apparve Roma distrutta e coperta di macerie- Nella seconda metà del secolo scorso Giovanna Le Royer, monaca, annunciò il segno che avrebbe indicato che la catastrofe era vicina:”..quando si abbandonerà nella Chiesa la lingua delle catacombe (il latino) Satana sarà prossimo a ingaggiare una tremenda lotta, perché sarà questo il tempo in cui il suo diletto figliolo starà per giungere alla terra Bartolomeo di Salluzzo, non senza un certo gusto per il verso poetico, disse: “Firenze bella e Napoli gentile, ch'ognun di voi è divenuta un porcile, con l'empia e sporca Roma, tutte e tre sarete dome e porterete una gran som

F. Blanchard, un sensitivo del XIX sec., nel 1886 disse si aver avuto una spaventosa e realistica visione inerente piazza San Pietro: “..al posto della fontana..c'era un'enorme tinozza di sangue e qui andava la gente per tingere i drappi di rosso, che poi esponeva lungo le strade....i drappi rossi gocciolavano sangue..”Per fortuna una delle profezie di quel periodo è già “scaduta” senza che ne venisse rispettata la parte per così dire esecutivo-testamentaria. Mi riferisco alla previsione di Innocent Rissault, commentatore francese dell'epoca, che vaticinava per il 1980 l 'arrivo dell'Anticristo, la sua egemonia, lo scisma finale nella Chiesa Cattolica e la distruzione di Roma nel 2000..Nostradamus (non poteva mancare...)  prevede che fra il II e III millennio Roma diverrà la base dell'Anticristo. In una quartina delle sue centurie specifica che il regno durerà 27 anni dal 1999 al 2026.....forse anche questa l'abbiamo scampata.......Giovanni Bosco, fondatore come tutti sanno dell'ordine dei salesiani, pare fosse dotato di alcuni poteri paranormali ed avesse frequentemente sogni profetici, sulla veridicità dei quali esisterebbero (?) dei riscontri. In una di queste premonizioni pare che avesse intuito e previsto le afflizioni di Roma e ne avesse parlato anche con il papa Pio IX. Queste le parole di Giovanni Bosco: ” e di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effemminata, Roma superba! Io verrò a te 4 volte. Nella prima percuoterò le tue terre ed i suoi abitanti (c'è chi vi legge l'evento della prima guerra mondiale). Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura (II guerra mondiale e deportazione degli ebrei?). Non apri ancora l'occhio? Verrò la terza volta, abbatterò le difese ed i difensori ed al  comando del Santo padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento della desolazione. Ma i miei savi fuggiranno e la mia legge sarà calpestata. Perciò farò la quarta visita...succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti...il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laverà le macchie che fai alla legge di Dio”  .. la seconda parte sarà pubblicata sul prossimo numero    

DEMETRIO BACARO

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da LIMES n.1/2010

di Giorgio ARFARAS

 

QUEL CHE WASHINGTON DEVE IMPARARE DA PECHINO E VICEVERSA

Il declino degli Stati Uniti è un fatto, quanto il vincolo reciproco con la Cina. Al meglio, gli americani diventeranno mezze cicale, i cinesi mezze formiche. Quanto a noi europei, nella tenaglia del G2 siamo già mezzi morti.

 

Si dispone di tra approcci per affrontare il problema della decadenza degli Stati Uniti. Il primo afferma che gli imperi franano sotto il peso degli impegni militari e del debito - in questo caso ci si rifà a Kennedy e a Ferguson. Il secondo afferma che ci si era illusi che il modo di vivere liberale, quello concentrato sul mercato e sulla democrazia parlamentare, si potesse imporre ovunque, dopo la caduta dell'Urss e la conversione cinese allo sviluppo economico. In questo caso ci si rifà a Fukuyama. Il terzo afferma che stiamo assistendo solo al ritorno del primato dell'Asia, che era l'economia dominante fino a qualche secolo fa. In questo terzo caso si mostrano le statistiche di Mddison sul peso dell'Asia fino agli albori della rivoluzione industriale.In effetti, non avendo ancora gli umani avuto esperienza di un impero che si sia mantenuto sempre in posizione dominante, si cercano le ragioni della decadenza dell'ultimo impero noto.

Gli ultimi accadimenti sembrano dar ragione a tutti e tre gli approcci: 1) gli Stati Uniti sono impegnati militarmente ovunque; 2) sono indebitati con paesi emergenti; 3) che hanno delle economie ancora dirigiste e non hanno una democrazia compiuta; 4) infine, la crescita economica dell'Asia è impressionante.

Si può dibattere se la decadenza degli Stati Uniti sia "colpa" oppure "destino". Colpa, si sostiene, perché nessuno ha costretto gli Stati Uniti: 1) ad andare in Iraq; 2) a lasciar fiorire un'economia centrata sull'espansione perpetua del credito; 3) ad aprire le proprie frontiere ai prodotti asiatici senza una contropartita di natura politica: gli asiatici in cambio del volano della crescita (le importazioni degli Stati Uniti) avrebbero dovuto, secondo questa scuola di pensiero, "democratizzarsi"

Detto della "colpa" si può anche argomentare che è stato "destino". La "colpa" sono gli errori degli statunitensi. Ma gli errori sono stati commessi da tutti gli imperi caduti: nessuno di questi voleva, infatti, decadere. 

La Cina emerge

Chi sostituirà gli Stati Uniti? Quasi tutti pensano alla Cina e ai suoi fornitori asiatici di componenti. L'impero liberale sarà sostituito da un'economia mista (statale e privata) con un unico partito a governarla. La Cina , si argomenta, ha un'economia industriale e dunque "vera" mentre gli Stati Uniti hanno troppa finanza e perciò un'economia "falsa". L'idea che il bullone sia meglio dell'obbligazione ha ancora molti seguaci nel mondo: il sudore degli opifici è molto meglio del deodorante dei finanzieri. Andando in profondità, aleggia l'idea che il lavoro "fisico" crei valore, mentre quello "intellettuale" sia un trucco per estorcere plusvalore.

I ragionamenti sulla forza della Cina sono spesso esagerati. Si prendono i tassi di crescita cinesi e li si confronta con quelli dei paesi ricchi. Si ha una gran differenza. Dunque si ha un'economia in crescita con le altre che sono quasi ferme. Si estrapola la differenza e si calcola in quanto tempo - alla fine, qualche decennio - la Cina supererà i paesi oggi ricchi.

Questo soddisfa i bisogni: 1) di chi desidera la decadenza dell'Occidente o per effetto della Cina o per il mutamento climatico; 2) di chi vuole convincere gli altri ad investire i propri denari direttamente in Cina o in attività i cui prezzi salgono per effetto della Cina, come quelli delle materie prime industriali. C'è una terza categoria: quelli che vogliono uno sviluppo rallentato del commercio internazionale per evitare che le cose si mettano troppo male e fin da subito nei paesi ricchi. Apocalittici, finanzieri e comunitaristi tifano per quel che porta acqua al loro mulino: la gran crescita cinese.

Oppure la Cina deve ancora emergere

La discussione sulla decadenza degli Stati Uniti contrapposta all'emergere della Cina non tiene nel dovuto conto la differenza fra la crescita dei paesi emergenti ed emersi. I paesi emergenti possono crescere moltissimo impiegando in maniera diversa le risorse. Ma poi tutto questo non basta. Per dirla maleducatamente: l'Unione Sovietica produceva in quantità trattori e carri armati, ma quando ha dovuto poi - intorno alla fine degli anni Cinquanta - produrre anche beni e servizi "di fino" non c'è riuscita. La fase iniziale della crescita é tumultuosa. Un trattore sostituisce il lavoro di cento contadini che possono andare in città, dove sono alimentati dai pochi contadini rimasti in campagna che guidano i trattori su e giù per i campi.

La produzione forsennata di ponti, porti, strade, autostrade, aeroporti, reti elettriche e di telecomunicazione è un esempio di crescita trainata dalla riorganizzazione delle risorse.  Questo tipo di crescita si ha oggigiorno in Asia, ma anche in America Latina e nell'Europa dell'Esta. In Nordamerica, in Europa e in Giappone la crescita da riorganizzazione delle risorse ha esaurito da tempo la propria propulsione. La libertà di movimento delle merci e del lavoro, l'effetto rete (l'insieme degli effetti d'accelerazione degli investimenti dovuti allo sviluppo contemporaneo delle infrastrutture) sono i motori della crescita che passa attraverso l'impiego diverso delle risorse.

La crescita per invenzioni - il tipo di crescita che segue quello iniziale appena descritto - richiede la presenza d'imprenditori. I motori di questa crescita sono perciò un basso costo del capitale, un facile accesso al capitale, la protezione dei brevetti e della proprietà intellettuale, l'accettazione delle disparità di reddito come premio per il successo, la libertà di fallire come costo dell'insuccesso. La crescita per invenzioni è possibile se si ha sia l'individualismo sia la certezza del diritto. Le moltitudini cinesi devono perciò essere libere e certe dei propri diritti. Al di fuori dei paesi ricchi non si osserva ancora questo tipo di crescita.

Oppure ancora...

Fin qui il discorso è stato condotto ragionando come se 1) le economie fossero ancora a base nazionale; 2) la potenza alla fine dipendesse dall'economia; 3) gli Stati Uniti fossero in autentica difficoltà con la Cina che sta emergendo, 4) e con la parte davvero difficile della sua crescita, quella per invenzioni, che deve ancora arrivare. Bene, ora proviamo a far girare nel ragionamento la famigerata globalizzazione.

Le imprese dei paesi ricchi vogliono produrre con "qualità europea" e "costi cinesi" - l'espressione è stata usata   a un convegno di industriali (europei). Questo significa che una parte della produzione diretta - gli stabilimenti per assemblare - e indiretta - le componenti sofisticate - finirà in Cina. Avremo delle imprese gigantesche, le cosiddette "platform companies", che controllano la progettazione e la finanza e che producono anche in Cina. Avremo, insomma, tante Ikea in giro per il pianeta, con quest'ultimo non più ammorbato dalle insalubri emissioni.

La crescita per invenzioni, che la Cina non è in grado di promuovere per propri limiti istituzionali, potrebbe arrivare lo stesso nel Celeste Impero, attraverso le imprese globali. Non è necessario perciò che le moltitudini cinesi siano libere e certe dei propri diritti. La Cina diventa l'"opificio" del mondo senza diventare una democrazia.

Crescita e debito

La nostra tesi è che gli Stati Uniti avranno un tasso di crescita inferiore a quello passato. Le famiglie debbono, consumando meno, ridurre il proprio debito. Lo stato, che ha inizialmente bilanciato lo "sciopero dei consumatori" con la maggior spesa pubblica, dovrà nel tempo fare la stessa cosa per portare sotto controllo il proprio debito e dunque dovrà frenare la spesa o alzare le imposte. La Cina - sempre nel corso del tempo - non potrà più crescere agli enormi tassi dovuti alla costruzione forsennata di infrastrutture. Crescerà egualmente, trainata dai minori investimenti in infrastrutture e come "opificio del mondo". Gli Stati Uniti perciò non saranno importanti come una volta, e la Cina sarà più importante. Resta inevasa una domanda. Che fine farà il debito pubblico statunitense detenuto dai cinesi in gran quantità?

Immaginiamo - scolasticamente - un meccanismo equilibratore che funziona spalmato sui decenni. Nel tempo, la somma delle esportazioni nette cinesi diventa debito pubblico statunitense: i cinesi consumano meno di quanto producono. Per tenere il cambio, investono il surplus valutario in titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Passa altro tempo, e le esportazioni statunitensi verso al Cina diventano maggiori delle importazioni dalla Cina: ora sono gli statunitensi che consumano meno di quanto producono. Il debito con la Cina è man mano ripagato. I cinesi sono stati "formiche", ma poi diventano "cicale". Gli statunitensi, simmetricamente, sono stati "cicale", ma poi diventano "formiche". Questo è il "vincolo intertemporale" che dà a ciascuno quel che gli spetta. Il finale è "buonista" e a noi pare poco credibile.

Immaginiamo piuttosto che gli statunitensi si rifiutino - il loro sistema politico non regge una crescita economica modesta per tempo protratto - di diventare "formiche". Essi fanno capire ai cinesi che non potranno riavere i loro crediti; i cinesi, pur orbi dei loro crediti, sono però diventati una potenza, grazie al sistema industriale costruito anche dagli altri, che è rimasto fisicamente nelle loro mani. In questo caso, il risultato finale per i cinesi non è il massimo, non è un primo migliore: il primo migliore è quello che vede i cinesi trasformare i Titoli di Stato statunitensi di loro proprietà in beni e servizi prodotti negli Stati Uniti.

La conclusione per i cinesi è quella di un secondo migliore. I Titoli di Stato statunitensi restano nelle mani dei cinesi e vanno immaginati come il costo dell'industrializzazione accelerata della Cina. In altre parole, è come se gli Stati Uniti consolidassero il debito estero dei cinesi.  Il capitale perciò non torna ai cinesi, che incassano all'infinito le cedole di loro spettanza.

Ai cinesi il secondo migliore può andare bene, anche perché non hanno alternativa. Infatti, i cinesi, di fronte all'evidenza che gli statunitensi non andranno mai in avanzo commerciale per molti anni, rendendo così impossibile la trasmutazione dei titoli del Tesoro detenuti dai cinesi in beni e servizi, potrebbero minacciare di nazionalizzare le industrie estere che si trovano in Cina. A loro volta, gli Stati Uniti potrebbero congelare il debito pubblico statunitense detenuto dai cinesi. In questo modo i cinesi diverrebero poco credibili nel mondo come luogo perditempo per investire. L'unica che scelta che resta ai cinesi è perciò quella di smettere - un giorno o l'altro - di accumulare il debito pubblico degli Stati Uniti.

Con il rialzo dei rendimenti delle obbligazioni pubbliche (e di conseguenza private) provocato da questa scelta, gli statunitensi diventeranno alla fine (loro malgrado) "mezze formiche". Ed i cinesi - per bilanciare la minor crescita statunitense - dovranno imparare a consumare di più, dovranno diventare (loro malgrado?) "mezze cicale".

E noi?

Se il ragionamento esposto ha un senso, l'Europa si troverà stretta nella tenaglia della concorrenza industriale cinese e dei rendimenti crescenti sul debito degli Stati Uniti. Questi ultimi spingeranno in alto i rendimenti delle obbligazioni di tutto il mondo. Ergo, la crescita economica europea nel campo della manifattura non sarà vispa, e il debito pubblico costerà di più.

POETi.......

Poeti è un docu-film di Toni d'Angelo, che è stato presentato allo scorso Festiva di Venezia nella sezione Controcampo Italiano e che dal 29 gennaio è in programmazione al Filmstudio, in via degli Orti d'Alibert, a Roma (per chi fosse interessato ad andarci dovrebbe essere in programmazione ancora per una settimana alle ore 20:00).

Tra i lirici contemporanei della scena underground che i protagonisti del film incontrano anche Giovanni Minio, socio dell'Associazione e allievo della scuola di Counseling.

 

 

 

 

 


Note di un interprete, poeta, allievo

 

Anche questo film è venuto alla luce come del resto altre cose che sono

accadute negli ultimi tempi.
La partecipazione al  film mi si prospettò davanti circa un anno fa, contemporaneamente alla scuola di Counseling ed io accettai ben volentieri di impegnarmi in ambedue le cose, come aspettate da tempo e desiderate.

Sono arrivate insieme, la scuola ed il film, e non a caso.

Dopo trent'anni di poesia sono partito dall'Eur e dall’Eur è partita la mia esperienza (e le riprese) di questo film che ci ha portati a Venezia su  una nave che ancora salpa verso mete sconosciute.

Verso sconfinate interpretazioni dell' umano nel suo sentire, divenire ed essere.

Giovanni Minio

 

 

Da “Il Giornale.it”

 

Viaggio nella Roma dei poeti

(di ieri e di oggi)

 

di Pier Francesco Borgia.

 

 

(…) Si tratta sicuramente di un lavoro per iniziati. Anche il neofita, però, può trarne giovamento. Intanto si parte da un presupposto assolutamente intelligente: la poesia nasce anche dal contesto. Nasce da una felice disposizione che il poeta conserva nei confronti dell’ambiente in cui vive. E Roma in questo senso è un «additivo» molto efficace per l’ispirazione poetica. Essere poeti oggi a Roma significa innanzitutto confrontarsi con le presenze discrete ma pervasive di autori come Orazio, Leopardi, Keats e Pasolini. La prima scena del film, quindi, non poteva che inquadrare il cimitero acattolico di Testaccio. (…) Di nomi illustri ce ne sono molti nel giardino chiuso a nord dalla piramide a sud da Monte Testaccio. (…)

Roba grossa. Ricca di significato almeno per i due poeti - Salvatore Sansone e Biagio Propato - che il regista D’Angelo ha incaricato di fare da guida al pubblico in questo tour della «Roma poetica». (…) In un luogo così carico di significato (e soprattutto molto suggestivo), dove la quotidianità si stempera e i rumori delle strade arrivano ammorbiditi dai cipressi, parte quindi il viaggio dei due poeti. Uno di loro vive a poche centinaia di metri da lì. E’ Sansone. Sembra una figura d’altri tempi. Nato per oziare e destinato a comunicare attraverso il verso e la sensibilità poetica. L’altro si chiama Biagio Propato. Abita a San Lorenzo (il Greenwich Village de noantri) e insegna lingua e letteratura inglese in un liceo dell’Eur. Ed è proprio quest’ultimo a incontrare D’Angelo e a proporgli questo lungo «viaggio» poetico attraverso la città. «Non sapevo niente di poesia - confessa D’Angelo che ha vinto il Premio Donatello nel 2007 con la sua operaprima.

Una notte -. Una sera, però, mi sono trovato a bere una birra in un pub di San Lorenzo dove improvvisamente le persone attorno al mio tavolo hanno iniziato a recitare poesie.

Bellissime.

 Da quel momento ho deciso di imbracciare una telecamera ed andare a curiosare per capire cosa si nasconde dietro la parola “Poesia”». La prima impressione ricevuta dal giovane cineasta è che la parola stessa sia ormai così fuori dal tempo da essere addirittura rivoluzionaria. Ed immediatamente la memoria corre all’effervescente stagione delle cantine e della controcultura sul finire degli anni Settanta. Fu una breve ma intensa parentesi. E la lapide che ricorda Gregory Corso nel cimitero di Testaccio ne è una prova sufficiente. Sul grande schermo i volti dei poeti di oggi, le loro voci, i loro sguardi e le quinte di una città così lunare nelle inquadrature adottate da D’Angelo, si alternano alle immagini di repertorio. C’è la commovente orazione funebre di Moravia al funerale di Pasolini («ogni secolo regala soltanto tre o quattro poeti. Uno di loro, per il ’900, era e sarà Pier Paolo»), ci sono le confessioni poetiche di Sandro Penna (altro flâneur, poeta e «inquilino» romano) ma soprattutto ci sono le immagini del festival di Castelporziano che ci restituiscono un giovanissimo Victor Cavallo, una Dacia Maraini snob e insicura, un impassibile Allen Ginsberg e, appunto, un appassionato Corso. Oggi ci sono Dante Maffia («i reading ci sono sempre stati. Leopardi ad esempio li aborriva e li evitava come la peste»), Vito Riviello, il raffinato Elio Pecora, il commosso Luciano Luisi e Maria Luisa Spaziani («altro che reading! La parola poetica, io, la voglio vedere non ascoltare!»). Tra il Laurentino 38 e Tor Bella Monaca; tra piazza Vittorio e Ostia, i due virgilii scelti da D’Angelo incontrano e interrogano anche i volti nuovi della poesia romana come Silvia Bove, Cony Ray (memorabile la sua lettura nel sottopassaggio della stazione Termini dove per coprire il rumore delle auto è costretto a urlare), Lidia Riviello, Gabriele Peritore, Giovanni Minio e Domenico Alvino. Il confronto è impari, ma la fiamma della poesia resta accesa.

 

Figura 1 I due poeti protagonisti


 

LuoGhi e stORie

da COnOScEre:

 

Il nuovo cinema aquila

 

 

Intervista a Edoardo dell’Acqua, Responsabile Attività Speciali della Cooperativa Fabian Art Society  (consociata Sol.Co)

 

Edoardo dell’Acqua mi accoglie nel bel foyer al primo piano del cinema e seduti ad un tavolino inizio ad ascoltare una lunga storia, piena di professionalità, di passione e di accoglienza.. ecco la prima parte di questa interessante incontro.

 

Come responsabile della cooperativa che attualmente gestisce il Nuovo Cinema Aquila ci puoi raccontare un po’ la storia di questo luogo?

La storia dell’attuale Cinema  Aquila si potrebbe far iniziare negli anni ‘70 -‘80 quando c’è  stata la grande crisi del cinema: le sale cinematografiche sono diventate un peso economico, molte sale chiudono, altre si convertono in cinema porno. Il Cinema Aquila vivacchia per un po’ come cinema porno appunto, che in realtà era un luogo di incontro, con la signora che lavorava in cassa che dietro al bancone aveva la pentola per prepararsi le sue minestre e dormiva con un branda nel retro.  Poi il cinema  chiude. Il quartiere si mobilita, cosa abbastanza anomala, inusuale, perchè vuole che il cinema riapra, vengono organizzate varie cose, chiusura di strade, proiezioni estive per strada, siamo negli anni ‘90. Il cinema era già stato acquistato da una signora che gestiva dei fondi,  dei capitali per conto della banda della Magliana, la cui finalità era quella di lucrarci trasformandolo in un supermarket. Però questo interessamento da parte del quartiere ha un sfogo positivo nel senso che al termine di una serie di manifestazioni ma anche di eventi festosi a scopo di protesta, un drappello del quartiere viene ricevuto da Veltroni il quale assicura tutto il suo interesse per recuperare la situazione. Il cinema viene acquisito dal demanio come bene sottratto alla criminalità organizzata. Il progetto del comune è stato quello di far diventare questo spazio, così come altre realtà ora presenti a Roma, la Casa del Jazz, la Casa delle Donne, la Casa della Memoria, la Casa dell’architettura, ecc. farlo diventare appunto la Casa del Cinema.

Questo luogo avrebbe dato visibilità al cinema italiano, tanto bistrattato dalla distribuzione. Viene indetta una gara per gestire il cinema, gara che volutamente richiede come requisito di essere una cooperativa sociale, quindi qualcuno che oltre ad avere una competenza di cinema fosse in grado di instaurare un forte rapporto con il quartiere e le realtà sociali presenti sul territorio. Questo è un quartiere  nato con le case popolari all’epoca del fascismo, con i pratoni e le vecchie mura, che poi si trova a ricevere l’immigrazione interna, soprattutto da Abruzzo, Calabria , Molise, Basilicata, fenomeno che dà il via al proliferare di edilizia spontanea, nascono nuovi spazi che sono legati all’artigianato. Arrivando ai tempi recenti si verificano negli ultimi 15 anni due fenomeni: un’immigrazione da paesi non europei, e uno spostamento in questa zona di studenti universitari, espulsi da altre zone dall’innalzamento dei prezzi del subaffitto. A  seguito del progetto di Rutelli “100 Piazze”,  cento luoghi da privilegiare per decentrare la città creando dei piccoli centri, il quartiere ha una nuova trasformazione attraverso un atto semplicissimo ma notevole che è stato la creazione dell’isola pedonale di via del Pigneto. E da questa trasformazione si iniziano ad aprire locali, localini, con l’aiuto anche di soldi pubblici, fondi messi a disposizione dal comune così che si creassero attività che chiamassero giovani a lavorare e insieme un benessere sociale, non strettamente economico ma anche di vivibilità.

Il cinema Aquila si inserisce in questa realtà,la realtà di un quartiere che ha una grande presenza di persone straniere  -questa è la zona che ha il più alto tasso di immigrati sudamericani a Roma-  qui vicino in un garage è stata ricavata una moschea, è un quartiere con una grande presenza di universitari e con uno zoccolo duro ‘indigeno’, io lo chiamo così,  di quelle persone che sono qui da tempo che a suo tempo hanno lottato perché arrivasse l’acqua corrente,  per avere le strade asfaltate.

Questo miscuglio di realtà diverse è -a seconda di come lo vedi- o un elemento un po’ esplosivo, perché l’anziano che sta qui da sempre non vuole sentire gli odori del kebab e di chi cucina tutto il giorno, o l’universitario che fa tardi, che fa alzare i prezzi, non è visto di buon occhio da chi ha famiglia e deve contenere le spese, ecc. e questi sono soli alcuni dei ‘problemi ‘ della quotidianità, della vicinanza. Ma per altri versi questa realtà è un occasione eccezionale per avere una serie di utenti urbani, che rappresentano in larga parte tre categorie che in qualche modo sono discriminate, gli universitari, che vengono visti come una macchina per fare soldi, gli extra comunitari perché vengono visti come dei reietti, e gli ‘indigeni’ perché la città li ha espulsi in periferia e la loro casa se la sono dovuta costruire da soli.  

Quindi questa è una situazione anche di grande stimolo, dove se si riescono a trovare punti di confronto possono nascere delle cose molto interessanti. In questa realtà dovevamo aprire il cinema, abbiamo preso il nostro progetto culturale di 80 pagine con cui abbiamo vinto la gara del comune e siamo andati in giro per le scuole a presentarlo alla cittadinanza..

Bene, ‘correva l’anno’?

Sì, correva l’anno 2006.

Quindi è stato abbastanza forte l’impulso che la cittadinanza ha dato a questo progetto. Anche io che lavoro in questa zona ricordo i manifesti appesi, le manifestazioni che denunciavano la perdita da parte del quartiere di un luogo di cultura oltre che di una sala cinematografica, e chiedevano che venisse portato avanti un progetto, che si iniziassero dei lavori per rimettere in funzione la sala.

Infatti la zona era stata in passato zeppa di sale per cinema, il cinema Impero, l’Ambassador, ma tutti sono stati chiusi. In un quartiere così particolare mancava questa possibilità, le persone per andare al cinema dovevano andare in altre zone e questo equivaleva a certificare che il  proprio quartiere era impoverito, era privo di servizi.

Così nelle nostre presentazioni ci siamo trovati di fronte a due realtà: quelli che chiamiamo gli universitari,  o comunque tutti quelli che sono interessati al cinema d’essai, contentissimi dell’apertura di un cinema dedicato a questo, al cinema d’autore, e  alla popolazione ‘indigena’ che non è interessata al cinema d’essai, che vuole il cinema dove andare con la famiglia, con i nipoti, a vedere i film che conoscono tutti, “che nessuno ce li deve spiegare, che compri i popcorn e ti godi lo spettacolo”. A questo punto parliamo con il comune e otteniamo la possibilità di cambiare.

Quindi c’è stato un momento in cui avete interloquito con i cittadini del quartiere.

Si, noi siamo andati nelle sale dove ci mettevamo in cattedra e spiegavamo il nostro progetto. Abbiamo fatto incontri nelle scuole, invitando l’associazionismo, le realtà del territorio e tutti i liberi cittadini a venire a questi incontri.

Questo punto mi sembra molto interessante, non ho notizie di modalità simili per altri progetti sul territorio. Avete tenuto presente il gradiente della popolazione..

Dal racconto che hai fatto sulla storia del quartiere si comprende come il taglio socio-antropologico sia il vostro punto di partenza. Attualmente il cinema è al suo secondo anno di programmazione, so che state aggiustando il tiro su alcuni aspetti organizzativi, in particolare per il contatto con le scuole del territorio, con l’idea di creare dei laboratori per svelare alcuni trucchi della comunicazione visiva e per educare i ragazzi a questa arte.

Attualmente abbiamo progetti con vari centri di cultura, abbiamo presentato da poco la rassegna su Jerzy Grotowski, e molto forte è il contatto con le diverse realtà etniche presenti in questo quartiere, infatti abbiamo anche una programmazione in lingua bengalese. Altri progetti particolari sono Cinemamma con una programmazione ad hoc per mamme in allattamento e tutto il lavoro di interazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia …

E questo potrebbe far parte di un prossima intervista, che ne dici?

Dico che è un’ottima idea! A presto, e grazie!

                                                     Intervista di Elide B. Stucchi

Casella di testo: Associazione IL DIVENIRE LA TRADIZIONE DELLA CONOSCENZA VITALE www.associazioneildivenire.it Roma - Via dei Campani,70 tel.335.6470303 

presidente : Rosalia Grande
335.6470303

direttivo :   Demetrio Bacaro
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Una meditazione  per unire le forze ‘vitali’

Qualche volta, durante il mese, noi suggeriamo di effettuare una concentrazione meditativa il cui obbiettivo è sentirsi in equilibrio e inviare energia ‘ vivente ’.

Concordata in quanto giorni e ore, ciascuno la metterà in pratica dove si troverà in quel momento, preparandosi e scegliendo che sia il suo tempo libero o prendendo il momento al volo. E cosa proponiamo di adottare , come procedura? Per diversi mesi, sempre la stessa, ossia una immagine che rappresenti per ciascun ‘ meditante’ , l’insieme plurale del mondo , del nostro pianeta. Terre e mari, monti, fiumi, giardini, popoli, suoni, colori, linguaggi, riti, abiti, costumi, abitazioni, arti e mestieri.

Potete forse dire che è una compito arduo e che ben pochi ci si metteranno; forse sarà così, forse no .

Potreste anche chiedere: qual è lo scopo? Quale sarà l’effetto? Lo scopo è trovare un proprio stato ottimale, uno stato di equilibrio ed imparare ad esercitare ‘l’esame di realtà ’, con la chance di riempire questa realtà di proprie immagini e ‘contatti’. In cosa consiste questa realtà? Nel fatto che in questo pianeta abitiamo in molti, alcuni miliardi di esseri umani, organizzati in etnie, nazioni, culture, linguaggi, credi, speranze, politiche, istituzioni, libri, canti, danze, teatri e convinzioni.

La domanda che segue è : cosa vogliamo fare? Eliminare chi non ci aggrada? Chi la pensa diversamente ? chi agisce in modo opposto a quello che noi riteniamo sia giusto, sparare a zero su chi non corrisponde alle nostre aspettative, bollare di infamia chi segue valori differenti?

Terza domanda : pensiamo che queste eventuali azioni ed opere e parole, contrapporsi ‘ in modo totale ’, cambi chi, a nostro modo di vedere, ‘ ci sbarra la strada?’ O chi ha rappresentazioni del mondo che sono assai lontane dalle nostre?

Non sarà, per caso, che così facendo, pur se al momento otteniamo un qualche successo, il momento successivo tutto torni come prima, o addirittura peggio di prima?

Riteniamo che solo noi abbiamo diritto ad avere ‘ il nostro amor proprio ’ , la ‘ nostra ragione ’? Non è che per caso, sempre per caso, anche altri abbiano un pizzico di ragione, anche negli altri ci sia un pizzico di diritto a manifestare quello che pensano?

Sento dire che il discorso potrebbe anche essere convincente , se non ci fossero in atto minacce serie, come il possibile nucleare a scopi bellici in Iran, il cui governo è notoriamente duro e senza misericordia. Poi ascolto anche la voce di chi afferma che il diritto ad avere l’arma atomica non può essere solo di alcuni, che a loro volta sono e sono stati portatori di guerra, difensori della pena di morte e inclini a chiudere più di un occhio sulle disumane pratiche della tortura.

Ebbene, l’esame di realtà consiste nell’ essere consapevoli che, tra i molti orientamenti esistenti nel pianeta terra, non ne esiste uno che sia in assoluto meglio di un altro. Visti dall’interno, tutti i paesi, le scelte, le forme di governo, hanno almeno un livello di plausibilità, di coerenza interna, insomma, un pezzetto di ragione.

Ora una vera risultante del tutto non sarà tutta spostata a favore esclusivo di qualcuno, ma un tipo di distribuzione che tiene conto di ogni voce, di ogni convinzione.

Si possono cambiare gli equilibri? Verso un futuro più rassicurante, con uno spazio più ampio per la pace, con meno miseria e più uguaglianza?

Io credo di sì, ma inviando energia positiva, calore, compassione, luce e amore, non rabbia, non risentimento, non cieca aggressività né ignorando che il risultato sarà lento, non sarà un risultato ‘ lampo’.

Ed ecco l’invito alla concentrazione meditativa sulla varietà del nostro mondo, sull’accoglienza delle grandi differenze; accoglienza non vuol dire cambiare le proprie idee schiacciandole, ma considerare con rispetto almeno una piccola parte delle realtà altrui, delle idee altrui. Ascoltare le loro ragioni. Allora possiamo davvero capire che cosa è la libertà, che non è solo un pensiero né un’emozione né un’assenza di paura fisica, è la consapevolezza che lasciare le posizioni ’ ferree’ , andare oltre la semplicistica contrapposizione di bianco contro nero e viceversa, di liberale contro socialista, di cristiano contro induista ecc… per una atteggiamento di inclusione è una grande apertura di tutto l’essere, è una evoluzione

La data di questa concentrazione collettiva, voi dite ? Potrebbe essere il 21 febbraio alle 19?

Rosalia Grande
(Jiéchù)

Alice Miller :

- LA RIVOLTA DEL CORPO –

I danni di un'educazione violenta

Nel testo "La rivolta del Corpo - I danni di un'educazione violenta" Alice Miller affronta il tema del corpo e del continuum malattia-benessere in relazione alla consapevolezza delle nostre emozioni autentiche.

Il concetto di base da cui muove la psicoanalista polacca è che il corpo è fonte di tutte le informazioni vitali che possono portare ad una maggiore auto-consapevolezza ed autonomia. In altre parole, citando il titolo di un romanzo di Banana Yoshimoto, (...l'idea di base è ) che "Il corpo sa tutto"... anche quando noi non lo sappiamo. O meglio, anche quando noi evitiamo di saperlo. Ed è proprio quando evitiamo di sapere ciò che veramente stiamo vivendo, quindi quando fingiamo di provare altro - ciò che sarebbe lecito provare - che il corpo si ammala. Troppe emozioni vi restano imprigionate dentro, in un conflitto tra "ciò che proviamo e conosciamo perché il nostro corpo lo ha registrato e ciò che vorremmo (e aggiungerei dovremmo) provare per adeguarci alle norme che abbiamo interiorizzato fin da piccoli".

A proposito di norme, nel testo l'attenzione della Miller, la cui opera è costantemente rivolta al mondo del bambino, si sofferma in particolare sul conflitto tra il IV Comandamento (Onora il Padre e la Madre) e i sentimenti autentici provati da bambini che dal padre e la madre sono stati maltrattati.

Un conflitto foriero di tensione e, potenzialmente, di "falsi sé", per lo meno quando viene ignorata la legittimità del sentimento autentico che non corrisponde all'amore e all'onore e che ha le sue ragioni d'essere.

Il punto in cui trovo la scrittura della saggista illuminante è proprio questo: spesso temiamo i nostri sentimenti negativi nei confronti di chi non ci ha amato e magari ci ha maltrattato perché non ne riconosciamo la fondatezza e la legittimità, sepolte sotto una coltre di moralismo e di... paura.

Se non amiamo i nostri genitori chi amiamo allora? Cioè siamo in grado di amare o siamo dei mostri disumani che non riescono a provare un amore completo nei confronti di chi ci ha dato la vita?

L'autrice su questo, mettendosi in discussione in prima persona, raccontando anche di sé nell'introduzione ci offre indirettamente un'indicazione:

se ci imponiamo di amare, probabilmente amare per davvero ci sarà molto difficile, presi dal nostro conflitto, mentre se ci riconosciamo la legittimità e la libertà del nostro non amare chi non ci ama, potremmo più facilmente aprirci ad amare chi ci dimostra amore.

Un esempio, abbastanza snello, di come la rimozione di sentimenti di rabbia e di rifiuto possa contribuire significativamente a generare varie forme di malessere, viene offerta nel quinto saggio breve della prima sezione del testo, sulla vita del poeta giapponese Yukio Mishima.

(di seguito il  saggio originale e commento)

ll bambino imprigionato e la necessità di negare il dolore (Yukio Mishima)

Nel 1970, all'età di quarantacinque anni, Yukio Mishima, celebre poeta giapponese, si uccise praticando harakiri. Si era spesso autodefinito un mostro poiché avvertiva in sé una certa propensione per tutto ciò che è morboso, perverso. Le sue fantasie avevano per oggetto la morte, il mondo oscuro, la violenza sessuale. Viceversa, le sue poesie rivelano una straordinaria sensibilità, soffocata sotto il peso delle tragiche esperienze vissute da bambino.

Mishima era il primogenito di una coppia che, subito dopo il matrimonio, secondo l'uso allora vigente in Giappone, si era stabilita nella casa dei genitori. Qui egli nacque nel 1925. Poco dopo la nascita, la nonna cinquantacinquenne lo volle in camera con sé: il suo lettino fu posto accanto a quello di lei e da allora egli visse per anni completamente isolato dal mondo, in balia delle esigenze della nonna. Costei soffriva di gravi depressioni, e il bambino era spesso terrorizzato dai suoi attacchi isterici. La donna disprezzava il marito ed anche il figlio, padre di Mishima, ma a suo modo idolatrava il nipote, che doveva appartenere soltanto a lei. Nei suoi appunti autobiografici, il poeta ricorda che nella stanza che divideva con la nonna l'aria era soffocante e maleodorante, eppure non dà alcun conto di emozioni improntate a rabbia o rifiuto poiché la situazione gli appariva come l'unica normale. A quattro anni fu colpito da una grave malattia - un'auto-intossicazione, si disse - che si sarebbe poi rivelata cronica. Quando andò a scuola, a sei anni, conobbe per la prima volta altri bambini, tra i quali si sentì sempre estraneo e diverso. Naturalmente aveva difficoltà a stare con i compagni che erano più liberi nell'esprimere le loro emozioni e avevano un'esperienza diversa della vita familiare. Quando ebbe nove anni, i genitori si trasferirono in una casa propria, ma non portarono il bambino con sé. In quel periodo egli cominciò a scrivere poesie, in ciò molto incoraggiato dalla nonna. Quando lui pure si trasferì presso i genitori all'età di dodici anni, anche la madre si dimostrò orgogliosa dei suoi lavori, mentre il padre gli stracciò i manoscritti ed egli fu costretto a continuare a scrivere di nascosto. Né trovò mai in casa comprensione e accettazione. La nonna aveva voluto crescerlo come una femmina e il padre, a colpi di botte, come un maschio. Egli continuò pertanto a frequentare spesso la nonna, che divenne il suo rifugio dalle violenze del padre, tanto più che ora - il ragazzo aveva dodici o tredici anni - lo portava con sé a teatro schiudendogli, così, le porte di un mondo nuovo: il mondo dei sentimenti.

Ai miei occhi il suicidio di Mishima è l'espressione della sua impossibilità di vivere i sentimenti di rifiuto, rabbia, ribellione che aveva provato da piccolo nei confronti della nonna: non permise mai a se stesso di esprimerli perché provava per lei anche gratitudine. Nella sua solitudine e a confronto del padre, la nonna dovette apparirgli come un'ancora di salvezza. I suoi veri sentimenti rimasero imprigionati nel legame che lo univa a quella donna, che pure aveva sempre usato il bambino per soddisfare le proprie esigenze, probabilmente anche sessuali. Di tutto questo nella biografie quasi non si parla. E nemmeno lo stesso Mishima ne ha mai parlato, non volendosi di fatto mai confrontare con la propria verità. Moltissime sono le motivazioni addotte per spiegare il suo gesto suicida, salvo la causa più ovvia: poiché appare del tutto normale che si provi riconoscenza nei confronti dei genitori, dei nonni e dei loro sostituti anche se costoro hanno torturato un bambino. Ciò appartiene alla nostra morale, in ragione della quale i nostri veri sentimenti e i bisogni più genuini rimangono sepolti. Gravi malattie, morti precoci e suicidi sono la logica conseguenza di un simile assoggettamento alle leggi che noi definiamo "morale" e che di fatto minacciano di soffocare la vita autentica, ovunque nel mondo fintanto che la nostra coscienza le tollera e le tiene in maggior conto della vita. Il corpo non si adegua e prende a parlare la lingua della malattia, che di rado è capita, quanto meno finché non viene smascherata la negazione dei veri sentimenti provati nell'infanzia.

A tutt'oggi, molti imperativi del decalogo pretendono di essere considerati validi, quando invece il quarto comandamento contraddice invece tutte le leggi della psicologia. Dovrebbe essere portato a conoscenza di tutti che l'"amore" estorto con la forza provoca danni gravissimi. Coloro che sono stati amati da bambini ameranno i genitori senza che vi sia bisogno di alcun comandamento. Obbedire a un ordine non genera mai amore.

La questione centrale su cui le parole della Miller mi stimolano a riflettere è: cosa può portare un bambino maltrattato a rinnegare la liceità dei propri sentimenti ? E cosa dà forza alla norma sociale o religiosa interiorizzata? Ripensando tra l'altro a quella parte di bambino arrabbiato che è anche in me, penso ci siano alcuni punti-elementi che possono avvicinarmi ad una risposta: - una sorta di circolo vizioso che si innesca quando ad un essere umano non si offre amore, per cui bisogno e risposta possono prendere a crescere in maniera inversamente proporzionale; - il bisogno di accettazione, che è poi un bisogno di essere amati, e che - come in alcuni casi la mia nuova esperienza professionale di educatore mi sta dando modo di scoprire - può giungere a richieste molto eclatanti: Come se quei ragazzi chiedessero di base - attraverso una richiesta di accettazione delle loro pulsioni ed emozioni meno accettabili - un'accettazione della propria persona. In questo senso credo sia importante per chi ci lavora far passare una sincera accoglienza della persona e non della singola emozione negativa, che in quanto tale - è vero - non sempre è accettabile e spesso va riportata dentro un confine, ed in cui comunque non si può identificare la globalità di un essere. - il timore della distruttività delle proprie emozioni negative. Un timore che è anche fondato, sano, ma che può essere esacerbato da un'identificazione esclusiva del proprio sé con le proprie emozioni e i propri sentimenti distruttive/i.   Ecco su quest'ultimo punto credo si inneschi una questione fondamentale: il superamento della fase dello specchio. Ovvero se mando a quel paese qualcuno e ci va, non potrà più esserci quando ne avrò bisogno e allora… che faccio? Non credo sia una domanda che conosca risposte assolute, ogni realtà è differente: differenti i genitori, differenti le nostre emozioni, differenti le azioni e i loro vissuti. Certo penso che l'accettazione della propria ed altrui ambivalenza sia notevolmente d'aiuto. Ma ancora non so quanto questo sia applicabile a chi abbia sofferto gravemente (violenze, abusi etc.).

Forse risalire a monte, recuperare una coscienza più antica (nel tempo non ordinario) potrebbe essere una via, risalendo alla consapevolezza del bisogno originario di amore e accettazione. Un altro ordine di riflessioni (non-disconnesse), cui il saggio mi apre, sono relative al concetto di salute e cultura. Come concepiamo noi la nostra salute, le nostre malattie, i nostri momenti di equilibrio? Mere casualità di cellule dotate di assoluta autonomia e disconnesse dal nostro essere in un sistema? Come doni o punizioni o più semplicemente prove volute/i da una volontà superiore? Come risultanti dei nostri conflitti emotivi?  Leggendo, lavorando, praticando persone più sagge di me, mi sembra di aver capito che il punto non è tanto nella veridicità assoluta di ciascuna di queste posizioni quanto piuttosto nel superamento della rimozione della nostra responsabilità – certo - e di posizioni riduzioniste. Cioè nell'inquadramento sistemico del concetto di salute, che tenga conto delle nostre diverse verità contingenti e meta-temporali.  Fortunatamente ormai anche in Italia si stanno diffondendo nuove pratiche di cura e di salute: l'omeopatia, la psicosomatica, la naturopatia, le medicine alternative. E più in generale, a monte, si vanno facendo largo sottili istanze culturali dolcemente rivoluzionarie, quale, ad esempio la concezione unitaria dell'essere umano, che supera il dualismo mente-corpo o anima-corpo, e altre. E questo mi è testimoniato su diversi fronti dal diffondersi di insegnamenti orientali e tradizionali, di erboristerie, di centri yoga, di insegne luminose sulle farmacie recanti la scritta "omeopatia".

Per rispondere alla domanda "noi come concepiamo la nostra salute?" inviterei chi legge a consultare il sito dell'Associazione. Come potrete leggere e come posso dirvi la concepiamo con serietà e con amore, anche con la serenità di accettare il malessere - inteso talvolta pure come l'onda regressiva, come l'emozione negativa - come momento-punto di una possibile ulteriore crescita. La concepiamo integrando: varie fonti di sapere, vari livelli dell'essere, varie coordinate cardinali. Con gli occhi ben aperti sulla complessità del reale.  Ed in quest'ottica - cioè nell'ottica degli occhi ben aperti - se la realtà italiana mi sembra incoraggiante per gli aspetti che ho appena citato e per altri che magari non ricordo, nella stessa realtà esiste una cultura reazionaria, come adagiata su se stessa, la cultura del riduzionismo scientifico, retaggio positivista, decisamente occidentale, o come dicevo più in generale la cultura dell'assolutismo.  Analogamente potrei vedere il Giappone, verso cui inevitabilmente mi sono diretto con la mente citando Yoshimoto e leggendo di Mishima. Anche il Giappone mi sembra una realtà culturalmente polivalente; c'è un Giappone che è il Giappone - per dirla con Eric Dodds o con Ruth Benedict - della "società della vergogna". Ovvero una società regolata da modelli positivi di comportamento (... presso cui...) la mancata adesione a questi modelli ha come conseguenza la vergogna nel suo duplice aspetto di sanzione interna (psicologica) - ovvero la perdita dell’autostima - ed esterna (sociale) consistente nel biasimo della comunità e, al limite, nell’emarginazione.

Ma nello stesso Giappone esistono la cultura zen, preziosi insegnamenti, un'autrice che dà ad un suo romanzo - appunto - il titolo "Il corpo sa tutto", ed una cultura popolare che comunemente fa ricorso all'espressione お身体に気をつけて下さい,"o karada ni tsukete kudasai". Un'espressione di commiato, usata magari nei confronti di qualcuno in difficoltà, che agli studenti di giapponese, soprattutto agli inizi della lingua e della cultura, viene tradotta come "prenditi cura di te - fa attenzione a te stesso" o in inglese come "take care of your self", che certamente sono le espressioni culturali che più ci si avvicinano. Ma la traduzione letterale della frase dice, a mio avviso, molto di più; è un bell'augurio, con cui voglio chiudere questo articolo:   riponi il tuo chi nel tuo corpo!

Gabriele Grassi

"Certi   diritti"  

congresso

 

Certi Diritti ha svolto il suo terzo Congresso; stiamo parlando di un'associazione piccola e giovane che ha già fatto parlare di sé nella sterminata galassia di associazioni che si richiamano al mondo GLBT, a cui Certi Diritti ha aggiunto una E.

Il Congresso di Firenze si è svolto tra sabato 30 gennaio e domenica 31 presso la Foresteria Valdese, in via dei Serragli, 49. Già il luogo evoca qualcosa di "altro", "diverso" dal solito. In questo articolo parole come "altro" e "diverso" appariranno frequentemente, per poi arrivare ad una sintesi col tutto. Dallo svolgimento del Congresso si capisce subito che qualcosa è veramente diverso, come dice il sito gay.it: "gente che corre, tutti impegnati (in chissà cosa), tanta passione di sicuro". La mattina del 30 è dedicata alla discussione del volume "Amore civile, progetto di riforma del Diritto di Famiglia" (Mimesis edizioni), a cura di Francesco Bilotta e Bruno De Filippis. Il libro raccoglie il lavoro condotto nell'ultimo anno da giuristi, sociologi, psicologi, membri di associazioni legate alle problematiche famigliari, diversi nelle competenze e nell'obiettivo da raggiungere, ma tutti insieme. Spiegano Giacomo Cellottini, curatore del convegno, e Matteo Pegoraro, membro del direttivo nazionale di Certi Diritti e responsabile per la Toscana: "Il risultato di tale lavoro è una proposta di Riforma, che per la prima volta dopo il 1975 affronta le questioni più urgenti in materia familiare: dal riconoscimento delle unioni di fatto, alla procreazione medicalmente assistita, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso, al divorzio breve. L'auspicio è che la proposta di Riforma del Diritto di Famiglia divenga un Disegno di Legge per avviare un dibattito approfondito nelle Aule parlamentari, in un'ottica non ideologica e con una forte attenzione ai problemi reali delle persone". 

Il Congresso vero e proprio si apre con una testimonianza in video di Enzo Francone, il tesoriere dell’Associazione venuto a mancare durante l’autunno, niente minuto di silenzio, ma una chiamata all'impegno. Segue il racconto della coraggiosa azione di protesta organizzata da Enzo sulla Piazza Rossa a Mosca, in un Paese che ancora oggi stenta a trovare la via della modernizzazione e del rispetto dei diritti di ognuno. Enzo Cucco, storico militante per l'affermazione dei diritti civili in Italia, e che rappresenta Certi Diritti presso il comitato "Sì, lo Voglio", ne riassume semplicemente il significato: nella battaglia per un mondo migliore, ciò che conta è metterci la faccia, impegnarsi in prima persona per costruire una comunità solidale. Si prosegue poi con l’intervento di Francesco e Manuel, il primo in sciopero della fame ormai da 27 giorni. La loro presenza qui esemplifica la missione dell’Associazione, richiamato già nel nome: non contrattare per delle concessioni politiche, ma ribadire che i diritti sono di tutte e tutti, ed ognuno dovrebbe attivarsi per vedere riconosciuto ciò che, semplicemente, gli spetta. Loro lo hanno fatto singolarmente. Quando Francesco viene aggredito durante una vacanza in Grecia, rischia grosso, anche perché nell'isola dove si trovava non c'erano strutture mediche adeguate. La paura per Manuel, che avendo Francesco come unica persona che si prende cura di lui e con il quale ha sempre diviso tutto, ha rischiato di tornare a casa senza più un ragazzo, e una volta tornato a Savana, a ritrovarsi senza nemmeno una casa visto che risulta tutto di proprietà di Francesco. Decidono di reagire, vogliono tutelarsi, capiscono che per lo stato sono cittadini di serie B e non ci stanno. Insieme a diverse altre coppie in Italia affrontano il Comune della loro città, chiedendo l'autorizzazione a sposarsi e ricorrendo alla Corte Costituzionale in risposta alla negazione. Il bello di Certi Diritti è che tenta di collaborare con tutte e tutti coloro che si danno da fare, che si aiutano. Forse la collaborazione e l’appello all'unità sono proprio la chiave di questa prima giornata di Congresso, caratterizzata dai saluti e gli interventi di praticamente tutti i soggetti attivi in Italia per il riconoscimento dei diritti e il progresso delle condizioni di vita delle persone omo, bisessuali e trans: ma non solo. Sono inclusi tanti soggetti non strettamente LGBT, che mandano i propri saluti o che sono presenti con propri rappresentanti.

Scrive gay.it: "Questa carrellata di interventi, che potrebbe sembrare il circo delle vanità, è invece un momento importante: serve a mostrare la varietà, e quindi le potenzialità, del movimento lgbt italiano. Il messaggio del primo giorno di Congresso, sembrerebbe di capire, è che le diversità -e la collaborazione- sono la chiave del successo. Per onestà, questo resoconto non può però essere una sviolinata. Chiudiamo dunque con una critica: sedendosi a guardare, ciò che salta subito all’occhio è la varietà dei presenti: donne, uomini, giovani, anziani, omo, bi ed eterosessuali. Sì, avete capito bene, è un casino qua: non si capisce con chi ci si può provare e con chi no. Forse, in stile radicale, conviene tentare sempre". Con questa ultima parte dell'articolo dedicato da gay.it all'evento possiamo chiudere, ciò che è "diverso" e "altro" rientra nel tutto, e a quel GLBT possiamo aggiungere una E. Sottotitolo dell'articolo? Uniti si vince!

Diego Sabatinelli

 

 

UNA NUVOLA DI FUMO  SOPRA I TETTI

Jerei aveva ancora abbastanza sonno da smaltire, e non perchè la notte precedente alla nostra storia avesse bevuto più del solito, d’altronde era abituato a mescolare grappa e vodka perfino nello stesso bicchiere, ma piuttosto perché il volto di Belil gli era comparso mille volte talché non riusciva a dormire. Aveva provato a dirsi che niente di diverso era accaduto dai suoi soliti innamoramenti fugaci, dei quali dopo due o tre giorni si perdevano le tracce, nel suo cuore, sì, ma soprattutto nel telefono, perché le varie incarnazioni delle dee femminili che la sorte gli faceva incontrare, si squagliavano nel più rigoroso silenzio stampa.  Non appena si stava convincendo che anche questa volta niente di nuovo sotto il sole era accaduto, ecco che quel volto gli cominciò a comparire davanti agli occhi, e più volte, e non era mai uguale a se stesso, infatti una volta lo guardava con stupore, un’altra con una specie di rimprovero agli angoli delle labbra ( belle, però, bisognava riconoscere se dotati di un normale senso di estetica giustizia) , una volta ancora con un sorriso enigmatico ma non per questo meno seducente e via dicendo. Se avesse avuto una fotocamera o una matita per ritrarre tutti quei volti, che poi erano sempre uno, ma con una capacità davvero strabiliante di sembrare tanti, si sarebbe assicurato un buon soggetto per una mostra sulla variabilità dell’ animo umano. Umano, già…ora, perché, pensando a questa parola molto usata e maltrattata, non tanto come parola, ma come realtà incarnata, gli veniva un brivido curioso sotto pelle? La spiegazione più semplice, cioè quella che in mezzo alla notte che avanzava senza concedergli riposo era più adatta, la spiegazione più semplice, dicevo per riprendere il discorso, era che non si trattava esattamente di qualcosa definibile come ‘ un ordinario volto umano ’.

Allora non era una persona? Cosa era? Al di là di tutte queste fughe e speculazioni sparse, la verità sembrava emergere e non farsi spostare dalle sue riflessioni inconcludenti: insomma l’incontro con Belil segnava un punto,(fermo? ) nella sua carriera di uomo umano con poche idee chiare alle quali comunque era molto affezionato, soprattutto all’insieme che costituivano, che si rappresentava non senza un certo orgoglio, come un melograno con i suoi frutti rossi, vividi e squillanti, dal colore intrigante e dal sopore ineffabile. ( come del resto pensava di essere). Ancora qualche digressione ( sui melograni ) lo portò fuori dal nucleo della questione, ossia come rivedere Belil il più presto possibile.

Lei non aveva lasciato nessun numero di telefono, nessuna e- mail, indirizzo face book, you tube, crix being o altri, e lui, preso da una non strana timidezza ( ma certo non intelligente ) aveva fatto altrettanto. Non gliela aveva presentata nessuno, era apparsa così, dietro il banco del bar – pub dove neanche troppo spesso lui capitava, e lo aveva chiamato con una bella voce, lenta, intensa, erotica senza alcun dubbio…infatti nel suo corpo si erano avute subito certe reazioni note, e a cui dare una risposta, prima o poi. In seguito lei gli aveva detto che chi pensava di avere un po’ di energia non poteva esimersi dalla consapevolezza che bisognava fare qualcosa per un problema che affliggeva il quartiere, cioè alcune persone non avevano dove stare e la notte si trascinavano da un angolo all’altro, esponendosi al freddo ma soprattutto al pericolo. Già, pericolo… non mancavano in quella strade certi balordi con facce da Alcatraz ( quando esisteva ) che ogni tanto si davano allo sport della caccia al solitario. Brutta gente, ceffi alieni o comunque con uno spazio vuoto al posto del cuore che riempivano di volta in volta di stracci, libri pessimi, insulti e macerie di sentimenti che non andavano oltre l’odio e la rabbia senza oggetto.

"Che fare?", gli aveva chiesto. Lui non aveva molte proposte, intanto quello che si opponeva a far lavorare il cervello era una pigrizia quasi assoluta, una pigrizia così ben strutturata che al solo pensiero di fare qualcosa oltre il già pensato, gli venivano i crampi allo stomaco e con i crampi allo stomaco solo un masochista può andare in giro a fare qualcosa di diverso dalla sua routine quotidiana. Vero anche che guardandola e ascoltandola ( non solo con le orecchie, ma con tutto il suo apparato istintivo, efficace e sveglio, almeno per qualche tempo, rispetto alle grazie femminili), si incantava qua e là in considerazioni piacevoli e prefigurazioni non da meno. Dovette darsi un piccolo schiaffo metaforico ad un certo punto, perché l’immagine di loro due che consumavano un’ora d’amore focosa e nuda nuda lo aveva semi ipnotizzato e manco ascoltava più. Belil - così aveva detto di chiamarsi - lo aveva richiamato alla presenza con una di quelle espressioni serie che poi gli stavano comparendo ora di tanto in tanto, e il suo viso severo gli aveva fatto pensare- non troppo seriamente, è vero, ma già era una novità, che forse poteva aiutarla a fare qualcosa. Cercando di immaginarsi nelle vesti di un benefattore che va in giro a scacciare i cattivi soggetti del quartiere e a difendere i senza casa, senza lavoro e senza molte altre cose di cui lui invece usufruiva, si era stupito nel constatare che poteva anche essere, che accanto a Belil si poteva fare.

Non poteva certo negarsi che insieme alla nobile e nuova indole di aiutante dei deboli c’era anche la speranza quasi certa che questo lo avrebbe portato a realizzare quell’immagine di loro che aveva intravisto prima, e mentre cercava di capire se allora era il caso di dare un o.k, a Belil, che nel frattempo , oltre ad avergli sorriso con una espressione in dimenticabile, gli aveva anche appoggiato una mano sul ginocchio, con quali reazioni psicofisiche di Jerei potete immaginare. Sul più bello di questo quasi idillio socio-amoroso erano intervenuti due tizi (possibili rivali ) a parlare con Belil sulla loro azione futura nel quartiere. Avevano anche preso carta e penna e tracciavano parole, qualche schizzo probabilmente delle strade e lui era rimasto fuori dal terzetto. Certo, non era piacevole essere esclusi così, in un battere d’occhio, e però nella situazione un vantaggio c’era, e consisteva nel potersi guardare Belil , sentire perfino il suo profumo di mela dolce, proprio con calma e soddisfazione. Ad un certo punto i due ( impresen tati, mai visti, sopportati ecc ) si rivolsero a lui e gli dissero : Tu, Jerei, cosa potresti fare? Guarda, queste sono le zone dove è necessario portare il nostro aiuto, caso mai la nostra vigilanza. "  E Belil " potremmo convincerli ad avere un telefonino, e a chiamarci in caso di aggressione o di bisogno". "Sì" aggiungevano i due "E potremmo istituire dei turni per essere pronti a intervenire o cose del genere. Tu che turno potresti fare? ".

Jerei non si sentiva benissimo; a quel punto, i solito crampi allo stomaco si erano affacciati e gli cominciavano a rovinare la serata, stimò in breve se considerarli o metterli via, ma allo stato attuale presero il sopravvento su di lui, che rispose qualcosa tipo " belle idee, siete molto generosi, io di solito sono molto impegnato ( falso) , poi il mio ruolo non so se me lo permette ( faceva il politico a tempo perso) , ma potrei segnalare la cosa a chi di dovere, e poi sono le istituzioni che devono intervenire, i cittadini singoli anche se benemeriti non possono risolvere il problema ecc…ecc… " ( questi concetti li sottolineò con una voce autorevole degna di un bel corso di dizione). Veramente chi gli avesse suggerito di dire queste minchiate di passaggio non avrebbe potuto affermarlo, ma in certi casi vengono sempre in aiuto entità vaganti che raccogliendo le frasi ciarpame sentite qua e là ne fanno tesoro per soffiarle negli orecchi dei tipi come Jerei.  Che però non era cattivo, lo avrete capito, solo un po’.. egoriferito, malattia diffusa e per questo non si sentiva in colpa. Però Belil lo aveva guardato senza dire niente, con aria di incredulità e con un messaggio chiaro : ("questa maschera dove l’hai raccattata?" )  Ed era uscita dal locale, sì, il Sound Accomodation, quelle quattro pareti in fondo al Vicolo del Marmo, a cui si attaccavano, come isole alla deriva, i soliti che poco contavano della zona, però con qualche eccezione, tipi Sottil Canopio, un cantante piuttosto affermato che misteriosamente stazionava lì almeno un paio di volte a settimana; era uscita dal locale, Belil, lasciandolo solo a bevucchiare il misto di vodka e qualcos’altro, era uscita scivolando via leggera con i suoi due amici.  Ora la notte avanzava e non succedeva nulla, se non questa tempesta magnetica nel cervello di Jerei.   

Era forte, ma non arrivava al cuore, sicchè tutto sarebbe continuato come prima, se non fosse per un certo fumo che entrando dal camino del salotto, invase in pochi istanti anche la sua camera da letto, facendolo tossire, incazzare, meravigliare e spaventare in un solo stato d’animo da cui cercò di uscire aprendo la finestra. Anche fuori c’era un fumo denso che si spargeva sui tetti...e non si capiva se si trattasse di un incendio, di una nebbia venuta ( e come ? ) dal nord; però, mentre vedeva della gente che correva qua e là per fare qualcosa, un’immagine balzò vivida alla sua mente : era lui da bambino che scappava da un incendio, e la sua mamma, e la sua sorellina, e anche altri vicini. In quell’immagine ritrovò facce e corpi , grida e parole di conforto, confusione e abbracci. Allora si mosse quasi automaticamente e scese in strada, di qualsiasi cosa ci fosse stato bisogno, era pronto. Non si nascondeva che, anche se a livello subliminale, la speranza di rivedere Belil faceva da deterrente , sicuro, era così. La cosa che più lo scosse, in quel momento, ad onta del pericolo e del misterioso non-si-sa-cosa-succede, era la sua improvvisa consapevolezza, non si nascondeva il fatto che il nobile impulso ad aiutare era mescolato al desiderio amoroso, e questo insieme sì, lo muoveva, era un fatto, forse lui era davvero umano.

Rosalia Grande

 

 

 

 

cERTi ALIEnI QUOTiDIANI

rubrica di notizie e articoli alieni… tra le pagine di vari quotidiani!

L’articolo che segue, tratto da La Repubblica  riporta l'inizio di una - ora piccola ma forse poi grande - "rivoluzione silenziosa".   Seguendo il link a fine pagina è possibile ripercorrere le varie tappe del viaggio Venezia-Pechino attraverso 4 diversi articoli pubblicati da Repubblica.it. Gli articoli sono corredati da fotografie dove non mancano momenti di svago o dove è possibile vedere una lezione di Yoga nel corridoio della Transiberiana..

Buona lettura e buon viaggio…

Elide Stucchi

di Giampaolo Visetti, da "La Repubblica" del 21 Gennaio 2010

Il treno dei matti italiani scuote Pechino al via l´esperimento "manicomi aperti"

apre il primo centro di igiene mentale in Cina: sul modello di istituti analoghi a Trento 

Pechino - La follia può fare miracoli. A Pechino, è successo. Ci sono voluti più di due anni, ma il viaggio più pazzo del mondo ha portato lontano. Nel 2007, tra mille scandali, un treno con a bordo 210 malati di mente italiani partiti da Venezia era arrivato in Cina. La via di Marco Polo, per dimostrare che solo l´amore, assieme alle medicine, può salvare chi è colpito dai disturbi psichiatrici. Ieri, nel quartiere Balizhuan della capitale, autorità italiane (guidate dall´ambasciatore Riccardo Sessa) e cinesi hanno inaugurato il primo centro di salute mentale del Paese.
Per la Cina è l´inizio di una rivoluzione. Le malattie psichiatriche, come ogni deficit, restano una vergogna da nascondere. Milioni di persone vengono recluse in casa dai famigliari, o abbandonate, lasciate prive di cure, o recluse in manicomi simili a quelli smantellati in Italia da Basaglia. Gli ospedali, spesso contigui alle carceri, sono inaccessibili. In questi due anni, il viaggio straordinario dei matti italiani ha però colpito i medici cinesi. Con l´umiltà e la curiosità che sta portando la nazione alla guida del pianeta, hanno voluto scoprire il segreto che aveva consentito a duecento malati di arrivare fino nel cuore della Città Proibita, iniziando l´uscita dal tunnel.
Scienziati e funzionari comunisti, ripercorrendo il tragitto al contrario, sono arrivati così a Trento, dove da una decina d´anni si è dato vita ad un´esperienza unica al mondo: gli Ufe, ossia "Utenti e Famigliari Esperti" coinvolti nella conduzione dei servizi psichiatrici. Un progetto semplice, capace di migliorare la vita dei malati di mente grazie all´affetto e alle responsabilità che ricevono. Gli Ufe trentini, che l´anno scorso hanno attraversato l´Atlantico in barca a vela, hanno folgorato la Cina. Al punto che il governo, dopo ripetuti scambi e corsi di formazione, ha deciso di ripensare il proprio sistema di cure.
Per tre giorni, a Pechino, i più importanti ospedali psichiatrici hanno aperto le porte ai visitatori. I primi tredici Ufe cinesi, già inseriti nella clinica di Haidian, hanno potuto raccontare pubblicamente la loro vita. Un incontro commovente, con i malati italiani. La clinica universitaria della capitale, centro di cura più importante del Paese, si è impegnata a diffondere sul territorio sia i centri di salute mentale che il nuovo rapporto con i pazienti. E´ la filosofia del «fare insieme», promossa dallo psichiatra Renzo De Stefani e adottata dal professor Yao Guizhong, responsabile del piano cinese. Non significa che la Cina abbia deciso di riconoscere come essenziale la centralità della persona e il suo diritto alla libertà. Ma se irrompe sulla scena la follia, non si sa mai. Prossima tappa: uno scambio di Ufe Italia-Cina, modello Erasmus, per dimostrare che dai malati c´è molto da imparare.

 

 

L’inizio della storia:

http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2.html

ROMA CITTA' ETERNA ?

Profezie sulla capitale del mondo

Fin dalla sua fondazione, col cerchio disegnato da Romolo o mediante la fusione di villaggi pastorali vicini sull'ansa di un fiume sacro, Roma ha avuto come inscritto nel suo destino di non essere una città qualsiasi, ma destinata, forse suo malgrado, ad essere centro egemone di interessi politici, culturali, economici e religiosi.

Non appare strano, quindi, come il parlare di Roma, vaticinare il suo destino sia stato un esercizio pieno di simbolismi e di riferimenti universali. In realtà se prescindiamo dalla storiografia agiografica imperiale, che pronosticava imperitura gloria e dominio agli eserciti legionari e lunga vita all'Imperatore, profezie peraltro già smentite da secoli, ho trovato pochissime predizioni per così dire favorevoli alla città, né scenari sereni o raccomandabili per i suoi abitanti, come vedremo.  Fa eccezione, anche se il collegamento è forse un po' forzato, la frase evangelica attribuita al Cristo "tu es Petrus et super hanc petram edificabo ecclesiam meam", laddove nel versetto successivo si aggiunge che "le forze del male non prevarranno su di essa". Bene c'è chi vede nel Vaticano e più specificatamente nella Basilica di San Pietro una rappresentazione fisica di questa saldezza imperitura, giacché nelle fondamenta della chiesa sarebbe sepolto proprio l'Apostolo divenuto poi primo Papa.

Anche se poi proprio dalla Bibbia (apocalisse di Giovanni ultimo libro del Libro) facciamo la conoscenza dell'Anticristo, che in un testo apocrifo non riconosciuto (il testamento siriaco) e nella descrizione di numerosi profeti, pare nascerà in Egitto da un rapporto incestuoso o addirittura da un rapporto fra il Diavolo ed una prostituta. Vivrà la sua adolescenza nelle città maledette di Betzaida e Corozaim e successivamente arriverà qui da noi a Roma dove si introdurrà negli ambiti della gerarchia ecclesiastica.  Inizialmente Tertulliano e poi anche il monaco detto Venerabile Beda (siamo intorno al 700 d.C.) indicavano nella presenza fisica dell'anfiteatro Flavio, il Colosseo, il segno della vita di Roma: al crollare di esso sarebbe avvenuta la distruzione della città, preceduta da un breve periodo di grandi tribolazioni. Ma quel che è ulteriormente importante e che si ritrova anche in successive profezie è che alla distruzione di Roma seguirà la fine del mondo, letteralmente intesa. In effetti molti vaticini legano il destino della città eterna a quello dell'intera umanità, come quelli che parlano della venuta dell'Anticristo.

La religiosa Ildegonda, che fingendosi un uomo per poter intraprendere una vita reliogiosa e monastica (come la papessa Giovanna, che fu però scoperta per non aver saputo resistere ai piaceri della carne) previde che quando entrerà l'Anticristo nella Chiesa, ai suoi vertici gerarchici, inizierà la fine di Roma, cui seguirà quella del mondo intero. La profezia di Ildegonda deriva da una visione avuta in Terrasanta nella quale riferì di aver incontrato 3 strani personaggi 2 vestiti di rosso ed uno in abiti cerimoniali con paramenti e monili; interrogandoli per sapere chi fossero il primo le rispose di essere Pietro, il secondo disse di essere il suo avversario ed il terzo di essere l'Anticristo.

Il frate domenicano Robert d'Ulzes, alla fine del XIII secolo ebbe la visione di Roma coperta completamente di polvere, mentre attendeva il Giudizio Universale. Santa Brigida, conosciuta nella tradizione popolare anche come la "strega" per le sue visioni e le sue stregonerie, affermava di aver visto "Maometto ritornare a Roma, portando una lunga spada e seminando la discordia.."

La monaca di Dresda (di cui si ignora il vero nome e che visse alla fine del 1600) famosa veggente morta a 26 anni, descrisse questa visione: " da poco mi ero addormentata quando una mano mi prese e mi sollevò. Mi trovai come su un poggio e ai miei piedi c'era la città benedetta (Roma appunto), ma di questa riuscivo a distinguere solo il Colosseo. Quando riaprii gli occhi al posto del Colosseo c'era un piccolo lago e sopra un angelo con una scritta in fronte:"Questa è la seconda prova". Ma prima che il larice rinverdisca per la terza volta una grandinata orribile si abbatterà sulla città santa, ridotta ormai ad una spelonca di ladri, dove la pestilenza ed il vizio saranno pane quotidiano e dove i vescovi mangeranno nella stessa scodella dei malfattori, mentre i giusti periranno in carcere. Ed ora, mi disse ancora la voce, voglio farti vedere la prima prova che verrà mandata alla città santa; ho visto allora una fiamma di fuoco cadere sibilando sulla terra e andare ad incunearsi tra le case, poco lontano dalla Basilica...e un'enorme voragine si aprì inghiottendo case, strade, persone..."

Il Monaco di Padova, vissuto nel XVIII secolo, ripete nelle sue profezie quelle dell'eremita Telosforo (1300) che predisse tra l'altro la distruzione di Roma nel 2013....Chi si starà sbagliando fra i Maya e l'eremita?

Nel 1846 pare che nella località francese di La Salette vicno Grenoble sia apparsa la Madonna anche in questo caso a 2 pastorelli: Massimino e Melania. Tra l'altro dirà ai 2 bambini: "Roma sparirà ed il fuoco cadrà dal cielo e distruggerà 3 città. Tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi, non si sentirà che rumori di armi e di bestemmie. I giusti soffriranno molto, Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell'Anticristo. I demoni dell'aria, con l'Anticristo, faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell'aria e gli uomini si pervertiranno sempre di più.."

A suor Imelda nel 1872 apparve Roma distrutta e coperta di macerie.

Nella seconda metà del secolo scorso Giovanna Le Royer, monaca, annunciò il segno che avrebbe indicato che la catastrofe era vicina:"..quando si abbandonerà nella Chiesa la lingua delle catacombe (il latino) Satana sarà prossimo a ingaggiare una tremenda lotta, perché sarà questo il tempo in cui il suo diletto figliolo starà per giungere alla terra.

Frate Bartolomeo di Salluzzo, non senza un certo gusto per il verso poetico, disse: "Firenze bella e Napoli gentile, ch'ognun di voi è divenuta un porcile, con l'empia e sporca Roma, tutte e tre sarete dome e porterete una gran soma"

F. Blanchard, un sensitivo del XIX sec., nel 1886 disse si aver avuto una spaventosa e realistica visione inerente piazza San Pietro: "..al posto della fontana..c'era un'enorme tinozza di sangue e qui andava la gente per tingere i drappi di rosso, che poi esponeva lungo le strade....i drappi rossi gocciolavano sangue.."

Per fortuna una delle profezie di quel periodo è già "scaduta" senza che ne venisse rispettata la parte per così dire esecutivo-testamentaria. Mi riferisco alla previsione di Innocent Rissault, commentatore francese dell'epoca, che vaticinava per il 1980 l'arrivo dell'Anticristo, la sua egemonia, lo scisma finale nella Chiesa Cattolica e la distruzione di Roma nel 2000..

Nostradamus (non poteva mancare...) prevede che fra il II e III millennio Roma diverrà la base dell'Anticristo. In una quartina delle sue centurie specifica che il regno durerà 27 anni dal 1999 al 2026.....forse anche questa l'abbiamo scampata!

San Giovanni Bosco, fondatore come tutti sanno dell'ordine dei salesiani, pare fosse dotato di alcuni poteri paranormali ed avesse frequentemente sogni profetici, sulla veridicità dei quali esisterebbero (?) dei riscontri. In una di queste premonizioni pare che avesse intuito e previsto le afflizioni di Roma e ne avesse parlato anche con il papa Pio IX. Queste le parole di Giovanni Bosco: " e di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effemminata, Roma superba! Io verrò a te 4 volte. Nella prima percuoterò le tue terre ed i suoi abitanti (c'è chi vi legge l'evento della prima guerra mondiale). Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura (II guerra mondiale e deportazione degli ebrei?). Non apri ancora l'occhio? Verrò la terza volta, abbatterò le difese ed i difensori ed al comando del Santo padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento della desolazione. Ma i miei savi fuggiranno e la mia legge sarà calpestata. Perciò farò la quarta visita...succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti...il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laverà le macchie che fai alla legge di Dio"

... la seconda parte sarà pubblicata sul prossimo numero

Demetrio Bacaro

da LIMES n.1/2010

di Giorgio ARFARAS

 

QUEL CHE WASHINGTON DEVE IMPARARE DA PECHINO E VICEVERSA

Il declino degli Stati Uniti è un fatto, quanto il vincolo reciproco con la Cina. Al meglio, gli americani diventeranno mezze cicale, i cinesi mezze formiche. Quanto a noi europei, nella tenaglia del G2 siamo già mezzi morti.

Si dispone di tra approcci per affrontare il problema della decadenza degli Stati Uniti. Il primo afferma che gli imperi franano sotto il peso degli impegni militari e del debito - in questo caso ci si rifà a Kennedy e a Ferguson. Il secondo afferma che ci si era illusi che il modo di vivere liberale, quello concentrato sul mercato e sulla democrazia parlamentare, si potesse imporre ovunque, dopo la caduta dell'Urss e la conversione cinese allo sviluppo economico. In questo caso ci si rifà a Fukuyama. Il terzo afferma che stiamo assistendo solo al ritorno del primato dell'Asia, che era l'economia dominante fino a qualche secolo fa. In questo terzo caso si mostrano le statistiche di Mddison sul peso dell'Asia fino agli albori della rivoluzione industriale.In effetti, non avendo ancora gli umani avuto esperienza di un impero che si sia mantenuto sempre in posizione dominante, si cercano le ragioni della decadenza dell'ultimo impero noto.

Gli ultimi accadimenti sembrano dar ragione a tutti e tre gli approcci: 1) gli Stati Uniti sono impegnati militarmente ovunque; 2) sono indebitati con paesi emergenti; 3) che hanno delle economie ancora dirigiste e non hanno una democrazia compiuta; 4) infine, la crescita economica dell'Asia è impressionante.

Si può dibattere se la decadenza degli Stati Uniti sia "colpa" oppure "destino". Colpa, si sostiene, perché nessuno ha costretto gli Stati Uniti: 1) ad andare in Iraq; 2) a lasciar fiorire un'economia centrata sull'espansione perpetua del credito; 3) ad aprire le proprie frontiere ai prodotti asiatici senza una contropartita di natura politica: gli asiatici in cambio del volano della crescita (le importazioni degli Stati Uniti) avrebbero dovuto, secondo questa scuola di pensiero, "democratizzarsi".

Detto della "colpa" si può anche argomentare che è stato "destino". La "colpa" sono gli errori degli statunitensi. Ma gli errori sono stati commessi da tutti gli imperi caduti: nessuno di questi voleva, infatti, decadere.

La Cina emerge

Chi sostituirà gli Stati Uniti? Quasi tutti pensano alla Cina e ai suoi fornitori asiatici di componenti. L'impero liberale sarà sostituito da un'economia mista (statale e privata) con un unico partito a governarla. La Cina, si argomenta, ha un'economia industriale e dunque "vera" mentre gli Stati Uniti hanno troppa finanza e perciò un'economia "falsa". L'idea che il bullone sia meglio dell'obbligazione ha ancora molti seguaci nel mondo: il sudore degli opifici è molto meglio del deodorante dei finanzieri. Andando in profondità, aleggia l'idea che il lavoro "fisico" crei valore, mentre quello "intellettuale" sia un trucco per estorcere plusvalore.

I ragionamenti sulla forza della Cina sono spesso esagerati. Si prendono i tassi di crescita cinesi e li si confronta con quelli dei paesi ricchi. Si ha una gran differenza. Dunque si ha un'economia in crescita con le altre che sono quasi ferme. Si estrapola la differenza e si calcola in quanto tempo - alla fine, qualche decennio - la Cina supererà i paesi oggi ricchi.

Questo soddisfa i bisogni: 1) di chi desidera la decadenza dell'Occidente o per effetto della Cina o per il mutamento climatico; 2) di chi vuole convincere gli altri ad investire i propri denari direttamente in Cina o in attività i cui prezzi salgono per effetto della Cina, come quelli delle materie prime industriali. C'è una terza categoria: quelli che vogliono uno sviluppo rallentato del commercio internazionale per evitare che le cose si mettano troppo male e fin da subito nei paesi ricchi. Apocalittici, finanzieri e comunitaristi tifano per quel che porta acqua al loro mulino: la gran crescita cinese.

Oppure la Cina deve ancora emergere

La discussione sulla decadenza degli Stati Uniti contrapposta all'emergere della Cina non tiene nel dovuto conto la differenza fra la crescita dei paesi emergenti ed emersi. I paesi emergenti possono crescere moltissimo impiegando in maniera diversa le risorse. Ma poi tutto questo non basta. Per dirla maleducatamente: l'Unione Sovietica produceva in quantità trattori e carri armati, ma quando ha dovuto poi - intorno alla fine degli anni Cinquanta - produrre anche beni e servizi "di fino" non c'è riuscita. La fase iniziale della crescita é tumultuosa. Un trattore sostituisce il lavoro di cento contadini che possono andare in città, dove sono alimentati dai pochi contadini rimasti in campagna che guidano i trattori su e giù per i campi.

La produzione forsennata di ponti, porti, strade, autostrade, aeroporti, reti elettriche e di telecomunicazione è un esempio di crescita trainata dalla riorganizzazione delle risorse. Questo tipo di crescita si ha oggigiorno in Asia, ma anche in America Latina e nell'Europa dell'Esta. In Nordamerica, in Europa e in Giappone la crescita da riorganizzazione delle risorse ha esaurito da tempo la propria propulsione. La libertà di movimento delle merci e del lavoro, l'effetto rete (l'insieme degli effetti d'accelerazione degli investimenti dovuti allo sviluppo contemporaneo delle infrastrutture) sono i motori della crescita che passa attraverso l'impiego diverso delle risorse.

La crescita per invenzioni - il tipo di crescita che segue quello iniziale appena descritto - richiede la presenza d'imprenditori. I motori di questa crescita sono perciò un basso costo del capitale, un facile accesso al capitale, la protezione dei brevetti e della proprietà intellettuale, l'accettazione delle disparità di reddito come premio per il successo, la libertà di fallire come costo dell'insuccesso. La crescita per invenzioni è possibile se si ha sia l'individualismo sia la certezza del diritto. Le moltitudini cinesi devono perciò essere libere e certe dei propri diritti. Al di fuori dei paesi ricchi non si osserva ancora questo tipo di crescita.

Oppure ancora...

Fin qui il discorso è stato condotto ragionando come se 1) le economie fossero ancora a base nazionale; 2) la potenza alla fine dipendesse dall'economia; 3) gli Stati Uniti fossero in autentica difficoltà con la Cina che sta emergendo, 4) e con la parte davvero difficile della sua crescita, quella per invenzioni, che deve ancora arrivare. Bene, ora proviamo a far girare nel ragionamento la famigerata globalizzazione.

Le imprese dei paesi ricchi vogliono produrre con "qualità europea" e "costi cinesi" - l'espressione è stata usata a un convegno di industriali (europei). Questo significa che una parte della produzione diretta - gli stabilimenti per assemblare - e indiretta - le componenti sofisticate - finirà in Cina. Avremo delle imprese gigantesche, le cosiddette "platform companies", che controllano la progettazione e la finanza e che producono anche in Cina. Avremo, insomma, tante Ikea in giro per il pianeta, con quest'ultimo non più ammorbato dalle insalubri emissioni.

La crescita per invenzioni, che la Cina non è in grado di promuovere per propri limiti istituzionali, potrebbe arrivare lo stesso nel Celeste Impero, attraverso le imprese globali. Non è necessario perciò che le moltitudini cinesi siano libere e certe dei propri diritti. La Cina diventa l'"opificio" del mondo senza diventare una democrazia.

Crescita e debito

La nostra tesi è che gli Stati Uniti avranno un tasso di crescita inferiore a quello passato. Le famiglie debbono, consumando meno, ridurre il proprio debito. Lo stato, che ha inizialmente bilanciato lo "sciopero dei consumatori" con la maggior spesa pubblica, dovrà nel tempo fare la stessa cosa per portare sotto controllo il proprio debito e dunque dovrà frenare la spesa o alzare le imposte. La Cina - sempre nel corso del tempo - non potrà più crescere agli enormi tassi dovuti alla costruzione forsennata di infrastrutture. Crescerà egualmente, trainata dai minori investimenti in infrastrutture e come "opificio del mondo". Gli Stati Uniti perciò non saranno importanti come una volta, e la Cina sarà più importante. Resta inevasa una domanda. Che fine farà il debito pubblico statunitense detenuto dai cinesi in gran quantità?

Immaginiamo - scolasticamente - un meccanismo equilibratore che funziona spalmato sui decenni. Nel tempo, la somma delle esportazioni nette cinesi diventa debito pubblico statunitense: i cinesi consumano meno di quanto producono. Per tenere il cambio, investono il surplus valutario in titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Passa altro tempo, e le esportazioni statunitensi verso al Cina diventano maggiori delle importazioni dalla Cina: ora sono gli statunitensi che consumano meno di quanto producono. Il debito con la Cina è man mano ripagato. I cinesi sono stati "formiche", ma poi diventano "cicale". Gli statunitensi, simmetricamente, sono stati "cicale", ma poi diventano "formiche". Questo è il "vincolo intertemporale" che dà a ciascuno quel che gli spetta. Il finale è "buonista" e a noi pare poco credibile.

Immaginiamo piuttosto che gli statunitensi si rifiutino - il loro sistema politico non regge una crescita economica modesta per tempo protratto - di diventare "formiche". Essi fanno capire ai cinesi che non potranno riavere i loro crediti; i cinesi, pur orbi dei loro crediti, sono però diventati una potenza, grazie al sistema industriale costruito anche dagli altri, che è rimasto fisicamente nelle loro mani. In questo caso, il risultato finale per i cinesi non è il massimo, non è un primo migliore: il primo migliore è quello che vede i cinesi trasformare i Titoli di Stato statunitensi di loro proprietà in beni e servizi prodotti negli Stati Uniti.

La conclusione per i cinesi è quella di un secondo migliore. I Titoli di Stato statunitensi restano nelle mani dei cinesi e vanno immaginati come il costo dell'industrializzazione accelerata della Cina. In altre parole, è come se gli Stati Uniti consolidassero il debito estero dei cinesi. Il capitale perciò non torna ai cinesi, che incassano all'infinito le cedole di loro spettanza.

Ai cinesi il secondo migliore può andare bene, anche perché non hanno alternativa. Infatti, i cinesi, di fronte all'evidenza che gli statunitensi non andranno mai in avanzo commerciale per molti anni, rendendo così impossibile la trasmutazione dei titoli del Tesoro detenuti dai cinesi in beni e servizi, potrebbero minacciare di nazionalizzare le industrie estere che si trovano in Cina. A loro volta, gli Stati Uniti potrebbero congelare il debito pubblico statunitense detenuto dai cinesi. In questo modo i cinesi diverrebero poco credibili nel mondo come luogo perditempo per investire. L'unica che scelta che resta ai cinesi è perciò quella di smettere - un giorno o l'altro - di accumulare il debito pubblico degli Stati Uniti.

Con il rialzo dei rendimenti delle obbligazioni pubbliche (e di conseguenza private) provocato da questa scelta, gli statunitensi diventeranno alla fine (loro malgrado) "mezze formiche". Ed i cinesi - per bilanciare la minor crescita statunitense - dovranno imparare a consumare di più, dovranno diventare (loro malgrado?) "mezze cicale".

E noi?

Se il ragionamento esposto ha un senso, l'Europa si troverà stretta nella tenaglia della concorrenza industriale cinese e dei rendimenti crescenti sul debito degli Stati Uniti. Questi ultimi spingeranno in alto i rendimenti delle obbligazioni di tutto il mondo. Ergo, la crescita economica europea nel campo della manifattura non sarà vispa, e il debito pubblico costerà di più.

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POETI…

Poeti è un docu-film di Toni d'Angelo, che è stato presentato allo scorso Festiva di Venezia nella sezione Controcampo Italiano e che dal 29 gennaio è in programmazione al Filmstudio, in via degli Orti d'Alibert, a Roma (per chi fosse interessato ad andarci dovrebbe essere in programmazione ancora per una settimana alle ore 20:00).

Tra i lirici contemporanei della scena underground che i protagonisti del film incontrano anche Giovanni Minio, socio dell'Associazione e allievo della scuola di Counseling.

 

 

Note di un interprete, poeta, allievo

Anche questo film è venuto alla luce come del resto altre cose che sono accadute negli ultimi tempi.
La partecipazione al film mi si prospettò davanti circa un anno fa, contemporaneamente alla scuola di Counseling ed io accettai ben volentieri di impegnarmi in ambedue le cose, come aspettate da tempo e desiderate.

Sono arrivate insieme, la scuola ed il film, e non a caso. Dopo trent'anni di poesia sono partito dall'Eur e dall’Eur è partita la mia esperienza (e le riprese) di questo film che ci ha portati a Venezia su una nave che ancora salpa  verso mete sconosciute. Verso sconfinate interpretazioni dell' umano nel suo sentire, divenire ed essere.  

iovanni Minio

Da "Il Giornale.it"

Viaggio nella Roma dei poeti

(di ieri e di oggi)

di Pier Francesco Borgia.

(…) Si tratta sicuramente di un lavoro per iniziati. Anche il neofita, però, può trarne giovamento. Intanto si parte da un presupposto assolutamente intelligente: la poesia nasce anche dal contesto. Nasce da una felice disposizione che il poeta conserva nei confronti dell’ambiente in cui vive. E Roma in questo senso è un «additivo» molto efficace per l’ispirazione poetica. Essere poeti oggi a Roma significa innanzitutto confrontarsi con le presenze discrete ma pervasive di autori come Orazio, Leopardi, Keats e Pasolini. La prima scena del film, quindi, non poteva che inquadrare il cimitero acattolico di Testaccio. (…) Di nomi illustri ce ne sono molti nel giardino chiuso a nord dalla piramide a sud da Monte Testaccio. (…)

Roba grossa. Ricca di significato almeno per i due poeti - Salvatore Sansone e Biagio Propato - che il regista D’Angelo ha incaricato di fare da guida al pubblico in questo tour della «Roma poetica». (…) In un luogo così carico di significato (e soprattutto molto suggestivo), dove la quotidianità si stempera e i rumori delle strade arrivano ammorbiditi dai cipressi, parte quindi il viaggio dei due poeti. Uno di loro vive a poche centinaia di metri da lì. E’ Sansone. Sembra una figura d’altri tempi. Nato per oziare e destinato a comunicare attraverso il verso e la sensibilità poetica. L’altro si chiama Biagio Propato. Abita a San Lorenzo (il Greenwich Village de noantri) e insegna lingua e letteratura inglese in un liceo dell’Eur. Ed è proprio quest’ultimo a incontrare D’Angelo e a proporgli questo lungo «viaggio» poetico attraverso la città. «Non sapevo niente di poesia - confessa D’Angelo che ha vinto il Premio Donatello nel 2007 con la sua operaprima.

Una notte -. Una sera, però, mi sono trovato a bere una birra in un pub di San Lorenzo dove improvvisamente le persone attorno al mio tavolo hanno iniziato a recitare poesie.

Bellissime.

Da quel momento ho deciso di imbracciare una telecamera ed andare a curiosare per capire cosa si nasconde dietro la parola "Poesia"». La prima impressione ricevuta dal giovane cineasta è che la parola stessa sia ormai così fuori dal tempo da essere addirittura rivoluzionaria. Ed immediatamente la memoria corre all’effervescente stagione delle cantine e della controcultura sul finire degli anni Settanta. Fu una breve ma intensa parentesi. E la lapide che ricorda Gregory Corso nel cimitero di Testaccio ne è una prova sufficiente. Sul grande schermo i volti dei poeti di oggi, le loro voci, i loro sguardi e le quinte di una città così lunare nelle inquadrature adottate da D’Angelo, si alternano alle immagini di repertorio. C’è la commovente orazione funebre di Moravia al funerale di Pasolini («ogni secolo regala soltanto tre o quattro poeti. Uno di loro, per il ’900, era e sarà Pier Paolo»), ci sono le confessioni poetiche di Sandro Penna (altro flâneur, poeta e «inquilino» romano) ma soprattutto ci sono le immagini del festival di Castelporziano che ci restituiscono un giovanissimo Victor Cavallo, una Dacia Maraini snob e insicura, un impassibile Allen Ginsberg e, appunto, un appassionato Corso. Oggi ci sono Dante Maffia («i reading ci sono sempre stati. Leopardi ad esempio li aborriva e li evitava come la peste»), Vito Riviello, il raffinato Elio Pecora, il commosso Luciano Luisi e Maria Luisa Spaziani («altro che reading! La parola poetica, io, la voglio vedere non ascoltare!»). Tra il Laurentino 38 e Tor Bella Monaca; tra piazza Vittorio e Ostia, i due virgilii scelti da D’Angelo incontrano e interrogano anche i volti nuovi della poesia romana come Silvia Bove, Cony Ray (memorabile la sua lettura nel sottopassaggio della stazione Termini dove per coprire il rumore delle auto è costretto a urlare), Lidia Riviello, Gabriele Peritore, Giovanni Minio e Domenico Alvino. Il confronto è impari, ma la fiamma della poesia resta accesa.

Figura 1 I due poeti protagonisti

 

LuoGhi e stORie

da COnOScEre:

ll nuovo cinema aquila  

Intervista a Edoardo dell’Acqua, Responsabile Attività Speciali della Cooperativa Fabian Art Society (consociata Sol.Co)

Edoardo dell’Acqua mi accoglie nel bel foyer al primo piano del cinema e seduti ad un tavolino inizio ad ascoltare una lunga storia, piena di professionalità, di passione e di accoglienza.. ecco la prima parte di questa interessante incontro.

Come responsabile della cooperativa che attualmente gestisce il Nuovo Cinema Aquila ci puoi raccontare un po’ la storia di questo luogo?

La storia dell’attuale Cinema Aquila si potrebbe far iniziare negli anni ‘70 -‘80 quando c’è stata la grande crisi del cinema: le sale cinematografiche sono diventate un peso economico, molte sale chiudono, altre si convertono in cinema porno. Il Cinema Aquila vivacchia per un po’ come cinema porno appunto, che in realtà era un luogo di incontro, con la signora che lavorava in cassa che dietro al bancone aveva la pentola per prepararsi le sue minestre e dormiva con un branda nel retro. Poi il cinema chiude. Il quartiere si mobilita, cosa abbastanza anomala, inusuale, perchè vuole che il cinema riapra, vengono organizzate varie cose, chiusura di strade, proiezioni estive per strada, siamo negli anni ‘90. Il cinema era già stato acquistato da una signora che gestiva dei fondi, dei capitali per conto della banda della Magliana, la cui finalità era quella di lucrarci trasformandolo in un supermarket. Però questo interessamento da parte del quartiere ha un sfogo positivo nel senso che al termine di una serie di manifestazioni ma anche di eventi festosi a scopo di protesta, un drappello del quartiere viene ricevuto da Veltroni il quale assicura tutto il suo interesse per recuperare la situazione. Il cinema viene acquisito dal demanio come bene sottratto alla criminalità organizzata. Il progetto del comune è stato quello di far diventare questo spazio, così come altre realtà ora presenti a Roma, la Casa del Jazz, la Casa delle Donne, la Casa della Memoria, la Casa dell’architettura, ecc. farlo diventare appunto la Casa del Cinema.

Questo luogo avrebbe dato visibilità al cinema italiano, tanto bistrattato dalla distribuzione. Viene indetta una gara per gestire il cinema, gara che volutamente richiede come requisito di essere una cooperativa sociale, quindi qualcuno che oltre ad avere una competenza di cinema fosse in grado di instaurare un forte rapporto con il quartiere e le realtà sociali presenti sul territorio. Questo è un quartiere nato con le case popolari all’epoca del fascismo, con i pratoni e le vecchie mura, che poi si trova a ricevere l’immigrazione interna, soprattutto da Abruzzo, Calabria , Molise, Basilicata, fenomeno che dà il via al proliferare di edilizia spontanea, nascono nuovi spazi che sono legati all’artigianato. Arrivando ai tempi recenti si verificano negli ultimi 15 anni due fenomeni: un’immigrazione da paesi non europei, e uno spostamento in questa zona di studenti universitari, espulsi da altre zone dall’innalzamento dei prezzi del subaffitto. A seguito del progetto di Rutelli "100 Piazze", cento luoghi da privilegiare per decentrare la città creando dei piccoli centri, il quartiere ha una nuova trasformazione attraverso un atto semplicissimo ma notevole che è stato la creazione dell’isola pedonale di via del Pigneto. E da questa trasformazione si iniziano ad aprire locali, localini, con l’aiuto anche di soldi pubblici, fondi messi a disposizione dal comune così che si creassero attività che chiamassero giovani a lavorare e insieme un benessere sociale, non strettamente economico ma anche di vivibilità.

Il cinema Aquila si inserisce in questa realtà,la realtà di un quartiere che ha una grande presenza di persone straniere -questa è la zona che ha il più alto tasso di immigrati sudamericani a Roma- qui vicino in un garage è stata ricavata una moschea, è un quartiere con una grande presenza di universitari e con uno zoccolo duro ‘indigeno’, io lo chiamo così, di quelle persone che sono qui da tempo che a suo tempo hanno lottato perché arrivasse l’acqua corrente, per avere le strade asfaltate.

Questo miscuglio di realtà diverse è -a seconda di come lo vedi- o un elemento un po’ esplosivo, perché l’anziano che sta qui da sempre non vuole sentire gli odori del kebab e di chi cucina tutto il giorno, o l’universitario che fa tardi, che fa alzare i prezzi, non è visto di buon occhio da chi ha famiglia e deve contenere le spese, ecc. e questi sono soli alcuni dei ‘problemi ‘ della quotidianità, della vicinanza. Ma per altri versi questa realtà è un occasione eccezionale per avere una serie di utenti urbani, che rappresentano in larga parte tre categorie che in qualche modo sono discriminate, gli universitari, che vengono visti come una macchina per fare soldi, gli extra comunitari perché vengono visti come dei reietti, e gli ‘indigeni’ perché la città li ha espulsi in periferia e la loro casa se la sono dovuta costruire da soli.

Quindi questa è una situazione anche di grande stimolo, dove se si riescono a trovare punti di confronto possono nascere delle cose molto interessanti. In questa realtà dovevamo aprire il cinema, abbiamo preso il nostro progetto culturale di 80 pagine con cui abbiamo vinto la gara del comune e siamo andati in giro per le scuole a presentarlo alla cittadinanza..

Bene, ‘correva l’anno’?

Sì, correva l’anno 2006.

Quindi è stato abbastanza forte l’impulso che la cittadinanza ha dato a questo progetto. Anche io che lavoro in questa zona ricordo i manifesti appesi, le manifestazioni che denunciavano la perdita da parte del quartiere di un luogo di cultura oltre che di una sala cinematografica, e chiedevano che venisse portato avanti un progetto, che si iniziassero dei lavori per rimettere in funzione la sala.

Infatti la zona era stata in passato zeppa di sale per cinema, il cinema Impero, l’Ambassador, ma tutti sono stati chiusi. In un quartiere così particolare mancava questa possibilità, le persone per andare al cinema dovevano andare in altre zone e questo equivaleva a certificare che il proprio quartiere era impoverito, era privo di servizi.

Così nelle nostre presentazioni ci siamo trovati di fronte a due realtà: quelli che chiamiamo gli universitari, o comunque tutti quelli che sono interessati al cinema d’essai, contentissimi dell’apertura di un cinema dedicato a questo, al cinema d’autore, e alla popolazione ‘indigena’ che non è interessata al cinema d’essai, che vuole il cinema dove andare con la famiglia, con i nipoti, a vedere i film che conoscono tutti, "che nessuno ce li deve spiegare, che compri i popcorn e ti godi lo spettacolo". A questo punto parliamo con il comune e otteniamo la possibilità di cambiare.

Quindi c’è stato un momento in cui avete interloquito con i cittadini del quartiere.

Si, noi siamo andati nelle sale dove ci mettevamo in cattedra e spiegavamo il nostro progetto. Abbiamo fatto incontri nelle scuole, invitando l’associazionismo, le realtà del territorio e tutti i liberi cittadini a venire a questi incontri.

Questo punto mi sembra molto interessante, non ho notizie di modalità simili per altri progetti sul territorio. Avete tenuto presente il gradiente della popolazione..

Dal racconto che hai fatto sulla storia del quartiere si comprende come il taglio socio-antropologico sia il vostro punto di partenza. Attualmente il cinema è al suo secondo anno di programmazione, so che state aggiustando il tiro su alcuni aspetti organizzativi, in particolare per il contatto con le scuole del territorio, con l’idea di creare dei laboratori per svelare alcuni trucchi della comunicazione visiva e per educare i ragazzi a questa arte.

Attualmente abbiamo progetti con vari centri di cultura, abbiamo presentato da poco la rassegna su Jerzy Grotowski, e molto forte è il contatto con le diverse realtà etniche presenti in questo quartiere, infatti abbiamo anche una programmazione in lingua bengalese. Altri progetti particolari sono Cinemamma con una programmazione ad hoc per mamme in allattamento e tutto il lavoro di interazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia …

E questo potrebbe far parte di un prossima intervista, che ne dici?

Dico che è un’ottima idea! A presto, e grazie!

Intervista di Elide B. Stucchi

         L’ informatore  dinamico

Periodico dell’ Associazione IL DIVENIRE   

                                                                                        

NUMERO   DI    OTTOBRE  2009


Il contesto e il significato

Se le cose sono valide e significative ‘in sé’, o magari se assumono significati diversi a seconda dello spazio in cui sono inserite, è una questione feconda, che ha dato origine a molte ricerche, discussioni, confronti, dibattiti. E anche gli ambiti interessati sono molteplici: dalla biologia, alla chimica, alla all’antropologia, alla scienza dell’alimentazione, alla filosofia, alla psicologia. Nemmeno la medicina si è potuta sottrarre alle tante interrogazioni che questo argomento solleva, anzi, a ben vedere, ne ha sempre tenuto conto, sia con la tradizionale ‘teoria degli umori’ di Ippocrate, sia con i moderni studi sulla dipendenza di certe malattie dal clima e dal luogo più o meno salubre, più o meno inquinato in cui la persona si trova.

Le malattie ‘professionali’ ne sono un esempio chiaro: sostanze chimiche, l’atmosfera, il rumore, la luce troppo forte, il buio costante, gli ambienti isolati, la mancata sicurezza ambientale è risaputo che sono la causa di molti disturbi, dal semplice stress alle malattie cardiache, ai tumori e così via. Ma da un
 punto di vista più, come dire, ’esistenziale’? Ricordate Godel Escher e Bach, ovvero ‘Un’eterna ghirlanda brillante’ di Hofstadter ? è un testo che affronta la questione da un punto di vista filosofico e di algoritmi, puntando il dito sul tempo, e sulle infinite suddivisioni dello spazio secondo cui la tartaruga è favorita nella corsa rispetto al piè veloce Achille. In effetti i disegni di Escher sono intriganti, quella catena di lucertole bianche e nere, non apparirebbero nello stesso modo se fossero collocate in uno sfondo differente. E anche la nascita è particolare, da una specie di nulla si muovono forme prima embrionali e poi man mano più precise. Gregory Bateson costruì una teoria sulla schizofrenia come dovuta ad effetti deleteri del ‘doppio legame’ ossia messaggi contraddittori volti a disconfermare l’altro, e il contesto familiare come portatore di contenuti specifici di questi stessi messaggi.

Nella notevole biografia della sua famiglia ad opera di David Lipset si evidenzia come il padre desse un valore eminente alla preparazione scientifica dei figli, sia per non perdere il suo status sociale di media-alta borghesia, ma anche perché nel suo caro  ‘ambiente’ attributi come poeta o artista non erano forieri di accoglienza né di rinforzi positivi. Bateson si conquistò la libertà di operare un cambiamento del campo degli studi, passando dalla biologia alla antropologia, forse perché un suo fratello, che soffriva di delusioni d’amore e di scarsa accettazione da parte del padre in merito alle sue scelte di poeta e letterato, era morto togliendosi la vita. E questo evento mutò la cultura’ familiare’, o contesto che dir si voglia: in effetti il padre non si oppose troppo alla scelta di suo figlio verso un piano di vita inusuale per la loro tradizione familiare.

Ma ora focalizziamoci sul rapporto tra contesto e significato. Una persona che passa tutto il giorno su provette e alambicchi, e che lo fa per ricerca scientifica, non ha la stessa valenza, la sua azione non ha lo stesso significato di quello di un’altra persona che lo fa per gioco o per simulazione. Chi afferma di credere in qualcosa e poi si comporta al contrario, agisce in un contesto psicologico ed etico interiore e/o sociale differente da chi vive in maniera veramente congrua.

Pensate alla differenza di effetto e di comunicazione tra due soggetti che si comprano la stessa macchina, magari una Ferrari. Il primo viene da una famiglia molto facoltosa, è cresciuto in una villa stupenda, e poteva andare in vacanza in luoghi eccellenti, si è permesso degli studi molto costosi, e la tomba di famiglia è una specie di mausoleo dove da trecento anni vengono sepolti i ‘cari estinti’. Il secondo nasce da genitori poveri, dediti al commercio di stoffe, che nel corso della vita hanno faticato moltissimo, ha vissuto in case modeste e di periferia, non ha potuto studiare oltre l’istituto tecnico, e la macchina l’ha comprata con mille rate grazie ad una raccomandazione e al fatto che il padre è riuscito a combinare negli ultimi due anni degli affari molto lucrativi.

Credete che per questo entri facilmente in un nuovo mondo, quello dell’altra persona di cui ho parlato prima? La sua nuova macchina apparirà come una stranezza, un’eccentricità piuttosto dubbia anche se non c’è niente di losco, e lui stesso sarà guardato con aria dubitativa come narcisista e ‘goffo neo-ricco’ e per essere accolto ‘come uno di loro’ sarà messo alla prova anche duramente. L’altro, invece, nella sua Ferrari ci sta in modo ‘normale’, è una cosa normale nel ‘suo ambiente’; la novità verrà notata, sì, ma nemmeno più di tanto. Due oggetti uguali, due macchine uguali, due significati diversi.

Pensate ad un ambito politico: ‘trattare’ per ottenere il voto non costa lo stesso prezzo né ha lo stesso significato per tutti i partiti; si ha difficoltà a scegliere un nuovo sistema di governo perché sfugge ai più lo specifico contesto italiano, e anche i valori, una volta forse considerati o definiti ‘universali’ senza dubbio assumono importanza e sfumature molto diverse a seconda del contesto in cui sono collocati. Per far mente locale, appena di sfuggita, di che tipo è il contesto italiano? Multiforme, ma senz’altro paradossale. Pensate : un paese dove il ministro della Giustizia è indagato per aver indagato su qualcuno che indagava su di lui o meglio su qualcuno piuttosto vicino a lui, tipo un ministro Fitto, che sensazione vi da? Non è che queste situazioni e mille altre dello stesso genere non contribuiscano - per caso, naturalmente - a produrre quella la famosa ‘percezione di insicurezza di cui si dice nelle ‘alte sfere’ e che giustifica ronde e altre invenzioni del genere? E se facessimo un disegno per illustrare il va e vieni dei paradossi italiani, quale potrebbe essere?

Le lucertole, ma anche le ochette di Escher (andatelo a vedere su qualche libro) ci stanno a pennello! Il quale Escher, con le sue ‘scale impossibili’ ci offre un discreto modello del paradosso Vaticano il quale, sostenuto guidato o organizzato da soggetti che fanno voto anti-sesso, anti famiglia ecc, sono ritenuti i più accreditati per dire che cosa è la morale, il benessere, il giusto e lo sbagliato in termini sempre non solo di sesso, ma anche di amore relazionale, verso i figli ecc.

Lo stato americano (molto amato da alcuni politici, ma solo per una parte della sua cultura e il resto fanno come se non ci fosse, volendo ignorare sia i lati oscuri – e ce ne sono- sia le acquisizioni e i comportamenti più evoluti) negli anni dal 52 al 62 finanziò un progetto di ricerca sul paradosso (come citato da William Frey) presso un ospedale psichiatrico in California, che affidò al già menzionato Gregory Bateson (il cui libro più noto è :Ecologia della mente). Dieci anni non sono pochi, ma evidentemente l’argomento è di alta complessità. Infatti districarsi nel paradosso richiede alcune specializzazioni raffinate, tra cui una calma olimpica per capire i livelli di stratificazione in cui di organizza.  

 Una famosa storiella Sufi focalizza con umorismo la questione: “C’è un uomo che cammina per una strada con un buon stato d’animo, quasi euforico. La strada gira a gomito e lui si trova di fronte a questa scena: due individui stanno curvi su un terzo, hanno un bastone alzato e l’uomo si trova a terra. Senza pensarci due volte, il nostro protagonista generoso si butta a capofitto nella situazione, separa i due e cerca di rialzare quello che è a terra. La scena dura un minuto o poco meno, lui si sente quasi un eroe che ha affrontato con coraggio il pericolo. In quel mentre sente una voce che grida: “Cretino, che hai combinato!” Sbigottito si guarda in giro, e teme che ora altri malviventi si accaniscano contro di lui. Un brivido lo attraversa.” E ora che succederà? “ In quel mentre vede spuntare dall’angolo un uomo con un megafono…è il furioso regista di una scena che stanno girando, e che gli è costata parecchio per ottenere che la strada fosse sgombra.”

 

Dove mi trovo? E’ questa la domanda che ci dobbiamo rivolgere quando agiamo, da soli e con gli altri. E in questo ‘dove’ quali regole valgono? Sono abbastanza informato? Queste regole le conosco? Le approvo, o non le approvo? Mi sono congeniali, mi aiutano a crescere, o sono un limite inutile?E l’altra questione di primaria importanza è come fare ad entrare in contatto con l’altro, quando ci troviamo in contesti che hanno codici molto ristretti, e che, non prevedendo l’espressione dell’interezza dell’essere, escludono una delle tre prospettive, o quella affettiva o quella cognitiva o la struttura sociale (Lipset)

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Questa esclusione non è una svista o uno ‘scivolone’, anzi, il più delle volte viene teorizzata. In vari modi si è definita come normale, legittima, la messa da parte del sentimento ‘personale’ in politica, mentre quasi tutti sanno quanta importanza abbia, un’importanza spesso anti etica che costruisce tanti più favoritismi e fatti non di diritto quanto più è nascosta e non resa consapevole, non discussa, non confrontata, e non agita come una risorsa, cosa che di fatto è. In effetti, per chi sa ’vedere’, ogni comportamento sociale rivela la sfera affettiva e cognitiva, le intrinseche inclinazioni della persona, mentre per chi non sa o non vuole ’vedere’, questo ambito è quasi tabù. Ma la prospettiva affettiva è una dimensione essenziale della comunicazione, quando non vi è affetto (propensione al positivo, al costruttivo, senso della giustizia relazionale) vi è freddezza o guerra, informazione e spesso non corretta, e non comunicazione, ma piuttosto interpretazione capziosa o lettura distorta di ciò che l’altro ha detto.

Un cattivo uso della connessione tra sfera cognitiva ed affettiva la si ritrova di frequente in vari ambiti : da quello della coppia, alla famiglia, all’ambito politico. E’ quando, verso chi emerge dal punto di vista cognitivo, si usano le mille forme di ricatto affettivo di cui è capace l’essere umano egoista: se mi superi per conoscenza e sapere allora vuol dire che non mi ami. Se mi ami non devi avere, ma soprattutto non devi mostrare, più conoscenza della mia, nè più esperienza ecc.

Una tecnica piuttosto diffusa è il ’congelamento’ operativo verso chi minaccia di emergere come sapere e intelligenza. Si usano diverse procedure poco evidenti per ottenere una inibizione dell’azione.

Il nostro uomo della storiella Sufi fa un errore cognitivo per slancio d’affetto, e sbaglia contesto, crede che la situazione sia una verità del cosiddetto 1° livello (due aggrediscono un terzo effettivamente) mentre si tratta di una verità del 2° livello (due aggrediscono un terzo, ma ‘per finta’ e così produce una verità di 1° livello (il regista lo aggredisce davvero anche se non fisicamente) e il regista che lo appella da stupido fa due errori, uno affettivo, non apprezzando l’intento di solidarietà mostrato verso chi poteva trovarsi in difficoltà, e uno sociale non valorizzando il principio che il nostro uomo stava cercando di attuare, quello della pace e della nonviolenza.

In alcuni contesti un altro limite alla piena espressione dell’essere è l’ostracismo verso le posizioni in merito alla spiritualità: se sei credente prima o poi sarai sospettabile in ambito della struttura sociale ‘impegnata a sinistra’, se non condividi un credo religioso avrai i tuoi guai o con la tua famiglia magari cattolica o altro. L’importante è che, qualunque siano gli orientamenti politici o sociali o familiari, nella maggior parte degli ambienti quello che è vietato, a volte esplicitamente, a volte di fatto, è l’essere o il cercare di essere interi. Il lato paradossale sono le premesse, infatti in certi ambienti ti dicono che il valore di fondo è la liberta.

Contesti di questo genere sono difficili, ma a poco vale lamentarsene: piuttosto vanno osservati a fondo, cercando di capirne la logica interna, i paradossi che li sostengono e i punti di bisogno, in maniera da sapercisi muovere in modo appropriato e non passivo.

Rosalia Grande

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Mentre il vento si acquieta
l’acqua impetuosa 
solleva

onde alte come muri

al di là ci sono io

al di qua la storia misteriosa

dell’umanità

da cui non di rado

cerco di nascondermi

                                                   P.I.D.

LAICO E RELIGIOSO
Riflessioni

Mi ritrovo a scrivere di un argomento che in questi giorni sento im.portante, a livello personale e sociale. Nell' ultimo mese, ricorrentemente l'attenzione dei media, la cronaca, la riflessione politica si sono concentrati intorno a questioni - come la RU 486, il Testamento Biologico, il soccorso umano ai richiedenti asilo, l'omosessualità e l'omofobia, le condotte degli uomini di stato - che , non solo per i contenuti "etici" ma anche per le modalità di trattazione hanno sollevato - e credo non solo in me - alcune domande. Cosa è laico e cosa è religioso? Come definisco il giusto, il bene? Quale cammino per lo spirito?

A partire da questi interrogativi vorrei proporre la mia riflessione. Laico è un'alternativa a religioso nella misura in cui laico è "svincolato dall'autorità ecclesiastica", ovvero ciò/colui che quindi "rivendica l'indipendenza dalle ideologie religiose nelle scelte pubbliche che ricadono sulle individualità e sulle scelte degli individui". Così come religioso potrebbe essere un'alternativa a laico nella misura in cui religioso è ciò che è "animato dal sentimento della religione, che nella vita e nell'azione si ispira alla religione, in maniera conforme ai precetti da essa impartiti".

Tuttavia la questione non può esaurirsi qui. Laico non è laicista, non è ateo, nè agnostico. Anzi a ben vedere nel significato originario del termine, ancora utilizzato in ambito religioso, il laico è un fedele della religione non ordinato sacerdote o non appartenente a congregazioni religiose; il laico era colui che, nelle basiliche protocristiane prendeva un posto non centrale, al di qua dell'iconostasi (un elemento architettonico divisorio, per lo più marmoreo che lo separava dai presbiteri), ma era pur sempre un fedele. Del resto il termine religioso, che certo non è sacro né spirituale, non può essere esattamente ricondotto a mero esecutore di precetti. Piuttosto in religioso, vedo l'animato da un vento divino, chi è volto a cogliere e compiere un disegno divino nella consapevolezza dell'umano.

Secondo me l'atteggiamento religioso più autentico nasce, o almeno in me è nato, dalla comprensione del proprio/mio limite individuale e di Uomo, da un ferita narcisistica - per dirla con Freud - che può portare a comprendere la ragione dell'altro e a intuire la mano di un Altro. Ma quanti Altri ci sono? Uno? Tanti? Uno che prende tanti nomi? A me sembra che se lo ammetto come Altro, non potrò saperlo - è una questione ontologica e epistemologica: quest'Altro è ontologicamente altro, non è Uomo e io che sono Uomo non posso certo  pretendere di intellegerlo completamente. Così direi che religioso sarebbe il rispetto della pluralità. E, malgrado questo non sia sempre compreso o agito, questo è un altro punto di contatto tra laico e religioso. E qui vengo al succo della mia riflessione: l'alternativa che io vedo nella questione laico - religioso è il superamento di una contrapposizione (che almeno semanticamente non esiste); è una coincidentia oppositorum, una sintesi, individuale e collettiva di uno spirito individuale e collettivo in cammino nella conoscenza di se stesso.

Ai termini della questione potrebbe essere interessante affiancare i termini della dialettica Hegeliana. La dialettica di Hegel, il cui sistema filosofico si fonda sull'assunto per cui "ciò che è reale è razionale", ovvero ciò che accade ha un senso, è il procedere nel reale dell'Assoluto, il suo dispiegarsi verso il senso, in tre momenti: tesi, antitesi e sintesi. Mi sento di affermare che viviamo in un momento in cui tesi e antitesi sono in lotta, in una dialettica ancora aristotelica, ovvero, fondata sul principio di non negazione, e priva di un momento di sintesi. L'esacerbarsi di questa contrapposizione mi riporta e credo dovrebbe riportare diverse persone - almeno quanti si dichiarano religiosi, seppur laici - alla necessità di una Sintesi: lo sforzo di cogliere un punto di vista globale, un disegno.

Un punto di convergenza tra religioso e laico, una loro sintesi, potrebbe chiamarsi Rispetto. Il Rispetto che è del laico, in quanto laico, delle individualità, delle scelte altre, dei percorsi religiosi altri, e il Rispetto per Dio e per l'Uomo che mi sembra siano al centro di un'autentica religiosità.

Del resto mi sembra che serenamente laico sarebbe non pretendere da una donna o un uomo di stato che dimentichi la propria religiosità, nello svolgimento delle sue funzioni. Anzi ho come il sospetto che questa richiesta sia poco sensata, poco laica, e che possa stimolare reazioni opposte, dimentiche del Rispetto. E serenamente religioso sarebbe non imporre le proprie vedute, ma lasciare che ognuno trovi il proprio bene; semmai religioso mi sembra l'aiuto verso il bene che si astiene dal giudizio.

Qual è, cosa è  il bene?

Nel mio cuore  religioso, che anche un laico ha diritto ad avere, mi chiedo:       “dai ’volti’ che Dio mi ha mostrato, cosa farebbe  se fosse al posto mio?

E, poiché credo che gli avvenimenti della vita siano collegati a ‘disegni’ in qualche modo accordati o concordati con una volontà - intelligenza superiore – divina’, nell'incontro con posizioni diverse dalle mie, provo ad immaginare, a intravedere (oppure mi chiedo) quale sarà o potrebbe essere il  disegno che quell'incontro potrebbe-dovrebbe realizzare.

                       Gabriele Grassi

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LA SCUOLA,
“PAGANICA BARBARIE”

Pubblichiamo uno stralcio dal libro edito nel 2004  “ La cultura degli italiani” di Tullio de Mauro. Il libro si articola in diverse ‘interviste’, un modello di scrittura narrativa e teorica ora largamente usato

ERBANI: Una volta lei, parlando di Guido Calogero, ha sottolineato il fatto che il filosofo a un certo punto della sua vita mette al centro delle proprie riflessioni il tema della scuola. E se ne occupa, lei aggiunge, in un momento in cui di scuola parlavano solo pedagogisti e ‘scuolalogi’. Occuparsi di scuola, lei lascia intendere, non è affare di cui la cultura italiana, gli intellettuali italiani si diano gran pena, se è possibile ragionare in modo generale.

DE MAURO: E’ una constatazione ovvia. Quando l’ho conosciuto di persona - ero ancora studente all’università - Calogero era continuamente in giro per l’Italia a discutere di pedagogia, di scuola, di formazione, di quella che chiamava la “filosofia del dialogo” e “la scuola dell’uomo”. Era circondato dallo stupore di molti colleghi e persino da una certa disapprovazione. Gennaro Sasso, per molti aspetti suo grande allievo, oltre che genero, ha scritto, commemorandolo, che considerando nell’insieme le indagini filosofiche di Calogero si avverte un senso di incompletezza. Non è un rimprovero diretto. Ma certamente ciò che travolge la quieta meditazione di Calogero sulla storia della logica antica o sulla filosofia teoretica è proprio questo incessante impegno che dai tardi anni Quaranta in poi il filosofo dedica al dibattito sulla scuola. E corrispondeva un pessimo apprendimento, una scarsa conoscenza effettiva della lingua. Calogero si esponeva moltissimo al bersaglio di roventi polemiche (alcune le ricordo proprio ad opera dei latinisti). E poi  non  bisogna dimenticare il peso che ebbe Calogero nella elaborazione della scuola media unificata dal ’55 al ‘, che sul versante laico è legata proprio ai suoi sforzi personali.

ERBANI: Per il resto il panorama è deserto?

DE MAURO: Deserto. E deserto è stato da allora fino ad oggi.

Da Tullio de Mauro: La cultura degli italiani. A cura di Francesco Erbani–pag.117 - Edizioni Laterza 

 

 

Corrono i treni con la gente

affacciata all’indietro

Volano i mesi e i giorni

impigriti dal solito vuoto

di idee

Muoiono sogni

Vivono rabbie sopite

Anche noi figli del secolo

annebbiati dalle sabbie secche

di  deserti costruiti e sfuggiti

dal non sapere di tanti potenti

grigi nel loro paltò di insapori colori a volte

anche noi

non sappiamo che fare.

                                                P.I.D-

                            UN FATTO DEL MESE

Le parole di Obama convincono
L’O.N.U. ( tranne qualcuno)

Lo scorso 25 settembre una notizia campeggiava sulle prime pagine di tutti i quotidiani del globo: “Il presidente Obama traccia le linee guida per il disarmo nucleare, adottate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Ad uno sguardo distratto non sembrava una di quelle notizie che fanno gridar al miracolo. In fondo il primo trattato di non proliferazione nucleare risale addirittura al 1970, e successivamente altri ne sono stati siglati, in epoca di Perestroyca, sullo smantellamento degli arsenali e via dicendo fino ai più recenti, senza però che ai suddetti trattati seguisse un reale cambiamento della situazione mondiale. Anzi. Ai cinque membri permanenti del Consiglio Onu (gli unici che “dovrebbero” avere il diritto di possedere tali armi) si aggiungono qua e là altre presenze: India e Pakistan soprattutto, ma anche Corea del Nord. Secondo un recente studio del Natural Resources Defence Council ci sono ancora 31535 bombe atomiche sparse nel mondo delle quali 10500 negli USA, 20000 in Russia (ma difficile pensare che le altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica non ne abbiano), in Gran Bretagna 185, in Francia 450 e in Cina 400. Mancano i dati di Israele India e Pakistan. Tali ordigni non sono però solo all’interno dei confini nazionali: quelli del patto NATO sono più o meno su tutto il suolo europeo (nel nostro Paese ce ne sono circa 20 dislocati in due basi, Aviano e Ghedi Torre), altre scorrazzano liberamente per i mari a bordo dei sottomarini nucleari. Ora, negli ultimi dieci anni (di trattati, summit e risoluzioni) sono stati smantellati circa 5000 ordigni, passando dagli oltre 36000 del 1999 agli attuali 31500. Pochini direi. Dove sta dunque la novità? Ebbene, c’è eccome. Anzitutto è la prima volta che ci si è data una scadenza: il presidente Obama ha parlato di “mettere sotto chiave tutti i materiali nucleari entro quattro anni”, vale a dire se non proprio eliminarli (come distruggere uranio e plutonio?) se non altro rendere inoffensivi gli ordigni nucleari. E già questo, porsi un limite temporale, vuol dire avere un programma preciso. Ma soprattutto è l’atteggiamento politico che sembra davvero nuovo. Non è il solito accordo esclusivo tra due superpotenze a cui la storia di questi decenni ci ha abituato: Obama parla all’Onu, e chiede la collaborazione di tutti gli Stati Membri con un richiamo alla responsabilità globale che davvero non ha precedenti. E’ un atto di umiltà che non può mancare di sensibilizzare, e la risposta è immediata: i quindici stati membri del Consiglio di Sicurezza approvano all’unanimità.

Sarebbe davvero stata la giornata che apre un’era diversa, se non fosse per la macchiolina innescata da Ahmadinejad che, tra le diverse esternazioni, annuncia il collaudo di una nuova centrale nucleare di cui nessuno era a conoscenza. E qui purtroppo le reazioni non sono nuove. La soluzione che tutti trovano più appropriata (Barack compreso) è sempre la stessa: sanzioni. Come se la storia non ci avesse insegnato che le sanzioni colpiscono la gente comune, non i potenti del Paese. Come se non si fosse già visto che ogni volta che sono state applicate verso un regime non democratico (o solo apparentemente tale) le sanzioni non hanno fatto altro che compattare la popolazione attorno al sé-dicente leader, contro il nemico comune. E credo che Ahmadinejad, da consumato politico, questo lo sappia. Altrimenti non si sarebbe mosso come un elefante nel Palazzo di Vetro, provocando il ricorso a tanto dietrologiche risoluzioni. Risoluzioni che il popolo iraniano, in un momento così delicato (e coraggioso) della sua storia, davvero non si merita.

                    Alessandro Lanza

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ASSURDO METROPOLITANO

Verso i cittadini stranieri,
truffe e altre storie

E’ il 30 Settembre e come ogni mese, ormai da alcuni anni, alle 10 in punto
eccomi in Questura. Il fax che
avevo inviato  una settimana prima  e contenente la  richiesta di rilascio
del permesso di soggiorno per tre
clienti indiani era arrivato all’ ufficio relazioni avvocati ed io attendevo
di essere chiamata dall’ispettore o
“da personale di polizia” per verificare lo stato delle pratiche.

Con mio grande stupore noto che nella sala d’ attesa siamo solo in tre! Con i colleghi presenti  gioiamo di questo questa scadenza, proprio al 30 settembre delle consegne delle domande per l’emersione (nuovo decreto 3 Agosto 2009  “regolarizzazione di colf e badanti”)aveva tenuto molti studi legali impegnati e così, forse per la prima volta dopo  tanti anni l’attesa non sarebbe stata lunga.

Mentre io ed un collega  ci scambiamo qualche informazione, squilla il suo cellulare,dall’altra parte del filo c’è Singh, un nostro ‘cliente‘ che riferisce notizie incredibili. Ed io ”Cosa? Mah, Singh chi ti ha riferito queste cose?”, ”Come ? no! non è assolutamente vero! Anzi avvisa i tuoi amici  che evitino di dare ascolto a tali dicerie! “e chiudo, sbalordita.

Sapete cosa era successo? Un ragazzo indiano aveva saputo che in quell’ ultimo giorno, chi voleva regolarizzarsi poteva, pensate un po’, andare al Comune di Roma con un sindacalista, versare la benemerita somma di euro 800 (non 500 come richiedeva il versamento presso gli uffici postali) e si sarebbe visto consegnare all’ istante, il suo permesso di soggiorno da un operatore del comune!!  Roba dell’altro mondo!!!tentativi di truffa!!!informazioni date allo scopo di sabotare l’ intero sistema  sindacale? Chi più ne ha più ne metta!

Intanto  vengo chiamata dalla stanza ricevimenti, saluto i colleghi, ma, appena sono sulla soglia, mi sento dire ”Avvocato la volevo informare che in questi giorni le procedure per i permessi  di soggiorno sono cambiati”. ”Vorrebbe  dirmi che non si manda più il fax con le pratiche da sveltire, che poi si viene qui, si fa un controllo delle stesse e che voi fisserete un appuntamento al mese successivo fino alla completa conclusione?” 

“Si il fax deve inviarlo alla Questura, noi valutiamo l’eventualità di prendere  in considerazione  o meno le sue richieste, ed eventualmente le fissiamo un appuntamento ma lei di certo l’appuntamento non potrà richiederlo il giorno in cui è qui a visionare le pratiche che la riguardano.”

COSE DELL’ALTRO MONDO!

E questo adesso come lo devo chiamare, perché è sempre bene dare un nome alle cose che accadono!Truffa a danno degli extracomunitari a cui non si può dire che affermare i propri diritti e farsi assistere è un diritto  estende a tutti?

O magari sabotaggio del sistema legale attraverso la continua riduzione di accesso negli spazi legalmente costituiti a prestare assistenza legale? E dire che mi sembrava una giornatina tranquilla!
         Firma accertata, ma di cui manteniamo l’ anonimato, scanso ripercussioni indesiderate

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RUBRICA RUBRICHE RUBRICA DI VARIA UMANITA’

Piccolo (o grande) mondo antico.

La rubrica si occuperà di contributi alla cultura e alla conoscenza di secoli o millenni fa…. ma il tempo…. ha solo il senso ‘lineare’ che gli attribuisce il mondo ordinario?

L’idea di totalità, quella del ‘riflesso del mondo’, o meglio dell’imago mundi ‘ per un sapere non escludente, è una idea alla base del concetto di ‘enciclopedia’, che mette all’interno di un cerchio, kylos, che è una superficie dotata di un centro, un insegnamento paideia, dove il discorso didattico è tutto scandito dalla pluralità culturale, e non ha un ‘inizio’ ma un fluire che può ancorarsi, per memorizzare, a ‘date.’ In questo senso potremmo pensare a Marco Terenzio Varrone     (Rieti 116 a .C. - Roma 27 d.C.), longevo padre dell’enciclopedismo latino, o a molti altri. In questo numero segnaliamo qualcosa a proposito del mondo bizantino.

ENCYCLOPAEDIAS
IN BYSANTIUM

Una nobile ambizione
Un corpo di nozioni per l’impero

di Nigel Wilson

IL testo è tratto da “ L’ Erasmo” n° 30- anno 2006

Traduzione a cura di Carlo Sordoni

L’antichità ha prodotto più di una figura i cui interessi possono appropriatamente essere definiti enciclopedici. Ma visto che Aristotele e Varro non avevano scritto serie di trattati concepiti per essere una SUMMA sistematica della conoscenza umana, Plinio il Vecchio si è spinto, in qualche modo, verso il raggiungimento di quell’obiettivo.

Paradossalmente, nonostante i Bizantini si autodefinissero Romani, la gran parte di loro era completamente ignorante di letteratura latina, ed una delle conseguenze della loro ignoranza fu che il lavoro monumentale di Plinio rimase a loro sconosciuto. Anche il dotto Photius non trovò occasione per darne più che una citazione di sfuggita nella Biblioteca ed era probabilmente abbastanza all’oscuro della sua esistenza.

Bisanzio era una società che attribuiva importanza al mantenimento dei metodi tradizionali di educazione per assicurare che ci potessero essere sempre candidati qualificati ad assumere ruoli di amministratori. Ma quello di contemplare e organizzare la produzione di opere di consultazione che trattassero di ogni settore della conoscenza invece di soddisfare i bisogni immediati delle professioni di insegnamento era un passo ulteriore; le loro richieste potevano in genere essere soddisfatte con dizionari o con versioni riviste di commentari sui testi studiati nelle scuole. Le necessarie misure vennero prese nel decimo secolo e questo sembra essere stato dovuto, in larga parte, all’iniziativa dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito (959 d.C.).

Una eminente autorità moderna ha dissentito da questa visione, puntando sul fatto che la collezione di epigrammi meritatamente famosa che conosciamo, come Antologia Greca o Palatina, fu messa insieme da un certo Costantino Chephalas venti o più anni prima che l’imperatore cominciasse il suo lavoro. Ma l’obiezione non è convincente se si considera che una raccolta delle opere più rappresentative di un genere letterario non è lo stesso di un tentativo sistematico di assemblare la conoscenza corrente in uno o più campi.

Costantino pianificò una collezione di materiale suddiviso in cinquantatre sezioni. Di queste solo una sopravvive completa, una seconda in larga parte, e molte in frammenti. Non sappiamo nulla sull’organizzazione dell’impresa, a parte la versione di una attenta ricerca svolta per i testi, ma le prefazioni esistenti ci danno qualche idea degli scopi dell’imperatore. L’autore, che non è necessariamente l’imperatore stesso, si lamenta che con il trascorrere del tempo è divenuto sempre più difficile avere una visione globale della storia umana perché ci sono così tanti tipi di eventi.

La lettura pubblica è scoraggiata. Una selezione dei migliori testi sarà quindi utile, così che le lezioni di storia possono essere apprese più facilmente.

Se cerchiamo di analizzare in termini moderni le intenzioni dell’imperatore, è legittimo suggerire che desiderasse assicurare che l’elite istruita potesse essere meglio informata su un ampia gamma di argomenti? Può essere più plausibile supporre che avesse in mente la creazione di un corpo della conoscenza che fosse utile, come magazzino di informazioni e guide, agli amministratori dell’impero. Ogni più ampia diffusione delle raccolte avrebbe infatti richiesto uno sforzo specifico, coinvolgendo presumibilmente una o più biblioteche aperte al pubblico, fatto del quale non c’è alcuna traccia allo stato attuale. Ma è difficile sentirsi sicuri che abbiamo interpretato le intenzioni dell’imperatore correttamente perché i suoi sforzi sono anche riflessi in una raccolta che, a differenza delle altre, raggiunse ragionevolmente una ampia diffusione.

Si tratta di una raccolta di materiali sull’agricoltura conosciuta come Geoponica, che dà considerevole preminenza alla coltivazione del vino. L’autore dell’introduzione adula l’imperatore dicendo che egli ha promosso una rinascita in tutti i campi della conoscenza – “filosofia, retorica a tutte le altre arti” è la frase utilizzata. All’imperatore viene attribuito l’onore dell’assemblaggio del materiale, il che probabilmente significa che egli diede ordini per la collezione di testi e lasciò all’anonimo scrittore della premessa, e forse ad alcuni assistenti, l’organizzazione del materiale.

Un altro corpus di conoscenza specializzata assemblato su richiesta di Costantino è l’Hippiatrica, un manuale di medicina veterinaria per i cavalli. È preservato a Berlino (Staatsbibliothek, Phillipps 1538) in una copia stupendamente illustrata. Senza dubbio la copia originale era destinata alla biblioteca imperiale e non ai professionisti. Non sono conosciute altre copie e l’unico altro manoscritto significativo che contiene questo tipo di testo (Parigi, Bibliothèque Nazionale, grec 2244) è un prodotto molto più funzionale.

L’attività nel circolo imperiale deve essere stata l’ispirazione per una raccolta monumentale conosciuta come il Suda o, meno propriamente, Suidas, messa insieme nella seconda metà del decimo secolo. Ciò che conta nel Suda è il tentativo di ampliare un dizionario del genere tradizionale – c’erano un numero di guide ai vocabolari della Grecia classica, il più diffuso dei quali era quello attribuito a San Cirillo di Alessandria (444 d.c.). L’innovazione consisteva nell’aggiungere un gran numero di altre voci, principalmente biografiche e geografiche, solitamente di poche righe di lunghezza. È stato chiamato “un dictionnaire del conversation à l’usage des gens cultivés”. Gli studiosi che l’hanno messo insieme sono tanto misteriosamente anonimi quanto i collaboratori dell’imperatore. L’origine della maggior parte degli articoli può essere identificata, ma un fatto imbarazzante, difficile da spiegare, è che c’è un alto grado di dipendenza dalle commedie di Aristofane e dai commentari delle opere il cui totale va dalle 5.000 alle 30.000 voci.

Il lavoro fu eseguito con molta scarsa cura e deve essere stato intrapreso in gran fretta. Prendiamo ad esempio la voce per il nome Costantino. Ci si aspetterebbe che venisse riportato ogni imperatore con quel nome. Quello che il lettore trova è veramente stupefacente e deludente. Ci sono solo tre voci. La prima, lunga 9 righe, riguarda Costantino il Grande e menziona la sua formazione, la sua proclamazione ad imperatore e la sua fondazione della “Nuova Roma” 362 anni dopo l’ascesa di Augusto. Non una parola riguardo la Cristianità. La voce successiva riguarda ancora lui e riporta solamente “Costantino il grande imperatore, circa il quale Eunapius scrisse sciocchezze, ed io le ometto, vergognandomi dell’uomo”. Frammenti della storia francamente anti Cristiana di Eunapius sono conservati altrove. Al terzo punto vi è un lungo paragrafo riguardante Costantino V (741-775), figlio di Leone Isauriano. Non è altro che una filippica intemperante, di un genere fin troppo comune nella scrittura Bizantina, contro l’imperatore iconoclasta.

Tuttavia nonostante le sue numerose e ovvie mancanze il Suda preserva frammenti di testi ora persi che sono di valore per gli studiosi. In più sembra aver soddisfatto i bisogni della classe istruita o di quelli che aspiravano ad entrare in quella classe. Furono fatte molte copie, a dispetto della smoderata lunghezza del lavoro: nell’edizione standard moderna riempie 2.785 pagine e deve essere stato un compito scoraggiante per ogni scrivano del tempo. Continuò ad essere utile agli umanisti italiani nel quindicesimo secolo, dato che non vi era ancora un dizionario affidabile della Grecia classica. Il contrasto con l’enciclopedia imperiale e con molte delle altre raccolte associate ad essa, è notevole. Se l’imperatore avesse voluto che i prodotti di tutte le sue iniziative fossero utili agli istruiti, senza dubbio ora li troveremmo preservati in più copie. Oppure il problema è stato una mancanza di quelle risorse necessarie che avrebbero potuto assicurare la
   

                              Traduzione dall’inglese
a cura di Carlo Sordoni

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DAL SUD DEL MONDO

Crisi economica. L’esempio argentino

L’articolo ripercorre i punti salienti dell’andamento economico argentino fino agli sbocchi positivi della economia partecipativa strutturatasi nel Mner – Movimento Nazionale delle imprese Occupate.

[…]Nel 1991 il presidente argentino Carlos Menem attuò riforme economiche devastanti, che peggiorarono la situazione già drammatica del paese. Egli prometteva al popolo importanti cambiamenti, mentre in segreto si accordava con Washington per continuare le devastazioni economiche. Nel 1991, verrà addirittura inserita nella carta costituzionale, la parità di cambio tra il peso ed il dollaro, che favorirà un'economia basata sulle importazioni. La situazione economica si aggravò ulteriormente, e si arricchirono soltanto i pochi che avevano investito all'estero. Washington dette al governo argentino miliardi di dollari, per indurlo ad attuare altre riforme favorevoli all'élite.

Il progetto era quello di far crollare l'intero sistema economico-finanziario argentino. Menem continuò a fare il doppio gioco, illudendo il popolo argentino di poter accrescere la ricchezza del paese attraverso la privatizzazione delle aziende pubbliche e la deregulation in numerosi settori, per attrarre gli investitori stranieri. In realtà, egli stava attuando riforme che avrebbero messo il paese nelle mani dell'élite americana. Le riforme, imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, prevedevano il taglio della spesa pubblica e il licenziamento di migliaia di persone. Il debito estero raddoppiò, la povertà e la disoccupazione aumentarono, e la classe media venne cancellata.

A metà degli anni Novanta, nacque il movimento dei piqueteros (disoccupati), che lottava per il lavoro, suscitando molti consensi popolari. I piqueteros rendevano visibili le persone costrette a rimanere ai margini del mondo del lavoro, che erano aumentate a dismisura in seguito alle riforme del Fmi.

Nel 1999 fu eletto Fernando De La Rua, che promise di lottare contro la corruzione e di processare i vecchi esponenti delle dittature militari. In realtà, egli si mostrava disposto a riprendere le politiche del precedente governo, e a questo scopo, chiamò al governo l'ex ministro menemista Domingo Cavallo, e altri sostenitori della linea liberista senza regole, che continuarono a privatizzare e fecero tagli a stipendi e pensioni.

Seguendo la linea imposta dal Fmi, il peso argentino fu svalutato del 70% rispetto al dollaro. Tutto fu privatizzato, anche i servizi (gas, telefono, trasporti, acqua, ecc.). I prezzi aumentarono del 42% e oltre 170 mila lavoratori furono licenziati. Cavallo tagliò gli stipendi e le pensioni del 13%, e attuò riforme che fecero crollare il consumo, le produzioni industriali e le esportazioni.

Le riforme del Fmi avevano messo l'intera economia argentina nelle mani di privati stranieri, che non avevano alcun interesse a rispettare le esigenze della popolazione, e ancora meno desideravano sacrificare facili profitti per i diritti dei lavoratori. Si ebbero tagli drastici alle spese sociali e ai sussidi a favore dell'agricoltura e dell'industria.
Nell'agosto del 2001, il Fmi fece aumentare il debito pubblico (che era stato congelato), da 8 a 14 miliardi di dollari. Nel dicembre dello stesso anno, Cavallo impose il congelamento dei depositi bancari, che impedì ai comuni cittadini di ritirare dalle banche i risparmi, mentre i grandi speculatori nazionali e internazionali avevano ritirato di colpo tutti gli investimenti. Anche le numerose corporation transnazionali, che prima avevano investito in Argentina, improvvisamente ritirarono la valuta e si rifugiarono altrove, lasciando il paese nel caos.

Il New York Times scrisse che erano stati prelevati dalle banche "100 milioni di dollari al giorno".(2)  Dal gennaio 2001, 30.000 negozi furono costretti a chiudere, e la povertà salì al 49%. Il “Los Angeles Times”, calcolò che l'élite argentina fece sparire 106 miliardi di dollari, nascondendoli nei paradisi fiscali esteri, e 30 miliardi di dollari furono investiti in titoli “intoccabili”, mentre il denaro della classe media veniva gravemente svalutato e congelato. Migliaia di risparmiatori si riversarono davanti alle banche gridando "dateci i nostri soldi". La classe media, improvvisamente, dovette diventare cosciente che il sistema non tutelava i diritti fondamentali, e che i cittadini argentini avrebbero dovuto organizzarsi autonomamente per rimettere in sesto il paese. Milioni di persone del ceto medio rimasero senza nemmeno la possibilità di sfamarsi, e si aggiunsero ai milioni di poveri già presenti nel paese. Per quasi tre anni il popolo argentino protestò con blocchi stradali, scioperi, proteste e occupazioni, e venne quotidianamente represso dalle forze dell'ordine.

La sera del 19 dicembre 2001, De La Rua annunciò il crollo, e per tre giorni si ebbero disordini ovunque. Gli argentini chiedevano di riavere il loro denaro, e che fossero perseguiti i responsabili del saccheggio del paese. Le repressioni governative provocarono 40 morti e 2000 feriti, e 40.000 persone vennero arrestate. Il 20 dicembre, la Plaza de Mayo divenne un campo di battaglia, in cui i poliziotti pestavano e sparavano.
Il Fmi, pur essendo il maggiore responsabile del collasso argentino, si considerò estraneo al disastro, e spacciò le strategie per saccheggiare il paese come "un programma che poteva essere sostenuto economicamente e politicamente".(3) Le autorità della Bm e del Fmi cambiarono la versione dei fatti, per far apparire che avevano cercato di aiutare il paese ma non vi erano riusciti, nascondendo che proprio le loro "riforme" avevano causato la bancarotta.

Ma la crisi argentina non fu soltanto un disastro: molti lavoratori si accorsero che poteva essere un’opportunità per cambiare il sistema, almeno parzialmente. Il popolo si sollevò e cacciò ben tre presidenti (Fernando De la Rua, Federico Ramón Puerta, Adolfo Rodriguez Saà). Si formarono assemblee popolari, sulla base del modello di democrazia diretta, che portarono verso l'autogestione delle fabbriche abbandonate dai proprietari. Oltre 200 fabbriche furono occupate e rimesse in funzione. Gli operai pianificarono la creazione di cooperative, avviando una lotta per l'espropriazione e la statalizzazione delle fabbriche autogestite.

L'occupazione della prima fabbrica, la Yaguanè (surgelazione), si ebbe nel 1996, seguì nel 1998 l 'Impa (industria di imballaggi e carta di alluminio) e nel 2000, 90 operai metalmeccanici della Gip formarono una cooperativa e presero possesso dell'azienda. Dopo il 2001 si ebbero oltre 1000 industrie fallite, e i lavoratori presero possesso di alcune di esse. Nel 2001 furono autogestite la Zanon (fabbrica di ceramiche) di Neuquen e la Brukman (tessile) di Buenos Aires, che i vecchi proprietari avevano abbandonato. La Zanon e altre fabbriche diventarono un esempio di successo del sistema dell'autogestione.

Oggi circa 170 aziende sono gestite da 10.000 operai, che hanno creato un assetto privo di gerarchie. In tal modo molti sprechi sono stati eliminati, in quanto, con il vecchio patronato, almeno il 65-70% dei guadagni costituivano il reddito dei dirigenti e dei proprietari.

Per tutelare il nuovo assetto, continuamente minacciato dall’èlite, si è formato il Movimento Nazionale delle Imprese Occupate (Mner), che chiede l'estensione dell'Articolo 17 della Costituzione, che prevede le espropriazioni per "interesse pubblico". Secondo il Mner, anche espropriare un'azienda per creare occupazione significa operare per l'interesse pubblico.

I cittadini argentini si sono riappropriati di parte delle risorse del paese, dopo le devastazioni del Fmi. Oltre alle industrie, anche supermercati, miniere, case editrici ecc., abbandonati dai vecchi proprietari, sono stati rilevati dai lavoratori e rimessi in sesto. La lotta per riappropriarsi del proprio paese è anche una lotta per cancellare un passato fatto di ingiustizie e crimini. Racconta Raúl Godoy, segretario del Sindacato Ceramista di Neuquen: "Questa fabbrica (la Zanon) fu inaugurata nell' 80, in piena dittatura. E come furono i mondiali, così anche queste grandi inaugurazioni contribuirono a far sì che il silenzio sulle morti, sui sequestri, sulla desaparecion continuasse impunito.... Ed oggi, a un anno dall'occupazione dell'impianto, posso dire con gioia che la fabbrica è inaugurata di nuovo, stavolta dalle Madri di Plaza de Mayo.... ed è una fabbrica nuova, una fabbrica degli operai, e delle Madri."(4)

I lavoratori che autogestiscono le fabbriche, le miniere ecc., hanno l'appoggio di quasi tutta la popolazione, compresi professori universitari e studenti. Per tutti gli argentini si tratta di far rinascere il paese da una devastazione colossale, architettata dall'élite statunitense per saccheggiare il paese. Il futuro dell'Argentina è affidato ai lavoratori, e alla loro capacità di autodeterminarsi. Si può considerare tutto questo come una rivoluzione pacifica, che determina un nuovo modo di intendere il lavoro e la proprietà. I lavoratori argentini, gestendo direttamente le fabbriche, stabilendo regole retributive eque e liberandosi del controllo dei "padroni", hanno generato un assetto realmente democratico.

Nel gennaio del 2002, diventò presidente Eduardo Duhalde, che cercò di sganciare il peso argentino dal dollaro, in seguito alla svalutazione del 300% della valuta argentina, che aveva trascinato il paese verso l'iperinflazione.
Il 25 maggio del 2003 fu eletto presidente Nestor Kirchner, che iniziò da subito una grande campagna contro la corruzione nell'amministrazione pubblica. Egli promise al popolo di essere disposto a contrastare gli obblighi imposti dal Fmi per difendere i diritti della popolazione argentina.

Il caso dell’Argentina è soltanto un esempio di come una crisi possa generare desiderio di libertà e rinuncia all’asservimento.

[...]         a cura di  Elide Stucchi

(tratto da un articolo di A. RANDAZZO)

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NON TUTTE LE CONFRATERNITE VENGONO PER NUOCERE

La pacifica coabitazione di un anticlericale in una confraternita

Venti miglia ad est di San Elmo, il furgone rallentò e Cavallaro svoltò di colpo a destra. Stavamo entrando nella vigna di Angelo Musso, suolo sacro per mio padre ed i suoi amici. Da cinquant’anni tracannavo il chianti geniale e il chiaretto delle viti di quelle colline rocciose.[1]

Prendo in prestito le parole di John Fante scritte nel suo triste e affascinante romanzo “La confraternita dell’uva”, per introdurre l’oggetto di questa sintetica “prova di laicità”: una soggettiva descrizione delle attuali confraternite.

Come nel rapporto tra  padre e figlio protagonisti del romanzo, Mario e Nick Molise, devo all’ambiente familiare ed a mio padre in particolare la conoscenza delle confraternite e l’appartenenza ad una di esse. Da laico, anticlericale convinto, ma non da ateo, sono incapace di sottrarmi al fascino della ricerca di “alternative utopiche e concrete”.

Le confraternite possono ben rappresentare, a mio avviso, l’apparente ossimoro contenuto nel titolo di questo convegno.

Confraternita come utopia, come mito, come eterna ricerca della pace e della misericordia. Misericordia intesa nel senso di compassione che induce ad aiutare ed  a soccorrere il prossimo. Contemporaneamente confraternita intesa come concreto, benché residuale, modo di aggregazione di una comunità, anche moderna, in continuità col passato.

Una comunità assorbita da un ancestrale bisogno di appartenenza, di mutua assistenza, anche se non più di ordine materiale, bensì di natura introspettiva, è oggi soddisfatto anche grazie all’utilizzo sempre più ampio (fortunatamente, sia ben chiaro) della  tecnologia. Modernità che è attratta (e spesso sopraffatta) dal pittoresco, dall’estremo, dall’inconsueto.

Tale deve apparire agli occhi di un giovane, o di chi non ha più memoria delle proprie radici, la vista appariscente dei membri d’una confraternita bardati nei propri paramenti.

Flickr, ad esempio, il notissimo sito che consente la condivisione di foto on line, conta ben 682 pagine dedicate all’argomento, con migliaia di foto destinate ad  effigiare i membri delle circa seimila confraternite ancor oggi esistenti in Italia.

Può dirsi che le confraternite sono un’esperienza ancora attuale? Forse, ed è una sorta di pregiudizio positivo che mi induce a pensare che lo possano essere, perché le ritengo il frutto mediano d’una evoluzione storica e d’un bisogno antropologico.

Così come nel romanzo di Fante vengono descritte usanze antiche, visioni del mondo passato, backstage di un tempo ormai perduto, allo stesso modo partecipo alla vita d’una confraternita, benché in modo molto saltuario, con lo spirito di chi vuole, nell’attualità, non interrompere il filo che collega il passato al presente. Come nel romanzo torno alle origini familiari, alla mistica Valnerina,  per nutrirmi di sensazioni che eccedono la mera dimensione religiosa. La partecipazione alle iniziative della confraternita che, per dovere di completezza nomino, la “Confraternita del S.S. Sacramento”, mi sono particolarmente care. Immagino una possibile similitudine tra le mie sensazioni e  quelle vissute da chi, nel passato, ha percorso le stesse strade, ha intonato i medesimi canti, ha ripetuto le identiche mosse

E’ come ritrovarsi in un luogo che non ha tempo, con riti che conosco essere quasi immutati da secoli.

Cento erano gli appartenenti alla confraternita nel 1831, in virtù della regola in base alla quale potevano appartenervi i soli residenti nel paese.

La rudezza e la brutalità che ogni fenomeno migratorio contiene, ha rischiato di cancellare ben più che la sola confraternita. Ma la tenace volontà dell’uomo di conservare le proprie radici ha fatto salvo non solo il piccolissimo borgo appenninico sinora mai nominato, Agriano di Norcia, denso di ben cinquantuno abitanti residenti ma la confraternita stessa apertasi anche ai “forestieri”, ossia ai discendenti degli emigranti nella vicina Roma che sono ancora individuabili con facilità, in base al cognome “indigeni” che, in tutto l’abitato e dintorni, non supera il numero di venti.

Immaginare il primicerio che, come ancor oggi, provvedeva alle iscrizioni, alla riscossione delle relative quote, alla loro gestione, (ben distinta da quella operata dagli uomini di chiesa, e con ben altre finalità n.d.a.), o immaginare gli appartenenti alla confraternita prendere parte ad una manifestazione religiosa con indosso belle divise dal camice bianco, col cingolo porpora, con delle mantelline rosse su cui era applicato, e lo è ancora, il simbolo dell’eucarestia, circondati da numerose suppellettili di pregevole valore artistico come lampioncini e stendardi[2],  testimoniano l’antico affetto e il senso di orgogliosa appartenenza di tutti gli abitanti del borgo.

Bisogni di appartenenza e di mutuo soccorso che, in seguito al fenomeno migratorio verso Roma (già consistente nel XVII secolo), furono soddisfatti grazie alla riproduzione del medesimo modello aggregativo:la creazione di una confraternita intitolata ai santi Benedetto e Scolastica. Quest’ultima ha ancor oggi la propria sede in un luogo a me doppiamente caro: via di Torre Argentina. Un tale Piermatteo Lucarucci, nel 1619, concesse in uso alla confraternita il piano terra della propria abitazione sita proprio in via di Torre Argentina. In questo luogo vi è ancor oggi la sede. Successivamente , nella sede della confraternita, si dette origine anche alla piccolissima chiesa dei Santi Benedetto e Scolastica, ancor oggi registrata nell’annuario della Diocesi di Roma come “Chiesa regionale dei Nursini”.[3]

L’incipit  semplice e giocoso credo mi consenta di proseguire questo breve scritto senza la necessità di affrontare l’argomento in modo scientifico e sistematico.

Le confraternite sono dunque risalenti al medioevo e definibili come associazioni di laici riconosciute dall’autorità religiosa, con finalità filantropiche e di culto.[4]

Sulle finalità di culto non mi soffermo, ritenendo più dilettevole indagare quelle filantropiche poiché, a mio avviso, esse rappresentano il motivo stesso della sopravvivenza delle confraternite. Se, nel corso del Medioevo, l'assoluta mancanza di qualsiasi forma di assistenza pubblica e delle più elementari garanzie, specialmente per la parte più disagiata delle collettività, originarono il fenomeno descritto, oggi è ben certo che  non vi è più la necessità di dotarsi di questo tipo di “welfare fai da te”.

Ha quindi ancora un senso appartenere ad una confraternita? Nel mio caso la risposta è scontata. E provo a descriverne i motivi.

Confraternite come frutto mediano d’una evoluzione storica e d’un bisogno antropologico, ho detto sopra. A mio avviso la ricerca delle origini, dei motivi per i quali esistono una varietà estrema di usi, costumi, tradizioni, dialetti, culture, è consustanziale alla natura umana. Essa deve passare per lo studio, e se possibile per la partecipazione, dei fenomeni associativi che da più lungo tempo “contengono” tali elementi, per tentare di comprenderli, cercando affinità e divergenze con chi ci ha preceduto, nella ricerca individuale anche del fine ultimo dell’esistenza.

E non si tratta, come dice Benedetto XVI, di esaltare le confraternite per via dei “caratteristici abiti che richiamano antiche tradizioni cristiane ben radicate nel popolo di Dio”[5],  ma di qualcosa che ha ben poco a che fare con quello che appare un elogio del paganesimo (e che, a ben vedere, può non del tutto assente nel fenomeno in analisi).

Con Fromm direi che "l'uomo è l'unico animale per il quale la sua stessa esistenza è un problema che deve risolvere." L’evoluzione storica non è sincronica con quella antropologica: la prima è rapida la seconda è, necessariamente, più lenta.

L’unicità dell’individuo è preservata dall’una e dall’altra, ed il suo guardare al futuro come un tentativo di perfezionamento non può farci dimenticare che ci è necessaria la memoria storica, figlia di quella umana. Ci è necessaria non solo per vivere pienamente e singolarmente questa esperienza, ma anche per ricordarci l’insegnamento di Aristotele nella sua Politica: “l’uomo è un animale sociale: tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società”.

Appartengo ad una confraternita anche perché ritengo ogni esperienza umana un fatto singolo, irripetibile, anche quando accompagnato dallo sciorinare anodino di antichi riti e formule magiche dal vago sapore pagano. L’essenziale bisogno della conoscenza dell’altro da me, mi trascina costantemente tra tanti amici e compagni di un viaggio, che non ritrovo mai uguali. Questa pratica, di solito, dura una vita, senza riuscire a darle completezza. L’afflato alla conoscenza ci è necessario perché senza di esso sarebbe impossibile tentare di governare in modo pieno e soddisfacente la propria, unica, esistenza. La conoscenza degli altri, anche degli altri che ci hanno preceduto, è precondizione necessaria all’individuo che ambisca al godimento effettivo del suo proprio essere.

Questo significa che la risposta alle domande è rinvenibile all’interno di una confraternita? Assolutamente no, poiché la risposta non dipende unicamente dal contenente, ma è possibile che sia rinvenibile anche in una confraternita.

Associazione più complessa delle iconografie con le quali si è soliti dipingerla: una semplice congrega di burloni in maschera, o il ritrovo di una conventicola affannata in canti e preghiere simili più allo sciorinare pagano di antichi riti e formule magiche che alla plastica rappresentazione di una fede convinta.     Al di fuori di questi due clichè ho collocato il mio essere. Sicuramente traendone piacere.  
                     Alessandro  Massari

LA GRANDE SCIENZA
SECONDO CONFUCIO

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La Grande Scienza è una sintesi della dottrina etica confuciana. Traccia un programma della vita dell’uomo con motivazioni etico-sociali: l’educazione dell’individuo, l’uomo e la famiglia, l’uomo e la nazione, l’uomo e l’universo. Lo scopo della vita è quello di manifestare le virtù del cielo, virtù luminose quanto il sole e la luna. Le più importanti virtù confuciane: la vita-amore, la reciprocità , lo studio la perseveranza e il rispetto dei saggi. Queste e altre virtù come  correttezza, giustizia, armonia e pace, anche se non le si ha dalla nascita, si possono apprendere, perché sono le stesse virtù del Cielo.

Il Cielo dà e mantiene la vita dell’universo perché è capace di reggerlo in ordine e armonia con il giusto mezzo, con l’equilibrio.
” Riposa il tuo cuore nell’amicizia, ama la conversazione degli amici saggi”

Da una parte abbiamo un Confucio ‘legittimista’ che studia, si istruisce, apprende l’arte dei riti, la musica, la letteratura ecc,  che cerca di trovare un impiego presso i re potenti per poterli influenzare allo scopo di cambiare il mondo, dall’altra un  altro saggio e filosofo-religioso dell’epoca: Lao-tze che disprezza i valori terreni, fugge dalla società umana alla ricerca di valori puri ed assoluti.  Dice Lao-tze a Confucio. “ ho sentito dire che il buon mercante nasconde accuratamente le proprie mercanzie migliori e fa come se non avesse niente, e che un saggio perfetto si dà l’apparenza di uno sciocco. Lascia questa vita vanitosa, e i suoi desideri, con la sua aria ostentata e le sue ambizioni eccessive. Tutto ciò non è vantaggioso per te.” E ancora: “oggi chi è intelligente è a rischio di morte se critica  gli uomini ingiusti con giustizia; chi ha uno spirito grande e saggio mette in pericolo se stesso se svela i difetti degli altri “ Ma questo voleva  fare Confucio: modificare e rinnovare la società.

Oggi troviamo persone animate da spirito di verità però ancora un po’ divise: o si collocano ‘in toto’ dalla parte di chi è attivo a proprio rischio nel tentativo di cambiare le cose, e a volte il rischio viene dall’interno: stress, posizioni troppo rigide, credersi il migliore, o esclusivamente  dalla parte di chi si allontana dal mondo, dalla lotta, dal confronto, e vive in una ‘torre personale’, magari non distrugge la sua anima, ma il suo rischio è quello di renderla sterile.

Entrambi forse si rifiutano allo scambio, desiderando non inquinare le proprie posizioni, ma entrambi sono necessari. E voi, come sensazione propria, vi sentite più confuciani o più lao-tzetiani?

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L’In.Formatore din.amico periodico dell’Associazione IL DIVENIRE. Roma, Via Pistoia,12 tel 06 97273932. www.associazioneildivenire.it .Ottobre 2009.  Redazione a cura di Rosalia Grande. Collaboratore : Carlo Sordoni. In questo numero articoli di :  Rosalia Grande, Gabriele Grassi, Alessandro Lanza, Rosa Giordano, Carlo Sordoni, Elide Stucchi, Alessandro Massari.  L’associazione propone una formazione permanente volta allo sviluppo, alla consapevolezza, e all’acquisizione di capacità e competenze relazionali, spirituali e sociali. Promuove discussioni, incontri,spettacoli, corsi. Inoltre è possibile diventare Facilitatori della Comunicazione e Counselor orientativi sistemici. Il nuovo primo anno della Scuola di Counseling avrà inizio la prima settimana di gennaio. Prossimo mini-corso: “Orienting” rilassamento e attivazione dell’energia. L’associazione si ispira a idee progressiste, pacifiche e nonviolente integrate secondo una chiave sistemica per la quale  “ Non siamo soli nell’Universo, forze intelligenti ci sostengono e ci guidano”

“ Il primo digiuno non si scorda mai”E’ il titolo del VI capitolo del libro “ Radicale ignoto” di Sergio Ravelli. Edizioni Cremonalibri



[1] La confraternita dell’uva, John fante, Einaudi Stile libero, pag. 122  

[2] Le memorie di Agriano, Domenico Massari, Comunanza editore, pag.  311

[3] Ibidem, pag. 254

[4] De Mauro, Il dizionario della lingua italiana

[5] Avvenire, domenica 11 novembre 2007

 

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Numero di luglio-agosto 2009 dedicato all’ambiente e all’ecologia

Non si potrebbe parlare di ambiente, né di ecologia, se dimenticassimo che senza un qualche ambiente all’essere umano favorevole, quest’ultimo si sarebbe estinto da tempo. Come i dinosauri, che, si dice, per migliaia di anni , anzi, di secoli, scorrazzavano sul nostro pianeta terrorizzando o meno gli umani stessi, ma comunque c’erano.  Accadde poi qualcosa di cui si continua a discutere, ipotizzando diversi scenari, qualcosa in seguito al quale  poi non ci furono più. Non credo che questo sia avvenuto dalla notte al giorno, o viceversa. Comunque sia avvenuto, il tempo della scomparsa non sarà  stato fulmineo, anche se l’ipotesi di un diluvio altamente distruttivo non è da escludere.

Ora, per il calendario Gregoriano  siamo nel 2009 dopo Cristo, e secondo alcuni già abbiamo vissuto assai, superando le profezie che ci avevano annunciati estinti varie volte e con varie modalità, tutte più o meno spaventose. Certo, mai come adesso potrebbero determinarsi condizioni totali, estreme, quali una guerra atomica, che distruggerebbe in poco tempo una buona parte del genere umano (a seconda della sua potenza, naturalmente).  Il problema,  e non è un sofisma linguistico, deriva anche dalla nostra classificazione di cosa sia il genere umano. Due piedi, due gambe, due braccia, due mani, una testa, un tronco, organi sessuali e sistema nervoso, sangue e linfa, canali sensoriali e tasse da pagare. Quest’ultimo attributo o elemento – direte - non c’entra con gli altri, non è carne e sangue, non è mica               ‘ naturale ’. Però sembra che lo sia diventato. Il genere umano continua ad esistere perché paga.

Effettua pagamenti di ogni genere, a livello  materiale con il denaro,  con scambi di oggetti; a livello simbolico paga il prezzo dell’affetto con la subordinazione, paga il prezzo della stima con il superlavoro, paga il prezzo della vita con il silenzio. Il silenzio su quello che pensa, il silenzio su quello che sa. Il silenzio sulle sue previsioni in merito allo sviluppo o alla involuzione, il silenzio sui suoi bisogni e sui suoi desideri. Da un lato paga, dall’altro guadagna, lentamente, ma qualcosa guadagna. In conoscenza, in lunghezza della vita, in benessere, in tecnologia, qualcuno perfino in sincerità e consapevolezza.

Ma, per il ‘cittadino medio ’, incapsulato nell’ordine apparente e materiale della vita, così come è lenta, sofferta e contraddittoria  la sua relazione con la madre sia biologica, che affettiva,  così lo è con la madre terra. Le contraddizioni della sua storia con la madre le proietta dovunque, sulle sue relazioni, e sull’ ambiente in cui vive. I suoi passi sono distratti, i suoi occhi vedono appena la grande bellezza di quello che è il nostro pianeta, le sue incredibili meraviglie, le mille e mille specie animali, di terra, di aria e di acqua. Un po’ addormentato, un po’ preso dagli affari, dai litigi domestici, dalla politica o dalla carriera, l’uomo ‘ medio ’ vive tutto ciò che lo circonda alla stregua di un fondale di cartone.

Ogni tanto si preoccupa per qualcosa che legge, ma poi passa oltre, perché se i        ‘ grandi della terra ’ non mostrano necessità di effettuare significativi cambiamenti, dato che loro sanno, lui di che si deve impicciare? Alla non-luce di quel fondale di cartone, quell’albero, quel bosco, quel mare, quell’oceano e perfino quell’acquario possono essere frettolosamente osservati tra un panino e l’altro, una birra e l’altra, una sigaretta e l’altra, una discussione e l’altra.

La vita passa, e, come accade a chi non si dà da fare per distinguersi dal fondo, finisce che anche lui, l’uomo medio, va assomigliando sempre più ad un fondale di cartone, o anche  ad un cartone animato. Si percepisce come un Flingstone, uno dei Simpson, un Fred delle caverne e non si accorge di quanto gli sta diventando, almeno simbolicamente, uguale.

Quello che resta sempre in bilico è il bilancio tra lui e le altre specie, tra lui e la natura, tra lui e l’ambiente. Quanto si sentirebbe diverso, non cartone animato ma pienamente ‘ umano ’ se sapesse dare valore a ciò da cui proviene, questa natura che lo sostiene e lo alimenta, come sarebbe diversa la società se gli venisse insegnato a capire quell’intreccio costante e ineludibile che è il nesso tra lui e l’ambiente.   Ma anche il nesso, il legame tra lui e quelli che ritiene ‘altri’, diversi, cibo per le sue esigenze, bevanda per la sua sete di avere, di appropriarsi, di possedere.  “E’ perché l’essere umano ha bisogno di sicurezza”, sostiene qualche difensore degli insani comportamenti di spoliazione e aggressione . Del resto cosa ci convince che esitiamo?

Da Cartesio in poi, le affermazioni che hanno l’apparenza di rassicurare il genere umano, si sono succedute a ritmi incessanti : dal cogito ergo sum che il filosofo decretò, si è passati all’ habeo ergo sum ; copulo ergo sum; compro ergo sum; bevo ergo sum; assumo coca ergo sum; grido ergo sum; sfrutto la terra ergo sum; non-mi-importa-di-niente-e-di-nessuno ergo sum. Quest’ultima affermazione sembra la più filosoficamente affermata, in un certo senso la più popolare anche se viene declinata con varie e infinite sfumature.

Pur tuttavia questo moderno pensiero non basterebbe a salvare la continuazione della specie, se non fosse magistralmente accompagnato da   ‘ pago ergo sum ’ che diventa anche  ‘ paga, ergo pode ser ‘  ( intreccio di lingue, babele dei linguaggi) .

Questo interrogarsi continuo dell’ordine simbolico che  sposta incessantemente la risposta  impedisce una identificazione stabile con  qualsiasi cosa. Ora, se da un lato tutto ciò è abbastanza spaventoso, da un altro è tranquillizzante, osssia, finchè ci sarà mercato, di merci, di energia e di anime, ci sarà il genere umano. Essendo il pagante  la sola categoria identitaria  immodificata, anzi, moltiplicata, dalla storia, magari ridotto a pochi esemplari, magari annerito dal fumo di qualche bomba, sarà pervicacemente presente. Felice o infelice, legato a doppio filo a chi esige ‘un prezzo’,  fino all’ultimo scambio, state sicuri,  assicurerà la continuazione della specie, insomma, ci sarà.   
                 
                                     
Rosalia Grande                                           

LE POSSIBILITA’ DEL
CO-HOUSING IN ITALIA

 

Corso di Progettazione dell’abitazione e sperimentazione edilizia

Prof. Arch. Andrea Vidotto

A.A. 2008/2009

Studente: Irene Rossetti

 

 

Il termine che forse può sinteticamente racchiudere il concetto fondante del co-housing è sicuramente la “condivisione”. Non è casuale l’origine di questa tipologia architettonica: infatti proprio la Danimarca ha accolto e allevato, fino a farlo crescere e conoscere, il senso di appartenenza che il co-housing può generare, grazie alle caratteristiche profonde di una cultura europea solo in parte.

Lo Stato danese ha infatti una cultura della condivisione molto sviluppata, rispetto a diversi altri paesi europei, mentre al tempo stesso conserva un calore interiore differente dalle altre popolazioni scandinave, più distanti e in qualche modo isolate: anche la posizione geografica ne testimonia in qualche modo il carattere.

 In Italia il co-housing è arrivato, ma non è riuscito a sbocciare portando con sé tutti i benefici conseguenti. Nonostante diversi ma sporadici progetti siano stati avviati con intenzioni e speranze romantiche, nulla di concreto è stato realizzato. Non stupisce molto: il co-housing è appunto “romanticismo” per l’Italia, un dolce pensiero che qualcuno prima o poi realizzerà. Sono esigenze, quelle a cui il co-housing risponde, che nel nostro bel paese vengono spesso avvertite e lamentate con superficialità, senza davvero provare il bisogno che qualcosa cambi radicalmente.

Negli Stati Uniti, ad esempio, il co-housing ha costituito una forma di interesse e di sviluppo edilizio: il sogno americano è sicuramente romantico, ma concreto per coloro che ci credono. E’ proprio questa concretezza dell’agire che ha permesso agli Stati Uniti lo sviluppo sociale ed economico (crisi a parte) che li caratterizza.

Invece nel suo individualismo la mentalità italiana dimentica quanti benefici potrebbe trarre da tutto il romanticismo che non trova applicazione, come il co-housing: il contatto con gli altri, con la natura e la terra, la responsabilizzazione nei confronti di sé, degli altri, dell’energia spesa per la sussistenza, il distinguo tra il necessario ed il superfluo, la semplicità e la concretezza dei rapporti umani. E queste sono solo alcune delle lezioni di profonda importanza che si potrebbero trarre. Ma come è possibile conciliare tutto questo con la spesso frenetica vita che la maggior parte degli individui svolge, soprattutto lavorativamente ed economicamente?

 Ascoltando diverse opinioni è possibile trarre delle considerazioni: la tradizione abitativa italiana è effettivamente lontana dall’idea di condivisione. E’ noto che la stragrande maggioranza degli individui abita in appartamento, poiché i grandi centri urbani in Italia sono numerosi e attraggono i giovani dai centri più piccoli. Solo in questi ultimi persiste un vago senso di condivisione, poiché il numero di individui è ridotto e vi è la possibilità di conoscersi l’un l’altro. Ma la forte urbanizzazione italiana ha comportato la realtà dei condomini e le palazzine, che sono ormai la realtà abitativa più comune.

 In condominio gli abitanti sperimentano la minima condivisione che riescono a tollerare: i pochi luoghi pubblici (scale, cantine, terrazze) vengono gestiti con difficoltà, mentre i riscaldamenti e gli altri ridotti servizi in comune sono spesso fonte di contrasti tra gli individui. Essi vogliono infatti mediamente essere nella condizione di decidere autonomamente, senza sottostare a decisioni altrui. Si cerca così di coltivare esclusivamente l’intimità all’interno della casa, trascurando l’esterno con cui vengono amaramente in contatto ogni mattina sull’autobus o nel posto di lavoro.

L’unica possibilità di vita in comune in una struttura di co-housing potrebbe essere il frutto di una scelta attuata da una sorta di comunità pre-costituita di individui che hanno una profonda conoscenza l’uno dell’altro e una serie di connessioni relazionali precedentemente approvate, così da potersi “fidare”.

L’italiano tendenzialmente non sente il bisogno di condividere, tende a conservare il proprio individualismo: è per questo che il co-housing non potrà avere la fortuna che ha avuto in altri paesi, a meno che non si cerchi di trovare dei differenti contatti tra le esigenze e la funzionalità dell’abitare.

L’aspetto di condivisione, la ragione prevalente del co-housing, può forse trovare una connessione con precise tipologie abitative: piuttosto che rendere disponibili i nuclei abitativi del co-housing per ogni individuo, potrebbero essere costituiti con lo scopo di ospitare tipologie prefissate di persone che sentono la necessità di condividere e coabitare.

E’ sufficiente ricordare che un anziano su due vive da solo, come anche il 15% dei malati di tumore o il 28% dei disabili. Se il co-housing mutasse solo parzialmente la sua destinazione, limitandola a coloro che potrebbero dare un valore alla condivisione, anche in Italia potrebbe trovare un’espressione. Naturalmente i servizi e le possibilità del coabitare avrebbero al centro un’assistenza professionale e garantita, nonché una progettazione delle abitazioni, degli spazi e degli spostamenti specifica. Potrebbe essere avviato, come spesso avviene nella realizzazione di un’esperienza di co-housing, un progetto di risparmio energetico, di riduzione dell’impatto ambientale e di auto-produzione di alimenti base, fornendo così delle attività di integrazione agli individui. Le spese sarebbero più sostenibili, poiché suddivise ed agevolate dalla cooperazione.

Inoltre, sfruttando un’area di notevoli dimensioni, il numero dei nuclei di abitazioni potrebbe aumentare, formando una sorta di quartiere di dimensioni importanti, in cui gli interessi e le finalità siano condivise dalle stesse esigenze.

Un’altra possibilità concreta di attuazione potrebbe risultare la destinazione ai giovani studenti universitari: come i campus negli Stati Uniti, anche in Italia si potrebbero creare atenei vasti che comprendano numerosi nuclei edilizi, la maggior parte dei quali abitativi. Anche i giovani potrebbero in questo modo usufruire del risparmio economico, dei benefici dal punto di vista energetico ed ambientale e magari imparare ad apprezzare la capacità di cooperazione e condivisione. I servizi in comune potrebbero riguardare l’accrescimento di una sensibilità ecologica e sociale al tempo stesso, nonché l’apprendimento per mezzo di aree comuni adibite ad un auto-gestione degli spazi.

Lo stesso tipo di iniziativa potrebbe essere promossa con finalità ancora diverse: oltre all’istruzione, anche il lavoro risulta una forza aggregatrice. Così le grandi aziende e fabbriche, investendo notevolmente su un progetto di portata consistente come un vasto co-housing, potrebbero permettere ai dipendenti di usufruire di servizi comuni per sé e le proprie famiglie, abitando al tempo stesso nei pressi del luogo di lavoro e usufruendo di strutture comuni come asili nido, che accoglierebbero tutti i bambini delle comunità che si verrebbero a formare. Tutto ciò contribuirebbe a favorire le relazioni, garantendo ai lavoratori un notevole risparmio economico nel condividere i servizi a disposizione.

Senza dimenticare l’importante difficoltà che in Italia si dovrebbe affrontare anche per creare questo tipo di edilizia, forse puntando ad un’intenzione di miglioramento di alcune fasce della società, che spesso si trovano ad affrontare in solitudine una parte della propria vita o riescono con difficoltà ad affrontare consistenti spese di mantenimento, si riuscirebbe più facilmente ad ottenere i risultati sperati.

E finalmente la condivisione potrebbe essere apprezzata.

                                      Irene Rossetti

 

 

Peterborough, NH                                                         Fresno, California

                          

                               Il giro del mondo in 93 minuti
 e 18 secondi

E’ stato da pochi giorni, venerdì 5/6/2009, in occasione della Giornata Mondiale per l’Ambiente, presentato in Rete, “Home” il nuovo film, sull’evoluzione del nostro Pianeta, del fotografo Yann Arthus-Bertrand con la Co-Produzione di Luc Besson.

Immagine 6

Ripercorrendo la storia della Terra attraverso immagini spettacolari in ogni continente, il film racconta quale sia stato negli ultimi 200,000 anni e quale sia soprattutto oggi l’impatto del genere umano sul fine equilibrio che il nostro Pianeta ha sviluppato nei precedenti 4 miliardi di anni.

Per i più “connessi” di voi c’e’ anche la pagina Facebook, e l’ account Twitter.  Potete trovarlo in versione integrale su  http://fotografandolavitablog.blogspot.com/2009/06/home-il-film-documentario-di-yann.html

Le recensioni ne parlano così:

http://www.vivacinema.it/articolo/home-lo-stato-del-pianeta-di-yann-arthus-bertrand-prodotto-da-luc-besson/3382/

Un film che intende promuovere e sensibilizzare la salvaguardia del nostro pianeta non in senso pessimistico, ma mettendo in evidenza ciò che abbiamo e non ciò che abbiamo perso … lo scopo del regista è proprio quello di mostrarlo al mondo intero sottolineando che esistono soluzioni “sostenibili”.

Il film il cui motto è “non c’è più tempo per essere pessimisti” è stato ispirato da “ La Terra vista dal cielo” album fotografico realizzato da Arthus-Bertrand nel 1994 con il patrocinio dell’Unesco e il documentario “Una scomoda verità” dell’ex candidato alle presidenziali statunitensi Al Gore.”

Sono ben 15 anni che porto dentro di me questo film - spiega il regista Yann Arthus-Bertrand - E’ quanto ho visto e appreso sorvolando la Terra che mi ha trasformato.

Ciò che importano non è il 50% delle foreste scomparse ma il 50% che restano. Quello che è veramente importante è che noi oggi siamo sei miliardi di intelligenze per agire.

Per la qualità di queste immagini e la sua riflessione, questo film dovrà far comprendere che abbiamo tutti una responsabilità e che tutti possiamo effettivamente dare il nostro contributo.

Dello stesso parere il produttore Luc Besson che afferma: “Ho sempre avuto un grande amore per il nostro pianeta ed ho cercato di trasmettere le sue bellezze attraverso alcuni miei film come Il grande blu, Atlantis e Arthur e il popolo dei Minimei. E’ quindi naturale associarmi a Yann per produrre questo magnifico progetto“.

Un progetto che quindi non mette l’accento sul fatto che “Un altro mondo è possibile” ma che è possibile proprio preservare questo e la nostra stessa terra, con tutto ciò che rimane, che esiste, che è parte di ognuno di noi, e ognuno è responsabile allo stesso modo del nostro angolo di terra…

E ancora:

http://blogeko.libero.it/2009/il-trailer-di-home-il-film-documentario-sulla-terra-di-yann-arthus-bertrand/

Home” non ha fini di lucro e, come recita il comunicato stampa, ha l’obiettivo di contribuire ad accrescere il livello di consapevolezza sulla responsabilità di ogni individuo nei confronti del Pianeta.

I profitti verranno donati a Goodplanet.org, l’associazione no-profit creata da Yann Arthus-Bertrand nel 2005…

Dopo aver visto 93 minuti e 18 secondi di questo documentario, qualcosa è cambiata nella mia vita, è vero che muove ad una trasformazione, poiché dice: “ascoltami, per favore,  tu sei come me un uomo sapiens, un uomo saggio” e il messaggio tende ad accrescere questa saggezza attraverso un ben misurato concentrato di etica ed estetica, attraverso un viaggio, quello stesso viaggio che a livello immaginario fa parte del sogno che molti esseri umani, adulti e piccini conservano dentro se stessi per sempre: il giro del mondo, il giro del pianeta in questo caso.

Si potrebbe definire panoramico, perché mette lo spettatore nella posizione di un’aquila o di un aquilone che sorvola la terra ma anche nella posizione di essere a bordo di un aereo insieme ad un gruppo di studiosi che osservano un nuovo particolare pianeta o di essere degli extra terrestri che guardano un documentario sui terrestri, in astronave.

Questo perché il viaggio oltre ad attraversare  i luoghi e le azioni, attraversa il tempo, da quattro miliardi di anni fino ad oggi, prendendo un’accelerazione negli ultimi cinquant’anni, è vero che questo per natura fanno i documentari ma spesso sempre per loro peculiarità sono specifici, settoriali, hanno dei temi di approfondimento, qui il tema siamo noi presi contemporaneamente nei diversi continenti, nazioni, città, nelle diverse ere, e tremendamente collegati in azioni comuni, inconsapevoli o meno, che hanno portato e stanno portando la nostra risorsa vitale primaria verso una strada cieca e chiusa, morta ma la vita non è ancora morta, il cammino si può cambiare e prendere un’altra strada, ora.

C’è la questione dell’ora, già il tempo, un’altra fascia temporale viene aperta, grazie al ritmo, si il ritmo del documentario non è veloce, velocissimo è il ritmo interno della storia, mentre lentamente sorvoliamo il mondo con musiche che richiamano come voci nella giungla l’antichità, “sempre più velocemente” ci troviamo catapultati nel senso globale di ciò che abbiamo fatto insieme e contemporaneamente per 200.000 anni come specie umana, ecco perché come un’opera di filosofia riesce a salire su un piano universale.

Le frasi ricorrenti del film sono “sempre più velocemente” ed “è troppo tardi per essere pessimisti”, la sensazione e poi il pensiero che hanno fatto scaturire in me è che l’essere umano in molti casi abbia corso forsennatamente senza capirne il motivo per soddisfare pulsioni parziali di potere, comodità, sesso, ricchezza, soldi, sfruttandosi l’un l’altro, mascherati da falsi principi di progresso, scienza e religione e con la mentalità pessimistica che dice “tanto non si può fare niente, ormai è troppo tardi, è sempre stato così, che può fare una persona sola di fronte a tante cose negative, tanto poi tutti fanno come vogliono” ha acconsentito e continua a consentire, come complice inerme e viziato, ad atti distruttivi e deleteri per se stesso, per     gli altri e per l’ambiente, senza riconoscere la pigrizia e la propria responsabilità.

 Ma a questo punto è veramente inutile darsi colpe e punizioni che non farebbero che infierire in un campo già minacciato da forze invasive     e corrosive, tutto ciò è potuto accadere     forse anche perché non sapevamo fino in fondo che la strada su cui correvamo forsennatamente era già stata tracciata per noi come per pinocchio nel paese dei balocchi,    se rallentiamo la corsa per elaborare ciò      che stiamo facendo, sentendo, pensando, possiamo prendere altri percorsi.

Camminando possiamo vedere e conoscere persone ed anche popoli, che fanno scelte consapevoli, che si riuniscono e decidono per il benessere proprio ed altrui contribuendo così  al benessere dell’umanità, che il senso comune dell’uomo ha molti valori, l’ ingegno, l’ amore, il rispetto, e tanti altri, e che condividiamo tutti lo stesso ambiente, la stessa atmosfera e che abitiamo appunto tutti nella stessa casa, home.

Per non togliervi la sorpresa, non vi anticipo, descrivendole, le straordinarie immagini di cui potrete godere vedendo il film ma posso rivelarvi cosa dice al suo inizio la voce narrante: “ascolta questa storia la tua storia e decidi cosa fare”.  

                                 Cecilia Errede

                               °

Un luogo ecologico
 La Riserva Naturale Regionale
Gole del Sagittario

 L’Oasi si trova a circa 20 Km dalla città di Sulmona,nel Comune di Anversa degli Abruzzi. L’ambiente è  costituito da Gole spettacolari tra rupi calcaree scavate dal Fiume Sagittario. Il fondovalle è posto a circa 700 metri di quota mentre i picchi circostanti raggiungono  i 1500 metri di quota.Alla base  delle Gole presso l’area di Cavuto, esistono delle sorgenti ricche. Le rocce più antiche affioranti nella riserva risalgono a circa 200 milioni di anni fa mentre le più recenti sono di circa  5 milioni di anni, prima della definitiva emersione di tutta l’area. Precedentemente si erano alternate nella storia geologica condizioni intermedie  tra mare  aperto e ambiente costiero  con scogliere coralline. Oggi nella riserva si possono evidenziare sei tipologie ambientali : le rupi  e i ghiaioni calcarei,i prati aridi, la vegetazione delle sorgenti il bosco mesofilo di fondovalle,la faggeta e le praterie primarie in quota.

 

 Le Gole del Sagittario viste da Anversa degli Abruzzi

 Il paese di Anversa degli Abruzzi e il borgo medievale di Castrovalva dominano l’Oasi. In questi diversi ambienti vive un’abbondante fauna: l’ Orso, il Lupo,il Gatto Selvatico e la Martora. Si riproducono il Cervo, il Capriolo e il Cinghiale. E’   particolarmente importante la presenza  della rara Lepre Italica. L’avifauna è fiorente  e comprende molte specie tutelate a livello europeo. Sulle rupi nidificano l’ Aquila reale e il Falco Pellegrino mentre nelle aree boschive l’Astore, il Falco  pecchiaiolo e il Lodolaio. Sulle rocce nidificano il Gracchio corallino, presente con una colonia facilmente osservabile di circa 15 coppie, e la Rondine montana. In inverno è frequente il Picchio muraiolo. La Coturnice , il Codirossone e il Calandro nidificano sui prati aridi della Riserva. Nella faggeta nidifica il raro Picchio dorso bianco.

L’erpetofauna è rappresentata dal Colubro liscio, il Cervone, la Vipera e la Luscengola. Nelle sorgenti del Cavuto è presente la trota macrostigma. Per la flora Simbolo delle Gole del Sagittario è il Fiordaliso del Sagittario ,specie presente ,in tutto il globo solo in quest’area. Altre piante rare ed endemiche dell’Appennino centrale sono l’Aubretia columnae e la Campanula fragilis subsp.cavolinii. Interessante una stazione di Efedra dei Nebrodi. Il bosco mesofilo di fondovalle ospita cinque specie di aceri. Per quanto riguarda la flora ci sono considerevoli novità:proprio in questi giorni i ricercatori hanno scoperto nell’Oasi una stazione di una rarissima specie, l’Aquilegia magellensis presente nel Parco Nazionale d’Abruzzo e nel Parco Nazionale della Maiella. In tutto il mondo  vive solo in questi tre luoghi dell’Appennino centrale.

I ricercatori stanno catalogando tutte le specie di piante, oltre 400. La gestione dell’Oasi  è dell’Istituto Abruzzese  per le Aree Protette – WWF, in convenzione  con il Comune di Anversa degli Abruzzi, nel quale si è tenuto il Consiglio Nazionale dell’Associazione il 17/7/2009. Il Presidente del WWF Italia Stefano Leoni in questa occasione ha espresso tale messaggio: ”Una splendida galleria di immagini  di rari fiori dell’Oasi  WWF delle Gole del Sagittario  in provincia dell’Aquila nell’Appennino abruzzese può ben rappresentare la rinascita di una terra naturalisticamente preziosa  che merita di essere conosciuta nel mondo  e frequentata dai turisti. L’ Abruzzo è una terra che può  e deve rifiorire e la sua natura ,anche con le bellezze delle Oasi gestite dall’Associazione può fare la sua parte. Se quest’anno è l’anno del clima ,il 2010 sarà l’anno mondiale della biodiversità .... Il WWF nazionale si riunisce domani ad Anversa degli Abruzzi per fissare le iniziative da adottare nel nostro  Paese. Il lavoro che ci aspetta è enorme  e di grande responsabilità .In questo incontro verranno creati gruppi permanenti di lavoro su aree protette,tutela della fauna,tutela del territorio,energia e rifiuti. Ci riuniamo in Abruzzo perché questa regione, mettendo a disposizione da subito tutte le  proprie strutture nelle Oasi, ospitando  in quella del Lago di Penne per un mese i corsi della  facoltà di Scienze dell’’Aquila  e accogliendo gite delle persone che vivono ancora in tenda. Il rilancio del turismo naturalistico passa anche attraverso i campi che abbiamo sostenuto con specifiche iniziative ,anche con il Ministero dell’Ambiente.

Ora presentando la biodiversità e inaugurando il nuovo Centro del Volontariato internazionale ,che ospita ragazzi provenienti da ogni parte d’Europa, vogliamo dare un ulteriore contributo per questo territorio.”

Il Centro del volontariato internazionale Europeo “ Youth in action “ è situato precisamente in località Aia delle Piaggie, nel cuore dell’Oasi. Il centro è destinato ad ospitare giovani volontari di protezione civile provenienti da: Germania, Turchia, Russia, Portogallo, Francia e Spagna. Una volta sul posto potranno mettere a disposizione le loro conoscenze nello splendido scenario delle Gole del Sagittario. La loro opera sarà utile ad indagini di tipo scientifico, monitoraggio della fauna e la gestione del giardino ,botanico. Le case di questo centro sono costruite con materiale biocompatibile.

Dalle notizie  raccolte questo luogo mi appare ricco di risorse naturali, capace di rinnovarsi, sostenitore di unicità, e promotore nell’animo degli uomini di idee e progetti di pace.

                                   Felicita Mariantoni

 Le notizie provengono dal sito del WWF

 

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 La Foce del Garigliano,
 ovvero: pensiero ecologico tra rimpianto e realtà
.

 A segnare il confine tre il Lazio e la Campania il fiume Garigliano scende perlopiù placidamente verso il Golfo di Gaeta. Perlopiù, dico, perché nelle piene sa essere tenebroso, forte, nervoso. È comunque sempre un fiume ampio, profondo, generoso fino alla foce. Ed è proprio della Foce che voglio parlare. Nella foto è ritratta com’era oggi, poco prima del tramonto, vista dal versante laziale. Vi assicuro che da vicino non è così bella!  Quello che, a primo sguardo, potrebbe apparire come un posto selvaggio, affascinante, è in realtà un sito ridotto a discarica! Quella che sembra una piacevole spiaggia è un nauseabondo accumulo di strati di detriti misti alla immancabile plastica, immondizie abbandonate sul posto e pattume portato dal fiume, dentro al quale, più a monte, qualcuno regolarmente le getta.

 Ho bisogno di riconciliarmi con quel luogo, perché io me lo ricordo com’era prima che venisse ridotto alla mortificazione della sua natura, era una meraviglia di esuberanza naturale!

Si potrebbe fare un piccolo sforzo di immaginazione, nettare con la fantasia le lordure, vedere, tra le canne spontanee sulla destra, i nidi delle marzaiole che ogni anno in primavera venivano a deporre le uova. Quell’ombrellone rotto, abbandonato là sull’argine, sottrarlo alla vista e al suo posto lasciar scorazzare i cormorani, in gara per la pesca con le sule e i gabbiani reali. Lo sguardo potrebbe passare sopra la grande pineta di Baia Nord (semisacra eredità del ventennio mussoliniano) e perdersi fino al Monte Massico, là dietro.  

Io ricordo, non era tanto tempo fa…

Negli anni 80, poco più a monte, l’omonima centrale nucleare chiudeva i battenti dopo aver sparso veleni e radioattività su un vasto raggio, e negli stessi anni la foce del Garigliano entrava nel progetto di parco naturale di Roccamonfina e del Garigliano. Dicono che la zona sia stata “pulita” dal nucleare e le malformazioni dei vitelli,  i molti casi di ermafroditismo, gli innumerevoli casi di leucemie sono stati archiviati dal Ministero per la Salute come “rientranti nella normale casistica” mentre la gran parte dei rilevamenti, di pertinenza dell’ente gestore, l’Enel, non appaiono in grado di fornire gli elementi necessari per sapere con certezza quale sia l’attuale stato di salute della zona. Anche perché ci sarebbe ancora chi parte dal falso postulato che, una volta chiusa la centrale, il problema sia in gran parte risolto. Possiamo dire che, almeno, quel progetto di parco ora è stato attuato sulla carta, solo che qui alla foce, purtroppo, ancora non se ne vedono i frutti.

 Percorro regolarmente la strada statale che costeggia il fiume quando, pedalando di buona lena, faccio le mie escursioni ossigenanti di prima mattina. Non molti giorni fa annotavo:

 Si contendono la direzione

fiume e mare

sogno balsamico di origine

e fine

invertiti

 Crescono, sugli argini, fiori d’ogni specie e io, a volte mi  lascio andare a considerazioni  bucoliche:

 Colgo globiche infiorescenze di cipolla

violacee perfette metafore

della composita moltitudine

dell’abitato globo

 

Di convolvoli e malva

papaveri e meline

pedalando si compongono

future mattine

 

Occhieggiano tra i rovi

vibrando appena

accenni di rose.

Invitano alla pazienza:

la lussuria delle more

il premio di luglio

 Ispirazione fluente, amo questo fiume. Lo vorrei amato da tutti, dai residenti e dai passanti ma soprattutto dall’autorità di Bacino, che ne decreti finalmente la reale tutela, che lo depuri dagli scarichi abusivi, che ne ripristini gli argini, che metta in sicurezza tutto il suo letto e provveda a fare tornare la  sua Foce il luogo d’incanto che era fino…  all’altro ieri.

 

                                   Monica Penitenti

(foto di Pasquale Rea)

                                       Filosofia , qualità ecologiche:                      
Fortezza e Temperanza

 ….” Fortezza e temperanza sono virtù, che, in generale,regolano la potenza. Non si potrebbe in fatti parlare di fortezza in assenza di potenza, né la temperanza avrebbe alcunchè da temperare se non vi fosse una qualche
energia da amministrare. Fortezza e temperanza si distinguono tra loro poiché la fortezza organizza la potenza contro i pericoli esterni,attaccando o difendendo, mentre la temperanza amministra al meglio l’energia individuale di cui gli uomini sono dotati,dà forma alla quantità di potenza o alla puntuazione di forza che noi siamo.

 Dopo esserci soffermati sulla temperanza,parliamo ora della fortezza. Questa virtù riguarda, secondo tradizione, i modi e le forme di attivazione della forza rispetto ai pericoli e alle pressioni che ci giungono dall’esterno: programmati o  imprevisti, comunque non dipendenti da noi. In tali frangenti gli uomini, per n on essere travolti, devono divenire capaci di contrastare o di resistere. Da questo punto di vista la fortezza è una virtù attiva. Ed è tale in sen so specifico e non in quello generale, secondo cui ogni virtù è attiva.

Forte è dunque colui che è capace di affrontare i pericoli e di farsi valere contro le aggressioni esterne.
Cicerone, nella Retorica  definisce la fortezza in questi termini :”  fortitudo est con siderata pericolorum susceptio et laborum perpessio”. 
Tommaso d’ Aquino muove da questa formula per determinare la natura propria della fortezza e perciò la fortezza come virtù. La fortezza è una virtù speciale poiché riguarda una materia determinata e precisamente quella relativa all ‘aggredire e sostenere. Forte è colui che è capace di affrontare i pericoli e di sopportare i dolori. Tommaso,nel tentativo di cogliere in modo più determinato la natura della fortezza, dice che essa riguarda propriamente i pericoli di morte.

 

Ora, non v’è dubbio che forte è colui che sa reggere in ogni avversità, ma forte per eccellenza è colui che n on teme il pericolo estremo, quello della morte. Amare la propria vita - dice Tommaso d’ Aquino - è naturale. Proprio per questo la fortezza è una virtù: essa modera i timori dei pericoli di morte e consente agli uomini di mettere a repentaglio la propria vita per realizzare il bene, o meglio, qualche da loro è ritenuto tale.

Tommaso si riferisce fondamentalmente a pericoli che provengono dall’esterno, soprattutto quelli che si corrono in guerra…..Ma le guerre, anche ‘ le più giuste ’,  sono sempre alimentate da qualcosa di sporco. Vi sono uomini che n on scelgono affatto di morire, ma sono mandati a combattere una guerra di altri, da altri proclamata ‘guerra giusta ’, ma assolutamente ingiusta per loro.
Le guerre creano eroi per esorcizzare la vendetta delle vittime. Occorre giustificare il sangue versato per impedire il dilagare dell’ira, per evitare che se ne
versi dell’altro, e impunemente.

Ma, guerra a parte, noi siamo chiamati ogni giorno ad essere forti, siamo impegnati in una guerra quotidiana per difendere la giustizia, o quanto meno per porci al riparo dell’ingiustizia, per non essere conniventi.  E per far questo è necessario un grande coraggio : n on dico il coraggio di esporrsi – che non sempre è coraggio, ma talvolta vanagloria e malafede – bensì quello di continuare a fare quello che in coscienza ci sembra giusto e doveroso fare. E’ fortezza n on lasciarsi coinvolgere, non essere disposti a sub ire…….”

Da “ La felicità di questa vita” di

                                             Aldo Natoli

Oscar Saggi Mondadori
 

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Fare o non fare il ponte
sullo Stretto?

Un manifesto radicale del 1980 mostra una rosa di palloncini stretti nel pugno che sovrasta un  paesaggio ben ordinato nel quale possono riconoscersi i simboli del 'modello di sviluppo' che già allora i radicali andavano delineando. Il territorio vi appare ben suddiviso tra le diverse attività produttive che si integrano armoniosamente ma intensivamente. Il tema è quello dell'ambiente, o meglio, dell'interazione dell'attività intelligente e l'ambiente 'naturale', che però 'naturale' non è più oramai da millenni perché sempre in qualche modo reso artificiale dall'attività umana.

Tutte le civiltà che hanno colonizzato una terra l'hanno sempre in qualche modo trasformata, fino al grado estremo raggiunto oggi, con una industrializzazione che con il suo intenso sviluppo in India e Cina ha oramai completato il giro del mondo e forse si appresta a coinvolgere persino l'Africa ed a mettere in forse la sostenibilità complessiva del pianeta.

Il rapporto tra comunità e territorio è nei fatti sempre rapporto tra un ambiente già artificiale e la sua gestione materiale. Ossia consiste in quell'attività quotidiana di amministrazione degli interessi privati e comunitari che trasforma il territorio e lo mantiene vivibile, che ne rispetta potenzialità e vocazioni, ma che soprattutto ne impedisce il disfacimento, il collasso, prodotti dalle pressioni che i fattori autogeni ed esogeni esercitano sul sistema comunità-territorio. Se con l'andare del tempo i criteri di conduzione quest'attività di amministrazione riescono a costituirsi, grazie al loro verificarsi ed affinarsi, in tradizione coerente e largamente condivisa, allora lì si sono determinate le condizioni affinché i territori vengano positivamente trasformati dall'attività umana.

Basti pensare a come le concezioni esistenziali, religiose, politiche, ecc. hanno influenzato il paesaggio delle diverse civiltà: è evidente quanto l'attuale paesaggio toscano ancora debba a criteri amministrativi che affondano almeno nel rinascimento ed al successivo governo mediceo; simili prove trovarsi per il Tibet, per la Sicilia, per la città di Messina, e per gl'infiniti altri possibili esempi che ci dimostrano quanto l'assetto del territorio debba ai fattori summenzionati. Altrettanto, da tempo in Italia, gli antichi equilibri che hanno consentito per secoli uno sviluppo coerente sono messi in crisi da una nuova tradizione di mala amministrazione che persiste oramai da decenni e che mette a dura prova la tenuta stessa della vita della comunità nel territorio (si pensi ai rifiuti, al degrado sociale di certi quartieri ghetto, al fallimento economico dei comuni, ecc.).

La 'peste italiana' infatti ha questo particolare aspetto, essa consiste in una quotidiana cattiva amministrazione la quale infatti, proprio perché minuta e destinata a piccoli fatti di vita quotidiana, è capace di produrre conseguenze storiche di lunga durata. È il tragico caso dell'uso (dell'abuso) che è stato fatto di strumenti di per sé stessi di progresso quali l'istituto delle concessioni edilizie ed i fondi per le infrastrutture. Mi riferisco ai casi siciliani che conosco ove infiniti sono gli esempi di sperperi in opere inutili e dannose e per converso di mancata realizzazione di quelle veramente utili, di concessioni illegittime o concesse in regime di monopolio con criteri perlomeno arbitrari, di sfregio delle coste, dei fondali.

Questo riguarda tutti i settori in una collusione tra poteri criminali, economici e pubblici ed anche – sia consentito – con la collusione della 'società civile'.

Questa condizione sta gravemente generando le condizioni per una futura miseria diffusa. Per dirla con Polanyi, povertà e miseria consistono in due condizioni radicalmente distinte: povertà è quella situazione di risorse limitate nella quale possono venirsi a trovare le società integrate che reagiscono alle difficoltà rinserrando i legami comunitari; la miseria invece non è necessariamente il prodotto di una condizione di penuria di risorse, bensì la reazione anche psicologicamente disperata ad una società a-nomica, nella quale, anche in presenza di un'economia che produce o potrebbe produrre dei surplus di ricchezza, si realizzano condizioni sociali miserabili come nei quartieri industriali inglesi nell'Ottocento, negli assommoir e nelle banlieue, nelle bidonville e negli slums di tutti i luoghi e tutti i tempi. Le condizioni che generano questa situazione derivano da una consapevole o inconsapevole (ma il grado di responsabilità è identico) mala amministrazione. Ritengo la mala amministrazione un crimine contro l'umanità perché genera miseria e morte per le moltitudini e assegna ingiustificato potere e spreco sfarzoso per i pochi collusi dominanti.

 Quanto prima per premessa ad una mia opinione sul ponte sullo Stretto.

Il ponte sullo Stretto potrebbe essere un opera che consente collegamenti ferroviari che da Palermo e Catania conducano a Roma, Milano e Parigi rispettivamente in 4, 8, 14 ore. Non solo, se correttamente realizzata potrebbe rappresentare un grande vantaggio per l'ambiente, liberando lo stretto dal traffico dei traghetti e la città di Messina dal traffico non solo di Tir che la stritola (oltre che dalla servitù del monopolio degli armatori Franza sul traghettamento privato) consentendo così anche il recupero di vocazioni antiche, quali il turismo e la pesca, che meglio corrispondono al genius loci originario dei luoghi.

 

 Il ponte, in un mondo ideale potrebbe persino essere un opera architettonica di valore che ben si innesta sui territori al cui collegamento è preposto. Oltre agli eccezionali accorgimenti tecnici per il rispetto tutti i criteri ambientali e di sicurezza, il progetto dovrebbe però anche rispondere ad criteri di sostenibilità economica e di buona gestione.

 Le condizioni di realizzazione sono dunque estremamente stringenti e se non fossero rispettate il rischio è di martirizzare un territorio che oggi possiede un suo virtuoso equilibrio.

 Quali sarebbero, ad esempio, i danni di portata storica dovuti ad un'errata conduzione del progetto che ne porti al blocco per vent'anni?

 Se realizzato oggi il ponte, l'intera opera nascerebbe in un quadro in cui manca una legge complessiva per la gestione del territorio, come sarebbe possibile garantire il doveroso rispetto di tutti i criteri ambientali nonché dei diritti di chi subisce gli espropri?

Nell'attuale arbitrio che coinvolge i livelli politico, amministrativo, giudiziario, criminale in una sporca mistura di gretti interessi privati di corto respiro, realisticamente quante possibilità vi sono che vengano applicati severi criteri di decisione e gestione? Su entrambe le sponde dello stretto vi è una classe politica locale – di destra e di sinistra – che per decenni non è stata in grado di garantire nemmeno lo sviluppo di progetti minori (quali l'imbarco dei Tir fuori centro urbano a Messina) e che si è resa complice, quando non artefice, dei peggiori abusi ambientali. Non sono accuse a vanvera. É quanto manifesta lo stato dei territori di Messina, Villa e Reggio Calabria a chiunque volesse guardarli da qualunque prospettiva.

 Luigi Recupero

                                       

marzo 2009 -giugno 2009

                  Uomo meccanico e uomo libero

Non è sempre possibile trattare alcuni problemi o alcuni argomenti con la certezza di essere capiti, perché chi legge o ascolta ha un suo orientamento, una sua cultura, un suo desiderio e una sua volontà. La grande variabilità di questo insieme possibile è di fronte a noi in ogni momento della nostra vita, del nostro percorso su questo pianeta.

 Io mi opporrei a qualsiasi tentativo di semplificare esageratamente le questioni che ci riguardano e che a volte ci lasciano incerti, senza sapere bene che fare o anche che cosa pensare

 In una visione ristretta, ma non stupida, non sempre tutto quello che ‘accade sotto il cielo ’ ci riguarda, anzi, che di fronte ad alcune eventualità che riteniamo ignobili dovremmo continuare il nostro cammino senza fermarci per non perdere la libertà e la coerenza d’animo. E’ il tema della percezione, il tema della possibile distorsione della verità ad opera della interpretazione, ma è anche il tema del rapporto tra ognuno di noi e l’impegno che si sente di dare alla società

 Posti di fronte a situazioni, eventi, questioni di natura ‘positiva’ o ‘negativa’ che possiamo fare? Scegliere, questo è il punto di partenza. Scegliere cosa guardare, cosa ascoltare, cosa seguire e cosa immettere nella nostra agenda quotidiana in quanto ad attenzione, collaborazione, aiuto, partecipazione. Esaminare il proprio sentire e ciò che accade, e quindi porsi in modo attivo, ovvero scegliere, non contentarsi di ‘essere attratti o respinti ’ da qualcosa.

 Ma quali criteri adottare per effettuare una scelta intelligente? Senza dubbio i criteri sono diversi, a mio parere un buon criterio è quello di scegliere in base al grado di libertà che una certa scelta ci fa conquistare, assaporare, guadagnare. Dove c’è libertà c’è crescita, e dove c’è mancanza di libertà la crescita è molto faticosa, e a volte impossibile.

 Se dovessimo definire con espressioni attendibili, comprensibili, l’idea, il concetto di libertà, da cosa potremmo cominciare? Senza dubbio dalla soggettività, nel senso che una certa scelta che può far sentire più libera me, può far sentire meno libero qualcun altro (o viceversa). Capire ed accettare che esistono diversi criteri di scelta, è alla base del rispetto, e il rispetto è il principio della crescita e quindi della libertà.

 Per esempio, io mi sento più libera in un paese regolato da poche leggi, chiare ed essenziali. Amo vivere , lavorare, amare, con il minimo di legislazione possibile; in questo senso, abbraccio la tesi del Tao, secondo cui dove c’è armonia non c’è bisogno di richiamare qualità – virtù specifiche - , dove ci sono qualità specifiche non c’è bisogno di creare leggi, dove ci sono leggi (giuste) non c’è bisogno di prigioni…..ecc.

 A mio parere le leggi giuste sono sia quelle che vietano certi comportamenti lesivi dell’integrità fisica e psicologica , sia quelle che aiutano i cittadini, gli esseri umani verso l’uguaglianza, la libertà, la fraternità, per cui, ad esempio, sarebbero necessarie norme che permettessero ad ogni persona di non essere così talmente disuguale da un’altra, da guadagnare 40 volte meno (come tra insegnanti precari e manager di vario tipo).

 Ma se vivo in un paese che sembra aver bisogno di molte leggi su tutto, un numero incalcolabile, e si scopre che ne manca sempre qualcuna di fondamentale, se vivo in un tale paese, so che non ci sono molte qualità – virtù e di conseguenza che c’è poca armonia. Non me l’aspetto, e quindi so che se la voglio, devo costruirla.

 La  libertà consiste dunque nel rispettare le leggi esistenti ma nella misura in cui non le si ritenga sbagliate e scorrette ? ….è il grande tema dell’etica personale, che si sviluppa in disobbedienza manifesta o in proposte per leggi alternative o in un  cambiamento di paese, di nazione, per vivere là dove la legislazione è più rispettosa di certe libertà. Se si cerca di creare qui qualcosa di più ‘ umano ’ secondo il proprio parametro di libertà,  nel caso in cui si sia deciso di portare avanti una alternativa ritenuta significativa, quale atteggiamento  è il caso di  adottare?

E’ bene proporsi come un ottimista che si rappresenta di avere raggiunto il risultato del compito , anche grazie all’aiuto che riceverà in corso d’opera, o come qualcuno che, basandosi su amare esperienze, non pensa che valga la pena di essere leale e sincero in certi istanti e tira dritto per ottenere quello che vuole, costi quel che costi? Quando si cerca di ottenere un obbiettivo che porti ad una maggiore libertà, contestualmente, nel ‘qui ed ora ’, quali sono le aspettative?

 

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 In un’aura di realtà ci si può aspettare che alla proposta innovativa qualcuno si opponga, non la condivida, e che tra tutti quelli che si oppongono all’inizio, se si procede nella direzione e con le procedure utili ed efficaci, un certo numero cambierà idea e condividerà il  nuovo punto di vista che risponde  ad una certa  prospettiva.

Ora la questione è se, di volta in volta, il  procedere ha la finalità di raggiungere subito un certo obbiettivo o di dare forza, aggregare altri, tutto questo in vista di un momento successivo in cui , con quella forza che è sembrato necessario raccogliere, si sia in grado di convincere un numero di persone ancora maggiore e via dicendo. E la forza della convinzione va di pari passo col fatto che l’altro senta che condividendo un obbiettivo che viene proposto, e operando per raggiungerlo, si senta più libero sia nel processo che a risultato raggiunto..

So, per teoria ed esperienza, che per raccogliere una certa forza si deve avere perseveranza, fiducia, non cambiare direzione di movimento ogni giorno,   per avere forza si deve riuscire a passare indenne da alcune prove a volte accettabili, a volta piuttosto dure, o difficili, se volete. Superare determinate prove  permetterà di avere più chiaro il quadro generale in cui ci si muove e gli ostacoli e le difficoltà che il quadro stesso contiene.

 Una fermezza di pensiero sembra indispensabile; anche per individuare una verità e condividerla, sembra necessaria una continuità di comportamento, una direzione da prendere . Ma se proprio qualcuno di quelli che stimiamo o che amiamo manifesta un pensiero diverso, anche opposto, valutazioni differenti e obbiettivi divergenti, allora si può creare un primo problema.

 Che fare? La meccanicità  suggerisce quattro cose : “ imita chi ha potere per non perdere il tipo di relazione che c’è; in alternativa non esprimere nulla per non aprire un conflitto; valuta in funzione della convenienza immediata; se l’altro dice qualcosa che ti dispiace o ti irrita, rispondi in modo reattivo, tipo ‘pan per focaccia ’”

 La libertà , invece,  parla diversamente. “Puoi esprimere” – dice – “il tuo pensiero e il tuo obbiettivo chiarendo che questo, se diverso da chi ti ascolta, non comporta necessariamente una rottura  (se puoi non mescolare l’affetto e l’idea). In verità se vuoi essere libero non puoi evadere dal confronto, e lo puoi fare chiarendo i tuoi dubbi su come l’altro potrà percepire le tue posizioni, e sottolineare – magari – che esse non sono contro l’essere dell’altro.

 La diversità che vai scoprendo può costituire una ricchezza nella misura in cui ENTRAMBI sarete in grado di elaborare le rispettive posizioni magari senza l’asprezza che il timore di non essere capiti o di perdere posizioni  vi suscita .”

 Dopo esservi chiesti qual è il vostro modo abituale di agire e di comportarvi, e se preferite la modalità meccanica o quella libera, provate a chiedere a chi vi conosce bene, qual è la forma che secondo lui/ lei loro voi impiegate normalmente quando non siete d’accordo su qualcosa.  Se il confronto avrà portato luce in voi, potrete adottate una linea ferma nel portare avanti le vostre idee, ferma ma non ingenua, ( il fatto che riteniate che la vostra verità sia  universale non la rende più vincente di per sé ) , ferma ma non carica di risentimenti, ferma ma non sbrigativa.

 Vorrei qui precisare che le forme della risposta arrabbiata, scomposta e arrogante, non fanno parte della libertà, ma della meccanicità. E quante risposte di questo genere provengono da quegli uomini / donne di governo che ad ogni problema rispondono solo con provvedimenti repressivi, e atteggiamenti di condanna e malevolenza verso interi gruppi sociali, o  etnie diverse dalla loro?

 Ma non hanno davvero mai pensato che la meccanicità toglie anche a loro stessi delle possibilità evolutive? Non sapranno mai come avrebbe potuto essere la loro vita, se si fossero orientati verso un’apertura mentale e propositiva.

Rosalia Grande

   

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                                 Dissertazioni sulla libertà

Con note storiche

 Dissertare sulla libertà può condurre facilmente a definizioni opposte o incoerenti fra loro.

 Nel Rinascimento, la libertà era un dono riservato da Dio all’ uomo, unica creatura destinataria di tale privilegio. Ma il potere di scegliersi il proprio destino (Pico della Mirandola) può degenerare fino al crimine o rigenerarsi fino alla santità del comportamento.

 Era il grande momento di svolta dell’emancipazione dalla dipendenza dal dogma e l’ uomo tentava di valicare i limiti che, durante il medio evo, l’ impulso alla libertà era stato assecondato anche da pensatori dotati di profonda fede.

 La fede è per quei tempi il presupposto stesso dell’ essere liberi : dati gli immensi spazi di verità che essa conteneva, risultava illusorio pensare, e capire, il mondo senza le verità rivelate.

 Diceva S. Tommaso: la libertà come libero arbitrio deve coincidere con la volontà libera e questa con la volontà del bene. Prima di lui S. Agostino teorizzava tre concetti di libertà : la libertà iniziale, “arbitrium indifferentiae” posseduta da Adamo prima di peccare, la libertà dopo l’ esilio di Adamo dal Paradiso terrestre che è la “libertà di poter non peccare” – o libertà di redenzione - fino alla “libertà finale” , data da Dio come premio, che è la “ libertà di non poter peccare”.

 La libertà intermedia è conseguente al peccato e secondo Agostino l’ uomo non ha in sé forza autonoma di redenzione, senza l’ intervento della grazia divina. Il peccato di Adamo, sempre presente (presenza del passato nel presente) ha espropriato l’uomo della possibilità di salvarsi.

(errore fu quello del filosofo Pelagio di attribuire all’ uomo la capacità di salvarsi: perché, argomenta Agostino, tale facoltà avrebbe reso inutile il sacrificio del Cristo per l’ umanità tutta).

 (Ritroviamo in modo abbastanza sorprendente l’ “arbitrium indifferentiae” o “libertà iniziale” in Kierkegaard. Il pensatore danese definisce, la libertà iniziale, come una categoria di pensiero che “non è nel passato ma nel presente”, sol che l’uomo sia capace di pensarsi come il primo uomo - quasi novello Adamo - e debba constatare, fatalmente, di trovarsi << di fronte al nulla >>).

 Abbiamo fin qui cercato di fornire uno spaccato, insufficiente ma, speriamo, significativo nei riferimenti fondamentali trascelti : con l‘unica aggiunta di precisazione che abbiamo trascurato volutamente i riferimenti alle concezioni, sul tema, del pensiero greco romano.

Un pensiero cui dobbiamo moltissimo sul piano della speculazione filosofica (tanto che ne siamo ancora ampiamente debitori) ma che sul piano specifico del concetto di libertà non si spinse mai nella sfera dell’ universale: e nessuno di loro, compresi i due massimi, Platone ed Aristotile, accettarono ed anzi codificarono , filosoficamente, l’esistere di due etnie: i greci (capaci di pensiero) da una parte e dall’ altra (infecondi sul piano speculativo) i barbari.

 E con l’aggiunta, che forse dovremmo considerare sorprendente, che nessuno dei due grandi pensatori, né altri fra i più celebri, ritenne di mettere in discussione la legittimità della schiavitù.

 Il tema della libertà assume appunto la profondità della sua dimensione, nella fase storica in cui essa entra, almeno come aspirazione, entra nel novero dei diritti fondamentali nei sistemi giuridici dopo la guerra di indipendenza americana e la rivoluzione francese, cioè con l’avvento della borghesia.

E’ vero che per la libertà, si fecero guerre in tante vicende della storia umana e che il termine libertà suonò nella bibbia, quando gli ebrei si affrancarono dal giogo egiziano o babilonese. E’altresì vero che il nostro Guicciardini la definì “uno prevalere le leggi e ordini pubblici allo appetito di uomini particolari”. Ma sempre, quelle libertà, erano difese a favore di gruppi sociali privilegiati.

Ogni rivendicazione di libertà di coscienza , a livello individuale, nasce nel settecento quando si teorizzò, in negativo, la sua nozione. Come, ad esempio, (Pierre Bayle, razionalista libertino), si asseriva che “ i sovrani non hanno diritto di spiare le coscienze” ma solo possono “ reprimere i discorsi temerari che potrebbero insinuare nei cuori la licenza e il rifiuto dei doveri “.

La libertà individuale, cioè, nasceva soprattutto dalla limitazione dei poteri repressivi dell’ autorità costituita. Il problema nasceva allora ma in modo rovesciato: ciascuno libero, almeno di dire, ciò che più gli aggrada salvo il possibile configgere del suo pensiero con la coscienza dei suoi doveri.

Il problema, a quel punto diventava appunto quello che ancora travaglia le nostre menti e, in misura maggiore, le scelte del nostro agire. Cioè il duplice quesito che così possiamo articolare: quali sono le modalità per fissare , su piano paritario, i nostri doveri ? quali sono le procedure per stabilire chi sentenzia la loro eventuale violazione ?

E perveniamo così, per ogni comunità che vive in modo associato e col consenso dei suoi membri, alla necessaria elaborazione di una patto costituzionale che tutti garantisca e includa e nessuno escluda.

Con il che abbiamo forse definito esclusivamente il passaggio dallo stato di uomo allo stato di cittadino. Ma perché questo “status” esca dalla dimensione puramente concettuale, e possa entrare nella sfera del suo effettivo realizzarsi , occorre essere consapevoli sul tema sempre aperto, relativo al rapporto fra potere politico e individuo.

Nel comune sentire, l’ uomo moderno pensa che una condizione di libertà consista nel pensare, esprimere e, soprattutto, nel fare ciò che si desidera, al di fuori di ogni costrizione.

Pier Luigi Sorti

 

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 Non c’è vento oggi

Le nubi sono accorse al centro immigrazione 
piano piano, e, quando nessuno ci sperava,
hanno deciso di riversare, senza privilegi
,
l’acqua della vita. (R.G.)

                                    Libertà ed educazione

 Prendendo, ad un livello semplice, le informazioni più congruenti con questa tematica dal vocabolario etimologico www.etimo.it.

 Educare = lat. Educare comp. della particella E da, di, fuori e Ducare per Ducere condure, trarre. Aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente, e a combattere le inclinazioni non buone: condur fuori l’uomo dai difetti originali della rozza natura, instillando abiti di moralità e di buona creanza

 e dal dizionario italiano www.dizionario-italiano.it.  Libertà = essere libero, e, : Libero = che non è soggetto all'altrui autorità; che può agire senza subire costrizioni morali e materiali

 potremmo chiederci quale sia il nesso tra questi due termini e quindi concetti, soprattutto tra gli apparenti opposti del “non subire costrizioni morali” e “istillando abiti di moralità”, bene, qui ruota il fulcro del cambiamento della passata concezione dell’insegnamento con quella attuale, che possiamo datare ai suoi albori con il filosofo svizzero Jean Jacques Rousseau (1712 –1778) che introduce l’idea e la pratica dell’ "educazione preventiva" che non insegna la verità ma preserva dall'errore consentendo, qui vediamo l’integrazione, “il libero sviluppo della personalità”. Anche se Rousseau non riconosce forme di pensiero complesso prima dell’età dei 12 anni, ci verrà in aiuto in seguito, per primo, il fondatore della psicoanalisi, neurologo e filosofo austriaco Sigmund Freud (1856 - 1939) che mette in luce l’importanza delle esperienze infantili nella formazione della personalità e come esse segnino tutto il processo della vita.

 La concezione passata vede il bambino o la persona da istruire come una tabula rasa dove l’educatore inserisce dati, informazioni ed insegnamenti, quindi l’apprendimento avviene solo da parte dell’allievo; grazie alla psicologia, alla pedagogia, alle scienze della formazione, della comunicazione, si è potuto constatare, studiare, verificare l’importanza della relazione che intercorre tra chi insegna e chi impara e che l’apprendimento non è un fattore unidirezionale. Ci sono molti livelli che convergono in questa relazione, a livello umano: lo spessore cognitivo, emotivo, fisico, ambientale, e da qui si può notare già semplicemente come la simpatia ed un buono stato d’animo mettano in una condizione favorevole all’apprendimento sia il bambino che l’educatore e come dalle risposte libere e creative del bambino l’adulto possa stupirsi, divertirsi, conoscersi di fronte alle novità. Ecco che i dati assumono un’importanza pari alla questione dell’essere, non più solo accumulo di studi e nozioni ma acquisizione di strumenti di conoscenza utili alla comprensione dei propri mezzi e di sviluppo delle proprie capacità individuali e di relazione per orientarsi positivamente nell’esistenza.

 Credo che la libertà nasca dalla comprensione contemporanea delle regole e delle possibilità della realtà interna ed esterna dell’essere umano, attraverso l’estrinsecazione dei propri talenti e delle proprie attitudini e nel rispetto di quelli altrui, nella capacità di scegliere e di imparare dalle esperienze, e dallo sviluppo della consapevolezza, in una visione il più possibile unitaria e complessiva del sistema in cui siamo inseriti avvalorando, soprattutto in quest’epoca la questione dei diritti umani, dell’ambiente e della politica.

 Ho trovato a questo proposito un’elaborazione approfondita ed interessante, di cui vi propongo ora una parte, rimandandovi all’articolo completo all’indirizzo internet http://www.proteofaresapere.it/contributi/giada.htm della studiosa Giada Farè:

 Da - Educazione: Pratica di libertà -I processi educativi dovrebbero essere caratterizzati dal rispetto per i diritti dell’uomo, da obiettivi di alfabetizzazione per tutti, dal riconoscimento della diversità culturale, da una prospettiva di sviluppo sostenibile, di cittadinanza attiva e di pace, da percorsi di educazione al pensiero critico, da un’attenzione complessiva per l’essere umano.

 L’educazione e la cultura giocano un ruolo fondamentale non soltanto per il rispetto, ma anche per lo sviluppo della diversità dell’uomo. Sfortunatamente oggi, educazione e cultura sono diventate commercio. E’ nella ricerca di paradigmi alternativi riguardanti proprio l’educazione e la cultura che si può contribuire in quanto educatori ad ostacolare una globalizzazione violenta e monoculturale.

 I nuovi paradigmi si costruiscono attraverso una partecipazione attiva e creativa dell’individuo all’avventura educativa e culturale. L’educazione deve farsi pratica di libertà, deve creare un’attitudine generale a porre e a formulare problemi, sviluppando l’intelligenza attraverso il dubbio, uno spirito problematizzatore. Là dove si impone il consumismo in tali ambiti, l’alternativa è la produzione culturale ed educativa, non individuale ma collettiva (Gelpi), per diventare cittadini di un mondo che vuole riconoscersi in valori comuni - pace, diritti umani, sviluppo, ambiente - e promuovere un’osmosi tra crescita economica, sviluppo democratico e rispetto della persona umana.

 La cultura che si fonda sui diritti umani è infatti una cultura pervasiva, che libera e apre, che considera la scuola, l’università, il mondo dell’informazione e quello dei poteri locali, regionali e nazionali come un cantiere, un laboratorio di costruzione della nuova cittadinanza democratica che nasce dalla scuola, ma pervade l’intero arco della vita della persona (Morin).

 Ricorda Anna Arendt: nella vita pubblica della polis si decideva con la persuasione, con la parola, non con la forza e la violenza. Attraverso la politica si accedeva alla libertà: perché non si era sottomessi, ci si poteva sentire se stessi, interagendo con gli altri per azioni e imprese liberamente scelte.

 Altro interessante articolo di approfondimento a cui vi rimando per intiero, di G. Cives, su http://web.tiscalinet.it/mediazionepedagogica/anno_02/numero_01/Cives/par02_cont.htm , ci da modo di conoscere … la figura più autorevole delle scienze dell’educazione del dopoguerra in Italia, Lamberto Borghi (1907 – 2000) ….

Vi propongo alcuni significativi passaggi …

 “… come ebreo fu costretto dalle inique leggi fasciste "per la difesa della razza"… Borghi è stato l’ispiratore e il punto di riferimento della pedagogia laica e democratica, combattendo ogni tipo di conformismo e opportunismo e respingendo ogni genere di autoritarismo, di prevaricazione, di fanatismo, pur sempre con attenzione e rispetto per le varie posizioni, anche se non condivise, se nutrite di serietà e originalità. …. legato all’insegnamento di Dewey, che ha continuato a far conoscere e commentare fino alla morte, per la promozione attiva della mediazione tra individuo e società, all’insegna della libertà e della collaborazione. … il valore irriducibile e fondamentale dell’individuo a vantaggio di quello del gruppo … l’apprezzamento dell’autonomia e dell’autogoverno delle piccole comunità, ove la presenza dell’individuo è più identificabile, che non l’esaltazione dei grandi conglomerati …, in cui la minaccia della spersonalizzazione e del conformismo è più forte. …. centrale è stata la battaglia per promuovere una visione non mistificata e antiretorica della storia della nostra società e della nostra scuola, per sviluppare un’educazione attiva e progressiva che saldi libertà di ciascuno, cooperazione democratica, difesa e rinnovamento della scuola di tutti.

 Scuola per realizzare forme di educazione antiautoritaria che combattano fin dalla nascita nell’ambiente decisivo della famiglia l’imposizione di sordi condizionamenti e pregiudizi e il dominio di una chiusa e sopraffattrice società di adulti egoisti e senza creatività. ….

 Scuola per realizzare il carattere e il senso dell’educazione laica, strettamente collegata all’educazione attiva, alle iniziative dal basso, alla liberazione dell’individuo e alla promozione della democrazia; i danni del pregiudizio, dalla denuncia di Voltaire a quella di Allport e della scuola di Francoforte circa la "personalità autoritaria" prodotta fin dall’infanzia da certi rapporti di famiglia, e le forme della sua possibile prevenzione e terapia nell’educazione.

L’autore segnala l’esigenza dell’educazione ebraica di coltivare la tradizione e insieme di aprirsi al mondo e alla pluralità; le spinte emancipatrici verso la democrazia universitaria e quella sociale del movimento del 1968; il carattere dell’educazione integrale libertaria secondo Tolstoj, particolarmente realizzabile nelle piccole comunità. … Metodo educativo, dietro cui "era una visione del mondo antiautoritaria e decentrata"….

 L’idea e la pratica del concetto di formazione permanente, sancisce la visione post-contemporanea, agevolata e messa in luce dalla psicologia evolutiva, secondo cui l’apprendimento non finisce con gli studi universitari, tutt’altro, è un percorso di crescita che a volerlo, non ci abbandonerà per tutto l’arco della nostra vita.

 Posso avviarmi alla conclusione di questo articolo proponendo, seppur in un clima di regressione ed involuzione, (vediamo ad esempio il ritorno al maestro unico, i testi scolastici validi per tutte le elementari, una sola lingua di insegnamento, i tagli ai finanziamenti alla ricerca, per non parlare delle costrizioni delle libertà, le restrizioni alle persone extracomunitarie portatrici di nuove culture, la mania della sicurezza basata sulla paura del diverso, il ritorno a sistemi incivili come le ronde, la mancanza di dialogo a molti livelli tra cui quello inter-religioso e tutto ciò che per motivi di spazio non posso esporvi), dicevo proponendovi la mia visione della scuola:

 Aprendo le porte del sogno mi vedo passeggiare e chiacchierare, come i filosofi peripatetici, in un grande parco alberato, con Maria Montessori (1870 – 1952) pedagogista, filosofa, medico, scienziata, educatrice e volontaria italiana, che rivoluzionò la scuola con metodi intellettuali, pratici, artistici per l’espressione del bambino come essere completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali, di come sarebbe utile e poetico che a partire già dall’asilo nido, dai 3 mesi ai 3 anni di età, i bimbi fossero accuditi da operatrici ed operatori di varie nazionalità che parlano loro in diverse melodiose lingue, potrebbero acquisire le basi sonore per l’apprendimento delle lingue, se fossero cantate loro canzoni e raccontate fiabe in un modo originario e originale, se già potessero giocare in stanze colorate, ascoltando musiche, avendo amichetti ed amichette dell’Asia, dell’africa, delle diverse parti dell’Europa, instaurare relazioni per il presente ed il futuro con l’idea dei viaggi in altre terre da scoprire.

 Se già alle elementari, come era pochissimo tempo fa, gli insegnanti fossero più di uno, magari anche qui alcuni di diversa nazionalità, in equipe che lavorano bene insieme, in armonia, che avessero spazio e tempo per fare colloqui tra di loro e vedere come aiutare sinergicamente gli allievi, se potessero essere non sempre sotto pressione, senza soldi e con dei buoni rapporti umani.

 Se si potesse, a partire dalla primavera riunirsi in lezioni all’aperto, contattare la natura, se le lezioni fossero sia frontali che non, in cerchio, a semicerchio, se la storia si imparasse usando delle tecniche rappresentative teatrali, dove gli allievi alcune volte apprendono in movimento, soprattutto se si studiasse tra le materie fondamentali la psicologia, a partire in forma semplice alle elementari per arrivare a forme più approfondite alle medie e alle superiori.

 Non è poi così lontana la psicologia, parliamo di sentimenti, di emozioni, di stati d’animo, di comportamenti, che ci sono sempre, già far dire ad un bambino/a cosa prova a ricevere un regalo, non so una margherita, un giocattolino, da quel/la compagno/a, e come si sente l’altro/a ad averlo offerto, è già un modo per comprendere, conoscere, sentire, esprimere, è già psicologia. Quante volte abbiamo sentito: “a scuola mi hanno insegnato la matematica ma nessuno mi ha insegnato ad amare” e iniziano i problemi di relazione che si potrebbero molto presto iniziare a risolvere, Maria mi saluta allegra, ritorna nel suo mondo, io nel mio qui con voi, e ci diamo appuntamento alla prossima passeggiata tra gli alberi affinché la riflessione sulla libertà ed educazione possa continuare.

                                                                Cecilia Errede

 Autori citati :Borghi, Montessori, Dewey, Rousseau,Freud, Morin.

 Grazie alla terra

La terra ti mostra il suo lato generoso 
come si deve. 
(
                                R.G.)

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 Un pizzico di libertà e innovazione nelle Tradizioni Religiose:
                                            
L’ebraismo riformato

 L’ebraismo riformato è un movimento religioso che sorse nel XIX secolo per ridare vigore alla pratica religiosa tra gli ebrei europei e statunitensi. In un primo momento il mezzo di tale rinvigorimento fu un sostanziale rinnovamento dei riti e una “riformazione” del culto in modo che fosse meno estraneo alla vita della società occidentale. In seguito si acuì anche una certa sensibilità ai nuovi metodi di analisi storica e di critica della Bibbia.

 Isaac Mayer Wise (1819-1900), rabbino boemo emigrato negli Stati Uniti nel 1846 per sfuggire all’autorità dei parnassim, capi laici autocrati della comunità, contribuì a definire i principi della riforma in quei consessi che presero il nome di “piattaforme” la prima delle quali si svolse a Philadelphia nel 1869 e la seconda a Pittsburgh nel 1885. Fu nella successiva piattaforma di Columbus nel 1937 che emersero le idee favorevoli all’impegno per il ritorno nella terra dei padri.

 La piattaforma di San Francisco del 1976, dopo aver valutato le conseguenze della Shoah, individuò la garanzia della sopravvivenza dell’antica fede (apprezzata anche nei suoi aspetti più tradizionali) nello stato di Israele fondato nel 1948. Non rinnegò, in ogni caso, le istanze più moderne che avevano portato nel 1972 alla consacrazione del primo rabbino donna. Ci fu inoltre una nuova apertura ai matrimoni misti fino alla considerazione, da parte del rabbinato americano, dello status di ebreo a chiunque avesse almeno un genitore ebreo.

 I riformisti ritenevano infatti (e ritengono tutt’oggi) che fosse necessario adattare lo stile di vita delle comunità ebraiche ad una concezione più moderna e che fosse necessario rifiutare l’immutabilità della halakhàh (letteralmente “strada”; sezione legislativa del Talmud contenente tutta la normativa di vita e comportamento) e la sua natura vincolante. In questo modo molti ebrei sono riusciti a sentirsi più facilmente accettati dal resto della società, pur mantenendo il senso di appartenenza al popolo ebraico e alle sue tradizioni.

 In particolare, invece, il diritto ebraico tradizionale conterrebbe degli anacronismi non più facilmente integrabili con l’attuale stile di vita. La corrente riformista, principalmente statunitense ma anche europea, si è di fatto nettamente separata dalla corrente ortodossa residente principalmente in Israele che ivi gode di notevole influenza socio-politica. Le ragioni di questa divisione sono da ricercarsi non solo nel diverso approccio ideologico alla tradizione ebraica, ma anche nella convinzione da parte della corrente ortodossa che sia stata proprio l’osservanza stretta della halakhàh a mantenere fermamente unito il popolo ebraico da sempre perseguitato.

 Questo sembra essere il vivo del problema poiché, se è vero che di fatto il popolo ebraico, rispettando fermamente i principi più ortodossi, ha mantenuto questa sua precipua coesione, è pur vero che la sempre più incalzante globalizzazione richiede un grande sforzo di adattamento e integrazione. Si sa che al popolo ebraico non è mai stata resa facile la vita, in termini di integrazione, ma è pur vero che, a detta dei riformisti, proprio alcune loro regole, specialmente quelle afferenti la vita pratica, sembrano fatte apposta per impedire qualunque tipo di contatto. Proprio riguardo al riconoscimento dello status di ebreo, per l’appunto, nella corrente ortodossa (soprattutto in Israele) vengono svolti attenti controlli sugli antenati degli eventuali partner per evitare possibili unioni con seguaci dei movimenti riformisti e per essere infine sicuri che, in fatto di unioni, tutto si svolga secondo il diritto ebraico e secondo la hakhalàh, appunto.

 Non che nella storia non ci siano già state simili divergenze. Dodici secoli fa, infatti, tra il popolo ebraico e la setta dei Karaiti si giunse ad uno scisma. La peculiarità di quella setta era di riconoscere come unica fonte del diritto ebraico le Sacre Scritture, rifiutando il contenuto del Talmud e dei Responsa. Ancora adesso è di fatto proibito agli ebrei ortodossi di contrarre matrimonio con i seguaci di quella antica setta. Si dovesse, oggi, giungere a simili conseguenze anche tra la corrente riformista e quella ortodossa, sarebbe un vero disastro per l’intero popolo ebraico, nonché per la stessa esistenza di Israele.

 Ma le divergenze nell’attuale, sembrano, nonostante le difficoltà oggettive, più facilmente integrabili che in quel lontano passato, in quanto le divergenze sono prevalentemente attinenti alle vedute circa i metodi di applicazione, più o meno rigidi, della halakhàh.

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   L’ebraismo riformato, o liberale, pur raccogliendo oltre il 35% degli ebrei americani e pur essendo molto diffuso in Europa, non ha ancora ottenuto il riconoscimento formale di Israele. In Europa, più in dettaglio, le idee riformate hanno una importante eco nel Regno Unito, in Austria, Belgio, Francia, Olanda, Spagna, Germania, Svizzera e Italia mentre incominciano ad aggregare persone anche in Ungheria e nella Repubblica Ceca.

 In Italia la presenza riformata organizzata risale al 1999 e si esprime attraverso la casa editrice L’Isola della Rugiada Divina e il Gruppo Rimon attivo a Torino e nel sito internet www.italya.net . “I” – “TAL” – “YA” in ebraico significa Isola della Rugiada Divina, appunto. Questo movimento italiano pare essere in vivace polemica con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

                                                                Monica Penitenti

 Le fonti di questo articolo sono MSN Encarta; l’Associazione italiana per l’ebraismo progressivo; Repubblica, in un articolo del 01 febbraio 2006 e in “L’Enciclopedia” (di Repubblica).

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                                               L’UTOPIA DELLA LIBERTA’ ?

 Europerando!

Europa: Excursus storico-politico